Pozzallo – L’ordinaria disumanità dell’accoglienza straordinaria

da un'inchiesta di Alessandra Sciurba e Letizia Palumbo

Foto di Massimo Assenza (Mostra fotografica "Sbarchi")

Per trovare il CPSA di Pozzallo è bastato avvicinarsi alla cittadina e iniziare e seguire i ragazzi africani che camminavano quasi in processione sulla strada deserta.

Dove andate?
Non lo sappiamo. È la prima volta che possiamo uscire.

Arrivati il 20 marzo a Pozzallo, nei giorni degli “sbarchi” di 2000 persone simultaneamente dalle Navi di Mare Nostrum, questi ragazzi sono rimasti rinchiusi nel centro almeno fino al 28 Marzo, data in cui li incontriamo, senza il permesso di uscire fuori.
In realtà c’è stato un unico giorno, aggiungono, in cui effettivamente sono usciti dal centro. Quello precedente, in un pullman scortato dalla polizia sono arrivati in un paese vicino che non sanno identificare, a due ore di strada. Portati in degli uffici, raccontano, gli sono state prese le impronte digitali e gli è stato messo al polso un braccialetto di plastica con un numero. Ce l’hanno tutti ancora addosso.
Solo a quel punto gli è stato dato un foglio con la fotocopia della loro foto, l’indirizzo del CPSA e lo stesso numero che li identifica, e gli è stato permesso di allontanarsi dal centro durante il giorno. Fossimo arrivate il giorno prima, non avremmo incontrato nessuno visto che l’accesso al CPSA è precluso a tutti i non autorizzati.
Raccontano di essere stati intercettati in mare e portati sulla grande nave militare italiana. Di avere dormito sul ponte, di non essere stati identificati a bordo ma di essere stati comunque separati per nazionalità prima di arrivare al porto.
Confermano tutti la stessa cosa, dicono che adesso sono rimasti in 110 a guardare per la prima volta l’Italia dalle viuzze di questo paese di mare, nella totale incertezza di quello che accadrà. Quasi tutti senegalesi e gambiani.

Cosa aspettate adesso?
Non lo sappiamo. Dicono che dobbiamo stare qui e ci daranno dei documenti.

Nessuno gli ha chiesto nulla oltre le generalità. Nessuno li ha informati della possibilità di chiedere asilo. Forse perché a prescindere dalle storie individuali si ritiene che chi viene via dal Gambia o dal Senegal non ne abbia diritto. Eppure qualcuno racconta che in Casamans ci sono disordini continui, che gli scontri sono all’ordine del giorno.

Ma non mi hanno chiesto nulla della mia storia

La testimonianza di un migrante a Pozzallo

Il pensiero che più li tormenta non è comunque, non ancora, quello del loro futuro prossimo. Vogliono solo chiamare a casa, dire alle persone che hanno lasciato indietro, ai loro genitori soprattutto, perché sono tutti giovanissimi, che sono vivi, che sono sopravvissuti al viaggio.
Nessuno fino a quel momento li ha messi nelle condizioni di farlo. È il regime dell’emergenza, della straordinarietà, che impedisce a queste persone di compiere anche gesti che sembrerebbero così scontati.
Avvertire a casa dopo un lungo viaggio, per esempio, dire alla propria madre, alla propria moglie, al proprio fratello, che avranno di sicuro gli occhi pieni delle centinaia di naufragi degli ultimi anni nel Mediterraneo, che ce la si è fatta. A quanto pare, al CPSA di Pozzallo, indipendentemente da quanto possa durare la permanenza, che non dovrebbe mai comunque superare le 72 ore, non vengono distribuite schede telefoniche.
Dai nostri telefoni mandiamo in Gambia e in Senegal dei messaggi tutti uguali:

je suis bien arrivé, je suis en Sicile, Italie. Je ne peux pas vous apeller, c’est le portable d’une passante.

I am alive. I am in Sicily, Italy. It’s the telephone of a girl passing by. Don’t call it.

La testimonianza di un migrante

Dopo avere inviato i messaggi sono più tranquilli. Il resto verrà dopo.
Forse verranno respinti. Forse finiranno in uno dei nuovi CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) che si stanno diffondendo ovunque in Italia. 16 nella sola provincia di Ragusa. Situati in ex conventi, ospizi, bed and breakfast. Occasioni di lavoro improvvisato per un territorio in crisi.

Chiara Montaldo, coordinatrice del progetto di Medici Senza Frontiere in Sicilia abita da poche settimane a Pozzallo. Il mandato originario del suo presidio era quello, da un lato, di fornire supporto medico durante gli “sbarchi” e nel CPSA subito dopo e, dall’altro, di collaborare con gli ambulatori ENI ed STP della Provincia. Hanno avuto un bel lavoro da fare, dice Chiara, in questi primi mesi del 2014 in cui sono arrivate 10.000 persone via mare (nello stesso periodo dell’anno scorso erano state 700).
Ma non sono solo i numeri a rendere difficile il loro intervento. Chiara parla di “una continua gestione emergenziale che non ha più senso di esistere”.
Il nuovo sistema resta per molti versi incomprensibile. Di quello che accade sulle navi prima del loro approdo ai porti di Augusta o Pozzallo non si sa quasi nulla.
Certo, chi scende dalle imbarcazioni di Mare Nostrum, spiega Chiara, è in condizioni migliori di chi, solo fino a qualche mese fa, arrivava a Lampedusa, anche se all’ultimo sbarco erano inspiegabilmente tutti affamatissimi dopo che la nave era stata giorni in mare per raccogliere le persone di 13 imbarcazioni abbattendo in questo modo i costi. In ogni caso, si riscontrano meno patologie da viaggio, ma, soprattutto nel caso dei subsahariani, degli eriteri e dei somali, la sofferenza del viaggio precedente è tatuata sul corpo di ciascuno di loro.

Raccontano storie di lunghe detenzioni nelle carceri libiche, hanno segni di tortura ovunque, riportano scabbie incredibili, perché non curate per mesi e diversi tipi di traumi. Quando li vedi scendere, questi ragazzini anche giovanissimi, gli chiedi sempre come stai e loro sorridono felici di essere arrivati in Italia. Poi gli chiedi della Libia, e gli si svuota lo sguardo.

Dopo lo “sbarco” il loro destino dipende dai numeri. Se arrivano in meno di 200 vanno tutti al CPSA di Pozzallo.
Quelli che rifiutano di farsi identificare, specie gli eritrei, più consapevoli del funzionamento del sistema Dublino, vengono solitamente rinciusi in una parte più piccola del centro, lontani dagli altri.
Chiara conferma che se non si viene identificati non ci si può allontanare dal centro. Ma i ragazzi che abbiamo incontrato a Pozzallo non avevano fatto nessuna resistenza all’identificazione. La loro reclusione è dipesa da ritardi logistici tutti italiani.
Quando ci sono numeri superiori, invece, vengono disseminati sul territorio. Altri centri vengono aperti nei dintorni per qualche giorno, come nel caso di una struttura, a Comiso, che è stata utilizzata in emergenza dopo l’ultimo grosso “sbarco”, alla quale sono state montate in appoggio diverse tende della protezione civile. Molti vengono trasferimenti in altre regioni d’Italia dall’aeroporto della stessa cittadina.
Chi fa richiesta di asilo finisce nei Cara o nei Cas, e su questi ultimi luoghi, fuori dal mandato originario, si sta concentrando parte del lavoro di MSF. Aperti a causa del collasso dei CARA su invito ministeriale alle Prefetture, il loro funzionamento è ancora una volta dettato dall’”emergenza”. Lo stesso fatto che l’appalto vada di tre mesi in tre mesi non spinge i gestori (cooperative dalla più svariata natura) ad apportare miglioramenti alle strutture o agli operatori.
Quelli supportati da MSF sono spesso carenti rispetto ai servizi forniti. Non ci sono presidi sanitari, ad esempio, e l’iscrizione al SSN è spesso molto lenta a causa di una complessa burocrazia. Funzionano come una specie di SPRAR, ma senza i inclusi invece nel capitolato dei centri regolamentati. E infatti per i CAS un capitolato non esiste, ma solo dei requisiti logistici minimi, verificati, nel caso di Ragusa da una commissione formata da vigili del fuoco e altri specialisti.
Con la diffusione a macchia di leopardo di questi luoghi – chiunque in pochi giorni può aprirne uno – del resto, il controllo capillare appare difficilissimo da garantire. Molto spesso gli “ospiti” hanno non solo problemi di salute fisica, ma anche mentale, e chi lavora nei centri non ha spesso le competenze per affrontarli.
Nemmeno su chi finisca in questi posti c’è chiarezza. L’utenza dovrebbe essere quella dei CARA. Ma il modo in cui vengono “smistate” le persone dopo gli “sbarchi” sembra procedere secondo un metodo random, piuttosto che secondo criteri certi. Chiara racconta di quando si trovava al CIE di Milo e ha visto arrivare improvvisamente un gruppo di 50 gambiani appena sbarcati pronti per essere respinti.

Le informazioni sull’asilo, del resto, dovrebbero essere fornite da Presidium, ma di operatori dell’Acnur in Sicilia ce ne sono al momento solo due che dovrebbero trovarsi contemporaneamente in tutti i luoghi in cui il loro supporto sarebbe indispensabile.
Sicuramente, i ragazzi con cui abbiamo parlato a Pozzallo provenienti dal Casamans, non ne avevano incontrato nessuno e non avevano nessuna idea del fatto di avere il diritto di chiedere una forma di protezione internazionale.
Eppure, dice Chiara, con le risorse economiche e umane dispiegate in questo momento, sarebbe assolutamente possibile mettere in piedi un’accoglienza decente.

Lo penso tutte le volte che sono in banchina e vedo noi, la protezione civile, la polizia, i carabinieri, presidium, la croce rossa. Ma la gestione è assolutamente scoordinata e mai lungimirante.

Anche noi facciamo fatica a svolgere il nostro lavoro. a volte veniamo trattati come chi sta lì a intralciare le operazioni. Abbiamo meno di 30 secondi per verificare le condizioni di salute di ogni migrante, ci viene detto di fare presto, tutte le volte, ma noi abbiamo anche delle responsabilità sanitarie

Questa gestione fatta di giorno in giorno peggiora le cose ed è molto più dispendiosa. Quando lo facciamo presente alla Prefettura loro si rivelano perfettamente consapevoli di questo, ma comunque soggetti agli ordini ministeriali. Alla fine non si sa mai di chi sia la responsabilità ultima, tutti sono ‘vittime dell’emergenza’, ma è un’emergenza voluta, costruita. Pensate solo al nome dei CAS: basta apporre l’aggettivo ‘straordinario’ per attivare un sistema di finanziamento meno controllato e passare sopra ai criteri sanitari o alla garanzia di prestare un orientamento giuridico adeguato. O pensate a quando la gente sta più di due mesi in un centro di primo soccorso come Pozzallo, assolutamente non attrezzato per questo tipo di permanenze.