Scadenza dei permessi per art. 20 dei cittadini tunisini, una road map verso la legalità

In questi giorni stanno scadendo i permessi di soggiorno per motivi umanitari rilasciati sulla base del Decreto del 5/4/2011 ai cittadini tunisini arrivati a Lampedusa agli inizi dello scorso aprile.
Dei circa 24 mila tunisini arrivati entro inizio aprile, solo a 11 mila è stato possibile ottenere un permesso e solo 700 di loro sono in accoglienza in strutture della Protezione Civile.

Dal Ministero dell’Interno non sono ancora arrivate indicazioni ufficiali rispetto alla possibilità di proroga del permesso di soggiorno contenuta nell’art. 20 del TU, solo all’ultimo momento sapremo come il Ministro Maroni intende affrontare la questione in un momento in cui il Governo di transizione tunisino viene già costretto a chiudere un occhio sulle manganellate a Lampedusa o sulla deportazione con le navi-lager e ad impegnarsi a riprendere almeno 700 cittadini, il tutto mentre si impegna a pattugliare le proprie coste per impedire le partenze dei migranti verso l’Italia.

A Bologna abbiamo lanciato insieme ad associazioni, forze politiche, cittadini, una campagna per sostenere le ragioni del rinnovo e della conversione dei permessi di soggiorno, anche in attesa occupazione. Anzi, soprattutto in attesa occupazione, perchè se la maggioranza dei titolari dell’art. 20 sono oggi inoccupati è soprattutto responsabilità dell’accoglienza made in Protezione Civile che ha sistematicamente scoraggiato percorsi di autonomia e di inserimento sociale, adottando modelli di intervento assistenziali e dequalificati. Conversione in attesa occupazione perchè non vogliamo essere complici del triste mercato dei finti contratti di lavoro, abbiamo già visto la truffa della sanatoria e questa volta chiediamo che vengano intrapresi percorsi per favorire la legalità e la trasparenza anziché persistere nell’ipocrisia che da sempre caratterizza i dispositivi di regolarizzazione in questo paese.

Non staremo quindi con le mani in mano ad attendere che scoppi la rabbia di circa 140 cittadini tunisini presenti in città, alcuni parcheggiati da mesi nelle strutture di accoglienza, altri ancora senza fissa dimora. Sappiamo che la politica dell’emergenza è una pentola a pressione che quando esplode travolge in primis i migranti, perché i loro desideri sono stati compressi fino a farli esplodere in furia auto-distruttiva.

L’obiettivo della campagna “Dignità non clandestinità” è allora quello di non lasciare soli i giovani tunisini in questo momento cruciale, in cui sono esposti al pericolo di ingresso nell’illegalità, ma farsi garanti delle loro istanze, costringendo le autorità a a motivare un eventuale rifiuto dell’istanza davanti a tutti coloro che hanno adottato le spese della procedura.
La stessa Assessora al Welfare e Immigrazione del Comune Amelia Frascaroli, che negli scorsi mesi si è spesa per avviare percorsi di integrazione partecipata costituendo una rete di coordinamento, ha interpellato il Prefetto sulla necessità di convertire tutti i permessi di soggiorno qualora non venisse prorogata la protezione temporanea.
Nel frattempo, negli Sportelli Migranti delle realtà che hanno promosso ed aderito alla campagna stiamo raccogliendo la documentazione e siamo già pronti ad inviare alla Questura le istanze di conversione. Sappiamo che la battaglia non sarà ne facile ne scontata ma se condotta insieme alla città ed alla sua amministrazione potrà indicare un’alternativa concreta al lavoro nero e schiavo, alla detenzione nei Cie, ai rimpatri.

Non servono ricette fantasiose, basterebbe seguire ad esempio le indicazioni dell’ultimo rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, dove si raccomanda agli Stati di destinazione di attivare ogni misura di regolarizzazione esistente (tra cui ricongiunzioni familiari, protezioni temporanee o quanto previsto dalle normative) per scongiurare le detenzioni o i rimpatri, particolarmente insidiosi per il rispetto dei diritti dei migranti poiché i paesi di origine ed in generale i paesi del Nord Africa non sono ancora – e non lo sarà la Tunisia nemmeno dopo le elezioni del 23 ottobre – nella condizione di rispettare, proteggere e garantire i fondamentali diritti economici, sociali e culturali dei cittadini emigrati.

Permessi di soggiorno per attesa occupazione, per lavoro, per famiglia, per studio, per salute e quant’altro dunque. E se invece dovessero sorprenderci con la proroga del permesso ex art. 20, sia chiaro che bisogna cambiare rotta.
Cessazione immediata della competenza alla Protezione Civile, potenziamento dello Sprar, corsi di lingua italiana intensivi condotti da soggetti retribuiti, orientamento all’inserimento lavorativo, campagna informativa per facilitare le assunzioni, accoglienza di tutti (e non solo di 700) in appartamenti e piccoli alloggi, garanzia di accesso all’assistenza sanitaria con iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale anziché tesserino STP o PSU (come accade invece nell’accogliente Emilia Romagna).

Questa è una road-map verso la legalità, tutto il resto è di nuovo vecchia ipocrisia.

Neva Cocchi, Sportello Migranti ass. Ya Basta presso cs TPO
Bologna