da La Stampa dell'8 febbraio 2011

Emergenza rom – La disuguaglianza dei poteri speciali

di Costanza Hermanin, Ricercatrice dell’European University Institute Fulbright Fellow alla Columbia Law School, New York

Caro direttore,
La Stampa ha dedicato la sua apertura al rogo nel campo nomadi della via Appia, a Roma, sottolineandone il carattere tragico e il rilievo politico. Le scrivo per sottoporre alla considerazione dei suoi lettori alcune informazioni sulla situazione dei rom in Italia che non ho ancora visto riportate sui giornali.

Il sindaco Alemanno si è lamentato, ieri, per gli impedimenti burocratici che avrebbero ostacolato una da lui auspicata accelerazione della politica di sgomberi attualmente in vigore in almeno cinque regioni d’Italia, una politica che faciliti il ricollocamento dei nomadi nelle aree a loro destinate dalle municipalità sulla base di piani nomadi formulati dalle municipalità. Ebbene, mi pare che il sindaco dimentichi che in Italia vige ufficialmente, dal maggio 2008, uno «Stato di emergenza in virtù della presenza delle comunità nomadi» che conferisce – sulla base di una legislazione di protezione civile concepita per i disastri naturali – dei poteri straordinari ed eccezionali ai commissari delegati all’emergenza, tra cui i prefetti di Roma e Milano.

Dal maggio 2008 con cadenza annuale lo stato di emergenza in virtù della presenza dei nomadi è stato rinnovato puntualmente ed esteso a cinque regioni italiane – l’ultima volta nel dicembre scorso protraendo la fine dell’emergenza al dicembre 2011. I commissari straordinari hanno goduto, negli anni passati, di ampissimi poteri che hanno loro consentito addirittura di censire le popolazioni rom presenti nelle loro regioni (cittadini italiani o no), con un’iniziativa del tutto dubbia dal punto di vista del diritto alla privacy e alla non discriminazione. La stessa emergenza nomadi ha permesso che nella sola città di Milano siano stati eseguiti 170 sgomberi nel 2010 e che sia nel capoluogo lombardo che a Roma siano stati adottati dei regolamenti comunali eccezionali che si applicano ai soli campi nomadi, prevedendo condizioni di soggiorno speciali per i loro abitanti, quali la necessità che l’intero nucleo familiare sia esente da condanne passate in giudicato anche se scontate; che si debba mostrare un tesserino di riconoscimento per accedere alla propria area attrezzata; che non si possano invitare conoscenti e che non si possa circolare nei campi dopo le 22. Campi spesso sorvegliati da polizia privata. E’ una legislazione dubbia e speciale nelle mani dei sindaci delle due principali città d’Italia per fronteggiare l’emergenza nomadi. Inoltre esiste una banca dati fornita dal «censimento nomadi» che serve a conoscere la sussistenza e la collocazione degli accampamenti informali.

Quanto le descrivo qui sopra è tutt’altro che esente da profonde criticità sotto il profilo del rispetto della parità di trattamento e dei diritti umani fondamentali. Oggi, mi chiedo, quali altri poteri desidera avere il sindaco Alemanno per fronteggiare l’emergenza? Persino cospicui fondi statali – più di 15 milioni di euro per commissario delegato – sono stati messi a disposizione. Sia a Milano che a Roma quei finanziamenti sono stati usati per gli sgomberi e per il ricollocamento in aree destinate, scelte tra le più inaccessibili e meno appetibili delle periferie urbane, aree ampiamente sovraffollate perché a Roma – complice un sentimento antirom efficacemente diffuso dalle pubbliche istituzioni – nessuno ha voluto vendere al Comune aree da destinare ai «villaggi della solidarietà».

Diciamo piuttosto che dal maggio 2008 l’emergenza nomadi è stata un pretesto che non ha risolto i problemi creati dall’effettivo afflusso di molte comunità rom dall’Est dell’Europa in una situazione già ampiamente degradata da politiche locali irresponsabili di segregazione, adottate in oltre venti anni nei Comuni e nelle regioni italiane. I poteri di emergenza in uso dal 2008 sono serviti ad attuare politiche ampiamente inaccettabili dal punto di vista del diritto all’eguaglianza ma altamente popolari data la comune antipatia verso i rom: censimenti, sgomberi, rimpatri, spostamento forzoso verso campi sovraffollati e dove vige un diritto «speciale». Perché il padre di quei bambini avrebbe dovuto portarli a vivere in un campo attrezzato regolato da norme simili? E magari ancora più inaccessibile del luogo dove effettivamente si è compiuta la tragedia? Pochi giorni fa, qui a New York, l’Italian Academy della Columbia University ha dedicato la sua annuale conferenza sulla memoria dell’Olocausto ai rom. In Italia non si sa neanche che c’è stato un Olocausto rom, in cui, come succede oggi, i rom erano obbligati a vivere in campi speciali, dove vigevano leggi speciali e dove le condizioni di vita non erano certo migliori di quelle che si potevano creare da soli, nelle baracche certo pericolose e pericolanti, ma almeno esenti dal diritto speciale dei sindaci.