di Nicola Grigion

Svizzera – Siamo tutti stranieri: il corto circuito del confine

L'Europa trema dopo il referendum svizzero.

Eritrei, marocchini, tedeschi, italiani, perfino lombardi. Il 50,3% della Svizzera ha detto di non voler più nessuno. La cavalcata referendaria dell’UDC, il partito populista svizzero che, contro tutti, ha portato avanti la campagna anti ‘”immigrazione di massa”, fa tremare l’Europa e propone immediatamente un corto circuito inimmaginabile.

Il referendum porta con sé diverse questioni. La prima, la più evidente, è quella che attiene alle spinte nazionalistiche che, non solo in Svizzera, ma in tutta Europa si stanno facendo largo. Un pensiero anti-europeo che si intreccia ormai inscindibilmente con razzismo e xenofobia. D’altronde la crisi è anche questo. Ragion per cui il problema che tutti abbiamo di fronte va molto oltre la battaglia contro l’austerity e pone immediatamente una necessità costituente: l’affermazione di uno spazio di alternativa.
Eppure, anche sul terreno degli effetti della crisi, a ben guardare la situazione elvetica, di tutto si può parlare meno che di invasione e di disastro economico. I tassi di disoccupazione sono tra i più bassi d’ Europa, nelle zone più interessate dall’immigrazione, lì dove gli “stranieri” sono un bacino di forza lavoro essenziale per l’economia, i sostenitori del referendum non hanno avuto successo, mentre proprio dove la presenza di immigrati è più bassa, il partito del SI ha fatto bottino pieno. Questo la dice lunga sulla dimensione simbolico/mistificatoria di questa battaglia referendaria e sulla posta in gioco ben più ampia che si gioca in questa vicenda. Come per la Francia e per l’Olanda, ed in parte anche per l’Italia, è intorno all’evocazione della protezione del mercato del lavoro e ad una presunta difesa dell’economia statuale che i nazionalismi trovano spazio. La retorica del confine si mischia quindi a quella della difesa nazionale rendendo qualsiasi discorso che mette in discussione l’attuale Europa senza porre che il problema dell’alternativa, immediatamente escludente. Il richiamo continuo al linguaggio delle frontiere, della protezione nazionale, dell’esclusione e dell’egoismo, non sono una variabile dell’anti-europeismo, ma la sua stessa colonna portante.
E se l’alternativa a questa Europa dell’austerity é uno spazio degli stati senza Europa, non c’è da stare tranquilli.
Libertà di circolazione, ricchezze, mercati, sono difficilmente scindibili. Parlare di libertà di movimento, di redistribuzione della ricchezza, di diritti, é tutta un’altra storia.
Insomma, la guerra ai migranti ed il discorso sul lavoro che non c’è, non sono certo cosa nuova. In Svizzera ne scopriamo però, senza mediazioni, le reali implicazioni.

Di nuovo infatti c’è l’oggetto di questa diatriba. Con la sola eccezione del nuovo segretario leghista Matteo Salvini, troppo impegnato a sfornare comunicati stampa e dichiarazioni roboanti, in molti, perfino Roberto Maroni, hanno notato una differenza non da poco nella battaglia referendaria elvetica.
Certamente lo hanno fatto i sessantamila frontalieri italiani che rischiano ora di trovarsi la frontiera, ed il futuro lavorativo, sbarrati dal meccanismo delle quote.

In barba agli obblighi internazionali in materia di asilo sottoscritti proprio a Ginevra nel 1951, il referendum svizzero impegna il governo a stabilire un tetto massimo di permessi rilasciati a chi fugge dalla guerra e richiede protezione. Allo stesso tempo, oltre ovviamente ai permessi per lavoro, verrebbero sottoposti al meccanismo delle quote anche le autorizzazioni rilasciate a chi vuole ricongiungersi con la propria famiglia. Una aberrazione. Ma tutto questo, pur gravissimo, sembra avere un carattere piuttosto residuale. Ciò che sembra più importante in questa faccenda è che tutto ciò non riguarda solo gli “invasori” nordafricani o i “disperati” subsahariani, ma per primi i cittadini dell’UE. Per la verità il dibattito era stato aperto già dal premier britannico Cameron e dalla cancelliera tedesca Angela Merkel quando solo un anno fa ponevano il problema di una crescente mobilità di cittadini UE verso Inghilterra e Germania, con forti preoccupazioni per le ricadute occupazionali dovute all’esercizio di una libera circolazione interna non selettiva.
L’Europa, che ha un bisogno vitale di mobilità interna, ha al tempo stesso da sempre la necessità di regolarne le spinte. Un vero e proprio corto circuito che la Svizzera racconta senza mediazioni.
Non è un caso che la libera circolazione sia solo l’innesco di una catena di conseguenze che investono invece la complessa sfera degli accordi bilaterali stipulati dall’Ue con la Svizzera. L’applicazione del testo del referendum potrebbe avere infatti impreviste ripercussioni su una serie di questioni strategiche che fanno guardare alla vicenda elvetica con preoccupazone. Il potenziale epicentro di un terremoto i cui effetti sono ancora tutti da scoprire, non solo per il mercato interno, ma soprattutto per lo spazio politico di negoziazione aperto proprio nel cuore di quell’Europa che sui confini e la loro funzione selettiva ha fondato gran parte della sua costruzione. Chi di confini fersice di confni perisce, verrebbe da dire.
Come l’Europa risolverà il suo rapporto con la Svizzera è un rompicapo non da poco. Ma la vera domanda è un’altra. Quale sarà infatti la risposta dell’Unione di fronte all’avanzata delle forze anti-europeiste nell’intero continente? Certo la Svizzera, rispetto ad altri paesi, per la natura eccezionale del suo “rapporto” con l’UE ha avuto ampi margini di manovra, impensabili per altri stati interconnessi ormai in maniera strutturata, anche dal punto di vista normativo e giuridico, con gli Istituti dell’Unione. Ma si tratta di un campo di tensione inedito, dagli sbocchi piuttosto incerti. Se l’Europa, a breve chiamata a rieleggere il suo parlamento, saprà fare un balzo in avanti nella costruzione di uno spazio europeo (e oltre lo spazio europeo) capace di invertire radicalmente le sue politiche di austerità e di confine, o se invece proprio per detonare la minaccia dell’avanzata nazionalistica gli Stati dell’Unione accompagneranno questi processi cercando di intensificare le politiche del confine (con la revisione degli accordi di libera circolazione interna, nuove norme ferree nei confronti dei cittadini di paesi terzi, etc, etc) è una questione più che mai aperta.

Se guardiamo alla vicenda svizzera andando oltre la retorica anti-immigrati, potremmo riuscire a capire quanto la gestione della circolazione, delle frontiere, della mobilità selettiva, sia un nodo cruciale per la ridefinizione dell’Europa, un terreno su cui siamo tutti coinvolti.
La Svizzera insomma ci fa riscoprire tutti migranti. E’ forse su questo punto che vale la pena di iniziare a ragionare per abbattere, insieme all’Europa dell’austerity, anche i suoi confini.

Carta di Lampedusa, Parte II, libertà di scelta II
La Carta di Lampedusa afferma la necessità di abrogare tutte le norme nazionali e internazionali, con particolare riferimento alla normativa europea che discende dal trattato di Schengen, che limitano la libertà di movimento, di restare e di scegliere dove vivere dei cittadini europei e di quelli provenienti dai cosiddetti paesi terzi, anche nella loro specificità di richiedenti protezione internazionale.