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Rovereto (Tn) – Al via la caccia al profugo

Un commento sul (presunto) episodio di violenza sessuale vicino al campo profughi di Marco

Non attendevano altro i razzisti di casa nostra per attaccare i profughi presenti al campo di accoglienza di Marco a Rovereto. Il centro, gestito dalla Protezione Civile, con la collaborazione della Croce Rossa e del Cinformi, dalla sua riapertura nel marzo di quest’anno, è stato oggetto di ripetute critiche ed offensive politiche. Gli ultimi in ordine temporale, dopo i soliti gazebi dei leghisti, sono stati i militanti fascisti del Veneto Fronte Skinhead che hanno appeso uno striscione sulla cancellata per chiederne la chiusura.

Il centro di seconda accoglienza, dopo l’emergenza nord africa del 2012, ora ospita i profughi che vengono trasferiti dal sud Italia nel contesto delle operazioni di Mare Nostrum.

Molti dei profughi accolti fino ad oggi, in particolare le persone provenienti dall’Eritrea, hanno usato il centro solo per qualche giorno, il tempo di riposarsi e rifocillarsi dopo un viaggio terribile fatto di svariati confini e sofferenze immani, per poi riprendere il cammino verso altre mete forse più ospitali e accoglienti dell’Italia. Tanti in questo sfidare la sorte e provare ad oltrepassare le barriere delle fortezza europea hanno perso gli amici e i propri cari, alcuni, più temerari o ingenui, hanno deciso di portare in questo contemporaneo esodo i propri figli piccoli. Ognuno di questi uomini, ognuna di queste donne portano con sé la propria unicità in storie accomunate dalla ricerca di speranza e felicità, dal desiderio di costruire una vita migliore.

C’è da dire che il centro è gestito bene, da un punto di vista sanitario vengono visitati e seguiti, gli operatori e le assistenti sociali del Cinformi cercano di raccogliere le loro storie e capire i loro bisogni, le persone possono uscire, la rete di volontari è attiva, anche se alcuni aspetti possono essere migliorati: gli operatori presenti per il numero di persone accolte attualmente sono pochi, le giornate sono lunghe da far passare e l’inattività e la noia non aiutano a superare i traumi del viaggio e i possibili squilibri e le fragilità che molti portano con sé come un pesante fardello. Alcuni di loro sicuramente hanno sofferenze psichiche non facili da individuare se non dopo un periodo di osservazione fatto da professionisti preparati.

Da questo campo probabilmente (nel momento in cui scrivo non è ancora certo se lo stupratore è tra i migranti accolti a Marco) arriva l’uomo che ha violentato venerdì notte una giovane donna della zona. Questo terribile episodio ha fatto partire il classico linciaggio mediatico e le prese di posizione populiste. Per una volta il direttore de l’Adige ha deciso di non lasciare spazio ai commenti sul suo sito; evidentemente sono numerosi i toni da caccia alla streghe e da nostalgici del ku kux klan. Sui social netwok, senza moderazione nei commenti, si ha un assaggio del clima repressivo e violento da tastiera. Nessuno dei troppi istigatori all’odio si nasconde nell’anonimato, anzi, metterci la faccia almeno su facebook è diventata una nuova gara di coerenza brutale: una mamma, in preda a deliri bossiani, chiede la pubblica impiccagione e auspica che i prossimi barconi vengano affondati a cannonate, il volontario dei vigili del fuoco di Gardolo – quello con il profilo pieno zeppo di allusioni sessiste e machiste – farebbe saponette di tutti i profughi ospitati a Marco.

Non stupisce perciò che lo stupro, questo orribile atto di violenza, non solleva un generale sentimento di vicinanza umana e solidarietà alla vittima, non interroga la nostra società e la politica nella necessità di lavorare a fondo per scardinare in tutte le culture il predominio machista e una visione primitiva della donna – corpo – oggetto, ma diviene il pretesto per prendersela con tutti i profughi e richiedere la chiusura del campo di Marco.

Se non stupisce che la chiusura e il rimpatrio immediato di tutti i profughi venga richiesto dalla destra o dalla Lega, attraverso comunicati volutamente conditi da falsità economiche, per un tornaconto di visibilità e per riempire il vuoto di proposta politica che hanno prodotto in decenni di governo, fanno riflettere le prese di posizioni della sezione roveretana del PATT e del Sindaco Miorandi del PD. I primi, che governano la Provincia nella coalizione di centrosinistra-autonomista, rincorrendo gli istinti più populisti della propria base, scrivono che “la misura è colma” e se la prendono con gli immigrati: Baratter, consigliere provinciale e storico, scrive che Rovereto è invivibile per la presenza degli extracomunitari e parla di “invasione”. Richiede, come spesso fanno i politici con poche idee, maggiore presenza delle forze dell’ordine e maggiore sicurezza.

Sulla stessa linea il Sindaco Andrea Miorandi, che se da primo cittadino è giusto che tuteli ed abbia a cuore la tranquillità di tutta la comunità e si preoccupi seriamente per i suoi concittadini, non si capisce perché chieda la chiusura del campo. Da lui, una persona solitamente intelligente che politicamente è stato attivo nel Social Forum nel post Genova, sarebbe stato auspicabile un ragionamento meno banale e più riflessivo. Che senso ha chiudere il campo e punire tutti i profughi ospitati? Perché invece non aprire un dibattito e capire come potenziare l’accoglienza e superare il prima possibile l’ospitalità del campo di Marco e prevedere altri luoghi con meno persone e dislocati in diverse zone della Provincia?

Una delle poche voci fuori dal coro è della donna vittima della violenza: nelle sue parole, pubblicate dai giornali, si chiede giustizia e attenzione affinché non capiti mai più, ma da lei non trapela nessun odio e nessuna generalizzazione dei migranti accolti.

Il campo di accoglienza può mantenere una qualità di vita, e quindi di sicurezza, se si potenzia la presenza degli operatori, se si mettono delle regole chiare, se, come è avvenuto per le prime persone ospitate, dopo poco tempo si trova un’accoglienza alternativa, più a misura di uomo e maggiormente progettuale. Senza scimmiottare la Lega e senza dimenticarsi che le situazioni si gestiscono con la buona politica e la rete formale ed informale di persone sensibili e attive.

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Stefano Bleggi

Coordinatore del Progetto Melting Pot Europa.
Mi sono occupato per oltre 15 anni soprattutto di minori stranieri non accompagnati, vittime di tratta e richiedenti asilo; sono un attivista, tra i fondatori di Libera La Parola, scuola di italiano e sportello di orientamento legale a Trento presso il Centro sociale Bruno, e sono membro dell'Assemblea antirazzista di Trento.
Per contatti: stefano.bleggi@meltingpot.org