Amina – Di velo in velo, tra religioni e ubbidienza a dio

di Grazia Satta

Proprio nei giorni scorsi Amina, l’ormai famosa “Femen” tunisina, è stata arresta per futili motivi ma più più probabilmente perché, secondo le autorità, avrebbe potuto mettere in scena ancora una volta una delle sue contraddittorie performance contro i tabù di parte della società arabo islamica.
Proprio nelle stesse ore Grazia Satta, ha raccolto la testimonianza di un’altra Amina, italiana un tempo fervida praticante cattolica che oggi si è convertita alal religione islamica, scegliendo anche di coprirsi il capo sul velo.
Grazie alla testimonianza raccolta inquesto articolo, che ripropone ancora una volta il tema contraddittorio delle religioni e del loro rapporto spesso confuso con i processi di interculturalità, proponiamo di aprire il dibattito ed a tutti voi, di esprimere il vostro punto di vista attraverso il forum a pié pagina.
Redazione Melting Pot


Da diverso tempo si sta verificando in Italia il ritorno all’uso del velo da parte di molte donne mussulmane.
Il fenomeno è complesso e si presta a numerose interpretazioni.
Pochissime sono quelle costrette dai mariti al contrario della comune credenza.
Alcune sono spinte dal voler affermare la propria identità in un contesto sociale in cui spesso il proprio paese d’origine non gode di grande considerazione politico culturale.
Il ritorno al velo più che un valore religioso è dunque un modo per affermare il diritto alla dignità ed alla piena capacità di decidere coraggiosamente di percorrere una strada controcorrente.
Per altre, invece, il velo è il simbolo di un cammino verso la novità. Sono, spesso, donne italiane che si sono convertite all’Islam e che entusiaste e profondamente convinte, si muovono in un’ortodossia coinvolgente anche per tante altre.
Parlando con qualcuna di loro si scoprono argomentazioni che sfuggono a tanti.
Una di queste è Amina.
Proviene da Castel Volturno, dove si è sposata, ed è approdata infine ad Argenta nel ferrarese, dove è molto alta la presenza di mussulmani provenienti da diverse parti del mondo.
Ha studiato fino alla terza media e si è immessa immediatamente nel mondo del lavoro. E’ stata commessa, parrucchiera, baby sitter e infine sarta nelle confezioni.
E’ stata una fervente cattolica, addirittura un’impegnata attivista nell’associazione Magnificat confluita poi nei neocatecumenali, per conto della quale andava a compiere opera di evangelizzazione in diverse diocesi dell’Italia meridionale anche se, come afferma, non sapeva niente della religione e del suo contesto storico. I preti le dicevano che la verità delle cose stava alla chiesa amministrarla, ai fedeli restava l’obbligo della fede e della preghiera.
“Se non fossi stata così credente allora, oggi non sarei stata a questo punto anche nell’Islam”
Amina è attualmente responsabile di un’associazione “Donne e mamme mussulmane” che ha la sede centrale ad Albenga in provincia di Savona e che raccoglie donne italiane e non molto attive in una nuova ortodossia della fede. Le iscritte attiviste nell’argentano sono una decina provenienti da nazioni diverse, tante altre la frequentano anche se con meno continuità.
Quella di Argenta è l’unica sede locale, le altre iscritte da diverse parti d’Italia, fanno tutte riferimento ad Albenga.
La sua conversione, come sempre più spesso accade, ha avuto come occasione, l’innamoramento di un algerino mussulmano. Occasione, tende a precisare, ma non costrizione.
Lei e il marito si sono conosciuti nell’associazione cattolica dove era volontaria e si sono sposati in chiesa con un rito nel quale allo sposo è stata chiesta una partecipazione passiva.
Fra di loro il dialogo religioso era importante. Lei era affascinata dalla devozione di suo marito nella fede islamica, dall’osservanza delle preghiere quotidiane sul tappeto, dalle donne di quel mondo lontano che, nel capo coperto, le ricordavano le suore.
Nonostante subisse tale fascino Amina non dimenticava il suo ruolo di evangelizzatrice e lavorava perché il suo compagno si convertisse al cattolicesimo.
Battaglia persa perché a convertirsi alla fine è stata proprio lei e con lo stesso fervore col quale aveva abbracciato il cattolicesimo prima, si sarebbe dedicata all’Islam poi, confermando il dato che vede una maggioranza femminile fare tale percorso.
In un primo tempo il suo abbigliamento è rimasto quello di una qualsiasi ragazza “occidentale”, jeans e maglietta, poi pian piano la ricerca della giusta regola attraverso lo studio del Corano l’ha convinta ad indossare il velo, a vestirsi come la più conservatrice tra le mussulmane: a “…coprire il corpo per valorizzare l’intelligenza e per dimostrare ubbidienza a Dio.”