Porto Empedocle – Cambiare le leggi guardando gli occhi di quei bambini

In una domenica di sole, a Porto Empedocle sfilano gli orrori del mondo

Il presidio di associazioni e realtà cittadine, di rappresentati delle comunità etiopi ed eritree, ancora una volta riunite sotto l’unico nome di Rete Antirazzista Siciliana era partito all’alba per raggiungere Porto Empedocle in risposta all’appello che da qualche giorno chiedeva “a tutte le persone che hanno provato dolore e rabbia davanti alla strage di Lampedusa” di “trovarsi pronti a partire quando sapremo la data” dell’arrivo delle salme del naufragio del 3 ottobre. Per accoglierle in un abbraccio collettivo, e per pensare insieme a come combattere perché non accada mai più (…) Perché la memoria non sia un mero esercizio sentimentale, ma un monito che dia nuova forza al nostro essere insieme e senso nell’ immaginare un futuro differente”.
Lo striscione bianco con la scritta rossa “Sangue Nostrum”, era stato aperto sulla banchina del porto in attesa delle bare fino dalle prime luci della mattina. E invece, la nave militare Libra che alle otto è approdata in porto, non portava con sé i “sommersi” di Lampedusa, ma i “salvati” dell’ultimo naufragio di venerdì in acque maltesi.
Tutti seduti sul ponte, ché è pur sempre una nave militare, e a prescindere dalla buona volontà del suo equipaggio, non è strutturata per trasportare centinaia di civili per viaggi di ore.

Nessuno di coloro che erano su quella banchina arroventata di sole già così presto, era preparato a vedere quello che tutti dovrebbero invece, almeno una volta nella vita, trovarsi di fronte.

L’abisso dentro gli occhi di alcuni bambini piccolissimi. Il terrore. La guerra. La fuga. Forse il ricordo di una madre che ha appena il tempo di prendere un vestito in più e di scappare affidandosi a quelle poche possibilità di sopravvivere al viaggio, perché restare a casa significa non avere nessuno scampo. E prendere i bambini, rassicurarli, abbracciarli per fare vedere loro il meno possibile. Camminare e nascondersi e poi arrivare fino al mare. Avere paura di quella barca troppo piccola, con troppe persone. Ma salirci lo stesso, perché indietro non si può tornare, perché non c’è nessun posto dove tornare indietro.

E poi la paura che diventa realtà, qualcuno spara sulla barca, sono i libici che hanno aspettato per attaccarli che tutti i profughi fossero a bordo, forse in un amarcord del passato recente in cui l’Italia aveva formalmente demandato a loro la difesa delle sue frontiere a tutti i costi: vivi o morti non importa, purché stiano lontani dall’Europa. Qualcuno è ferito, qualcuno muore così, a viaggio in mare appena cominciato. Chi si salva naufragherà presto, perché su una barca con centinaia di persone basta un’emozione, una paura che agita tutti, e ci si può capovolgere, finire nel mare. Tanti non sanno nuotare, il mare, loro, non l’avevano mai visto. E i bambini, soprattutto i bambini non possono farcela. La partita con la sorte è perduta. Si è giocata la sola possibilità di vederli crescere e vivere, ma questo gioco ha regole troppo crudeli, stratificate da decenni di politiche migratorie che in queste vite hanno visto solo un pericolo da cui difendersi.

“Noi non abbiamo gli strumenti per salvarli tutti”, dice A., della Guardia Costiera, mentre avanzano le operazioni per lo sbarco dei primi profughi. “a volte arriviamo vicino alle coste libiche per nostra iniziativa, quasi senza gasolio, perché abbiamo paura per loro”. Parla sottovoce dell’assurdità delle regole cui a volte si deve obbedire, ma poi cala il silenzio e ognuno tace.

Lui è piccolissimo, e ha addosso una maglietta da adulto, bianca e sdrucita. Continua a piangere, aggrappato con tutte le sue forze al militare che lo abbraccia, che cerca di sorridere, che non ci riesce. Si aggrappa a quello sconosciuto come era aggrappato ai corpi dei suoi genitori quando lo hanno salvato, mentre altri piccoli invece annegavano da soli.

Lui come altri tre bambini di meno di due anni, rimasti adesso orfani, con le mani piccole che si aprono in un saluto. “Loro sono ancora vivi” è un pensiero che non calma il dolore.
Guardando i loro occhi si dovrebbero ricostruire le politiche migratorie italiane ed europee. E si troverebbe allora un’unica risposta: bisogna andare a prenderli, bisogna costruire per loro una strada sicura, quel canale umanitario che li salvi dalla guerra ben prima che sia necessario limitarsi a sperare di riuscire a salvarli almeno dal mare. Bisogna riconvertire le spese destinate al controllo e alla difesa per strutturare l’accoglienza.

Guardando i loro occhi e pensando a quelli chiusi dei bambini andati in fondo al mare, si dovrebbero definire i “dettagli” della “missione militare umanitaria” annunciata da Letta.

Non è patetico, scriverlo è un estremo atto di fiducia in quel che di buono esiste negli esseri umani. Un estremo atto di fiducia in quella parte di persone che si chiede come sia possibile, di fronte a queste storie, costruire una manifestazione razzista che vuole “gli immigrati a casa loro”. O dire che sarebbe ideologico cambiare adesso la Bossi Fini, o ancora che il problema è che “i giudici non la sanno applicare”, con la coscienza sporca di chi sa che questa legge ha solo permesso lo sfruttamento di milioni di persone sul mercato del lavoro e la strumentalizzazione dell’arrivo dei profughi per creare la legittimità politica necessaria a farlo.
Ma la lunga domenica di Porto Empedocle non si conclude con i quattro pullman pieni di persone che salutano sgomente e incredule, fortissime e distrutte da ciò che hanno vissuto, e con il loro arrivo al centro di prima accoglienza e soccorso che si trova all’interno del porto, poco più che una grande palestra, ché poi ci si chiede perché avvengano fughe come quelle di centinaia di profughi siriani dal Palasport di Catania.

Su quella banchina, nel corso di quella giornata, sembrano sfilare gli orrori del mondo.
Alle quattro del pomeriggio arriva un’altra nave, quella annunciata e attesa, quella delle salme. 150 bare. Quattro sono bianche e piccole.
Il presidio raccolto dietro quell’unica frase che basta, “sangue nostrum”, è intanto diventato più grande. Quasi cento persone, tanti connazionali delle vittime. Stride la loro presenza, con il furgone grandissimo in cui le bare vengono riposte una ad una, come una merce tra le altre, come merce sono stati quei migranti quando erano in vita.

Ognuna ha un numero, solo un numero. E questo ha acuito la disperazione dei parenti rimasti ancora a Lampedusa quando le hanno viste partire così, nel terrore di non ritrovarle, nell’incertezza di dove finiranno, quelle bare e loro stessi in questo viaggio senza fine dove sembra non esistere un posto nel mondo dove potersi fermare.