Marocco – L’Unione Europea porta a casa un nuovo partenariato sulla circolazione delle persone nell’area euromediterranea

Intervista a Said Tbel, Associazione per i Diritti Umani in Marocco a commento della Dichiarazione di cooperazione Marocco-UE

Presentata dalle autorità marocchine come un’occasione di sviluppo per il Marocco e come dimostrazione della grande fiducia di cui il Governo Monarchico gode presso l’Unione Europea, la dichiarazione affronta principalmente il tema della circolazione delle persone nella zona euromediterranea anziché indicare percorsi concreti per lo sviluppo economico del paese del Maghreb.

Said Tbel, attivista dell’associazione marocchina per i diritti umani, commenta la portata politica della dichiarazione, spiegando innanzitutto che con questo partenariato i paesi europei ritornano sul nodo delle riammissioni di migranti in situazioni di irregolarità verso il Marocco, grazie ad un linguaggio ammorbidito ed eludendo il termine “riammissioni” in passato mal visto dal governo marocchino. Secondo Tbel saremmo di fronte ad un altro modo per raggiungere il risultato, ma senza incappare nell’errore già compiuto in precedenza che aveva condotto al fallimento dei ripetuti tentativi europei di siglare accordi bilaterali di riammissione con questo paese.

Gli aspetti centrali della dichiarazione sono sostanzialmente su due filoni principali: una maggiore facilità nel rilascio di visti per soggiorni brevi per motivi di studio, ricerca, affari (comprese iniziative di formazione e sensibilizzazione verso le autorità competenti marocchine) e il controllo delle frontiere.
“Va notato però che le procedure per gli ingressi nei paesi UE per studio o viaggi d’affari non hanno mai costituito un ostacolo per questa nicchia di viaggiatori, molto distante dalla maggioranza della popolazione che invee emigra per ragioni economiche” commenta Said Tbel. Si tratta quindi di una misura che non incide particolarmente sulla politica dei visti, che tra l’altro sono più acessibili per gli abitanti elle città del nord”.

E’ invece nel settore della repressione dei movimenti migratori che questo partenariato andrà invece ad incidere. Commenta Tbel: “il rovescio della medaglia sono invece gli accordi che il Marocco si impegna a stipulare con questa comunicazione, accordi di cooperazione per il controllo delle frontiere e per la lotta all’immigrazione irregolare. Se è vero che già oggi Spagna e Italia espellono in Marocco minori non accompagnati, il Marocco si impegna con questo testo ad ammettere sul proprio territorio tutti i migranti che si trovano in qualsiasi paese europeo per il semplice fatto che essi hanno transitato dal Marocco.”
Centrato l’obiettivo che da anni si pongono i paesi membri con la politica della cosiddetta esternalizzazione della frontiera: consegnare i migranti irregolari ritrovati sul proprio territorio al Marocco con il compito di disfarsene come crede. Poco importa se ciò avviene attraverso vere e proprie deportazioni, spesso verso la frontiera con l’Algeria. E’quanto accade da anni ai migranti subsahariani che anche in queste ultime settimane sono stati deportati a Oujda, città di confine con l’Algeria e da lì spinti a manganellate e calci al di là del confine, dove pochi chilometri dopo comincia una vasta zona desertica. “Ci hanno caricato su due pullman e da Rabat ci hanno portato a Oujda, senza darci ne da bere ne da mangiare, poi ci hanno rinchiuso in una caserma finché non è arrivata la notte, e dopo ci hanno spinto in Algeria, con le botte, rincorrendoci con i manganelli, per impedirci di tornare indietro. C’è un sacco di gente che è morta in quella terra di nessuno tra il Marocco e il deserto algerino” ci racconta Alye Ndiaye, migrante senegalese deportato in Algeria e poi ritornato a piedi a Rabat, dove lo incontriamo ad un presidio davanti all’Ambasciata del Senegal per protestare contro gli abusi e le violenze della polizia marocchina.

“Il Marocco ha sempre dato la caccia ai migranti subsahariani, spiega Tbel, con intensità diverse, certamente, perché per alcuni periodi li respingeva all’ingresso mentre in altre circostanze li ammetteva tranquillamente. Ma quello che accade da novembre 2011 è qualcosa di diverso: è stata innescata una vera e propria guerra contro i migranti subsahariani in Marocco”.

E’ quanto denunciano anche i migranti senegalesi in presidio davanti all’ambasciata, dove ci raccontano della escalation dei soprusi della polizia marocchina verso queste comunità, con retate continue, fermi ed arresti illegittimi. Ci spiegano che per lavorare in Marocco non serve un visto ma solo il passaporto, ciononostante nel mese di maggio nella sola città di Rabat per ben 4 volte la polizia ha effettuato retate di massa di migranti senegalesi con il pretesto di verificare i documenti. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il 30 maggio, quando la polizia ha confiscato senza alcun motivo i passaporti di 21 migranti senegalesi, lasciandoli senza documenti.
“Solo adesso si spiega la recrudescenza di questi atteggiamenti”, racconta Said, “il Marocco ha saputo ben dimostrare che sa compiere egregiamente il suo compito di gendarme. Questo ha un ulteriore significato nella prospettiva futura della cooperazione alla riammissione, continua, per evitare che il Marocco si trovi a dover gestire con mezzi diversi due dimensioni parallele: l’espulsione dei migranti che stanno qui e quella dei migranti riammessi dai paesi dell’UE. Ecco che si profilerebbe allora la necessità di costruire i centri di detenzione.
E’ su questa riflessione che si conclude l’intervista con Said Tbel, membro di un’associazione che ha contribuito a impedire che anche in Marocco, come in Libia, venisseri aperti centri di raccolta e detenzione di migranti. Ma oggi, la prospettiva del Partenariato appena avvitao tra l’Unione Europea e il Governo monarchico del Marocco apre ad un avanzamento nel ruolo di gendarme per conto dell’Unione Europea, e la necessità di strutture per il concentramento di migranti da espellere oltre frontiera si pone anche su un piano economico. Il Governo del Marocco si sta probabilmente preparando a non far ricadere le spese di tutto quanto solo sulle proprie finanze.

Neva Cocchi, Melting Pot Europa

Intervista a Said Tbel, AMDH Marocco