da Ticinonline

Svizzera – Donna siriana respinta perde il figlio: “Ci hanno chiusi in una stanza, la mia bambina è sulla coscienza della Svizzera”

Parla il marito della donna incinta respinta alla frontiera: "Ci hanno detto 'Fate silenzio e non rompete le scatole'"

Riportiamo la sconcertante notizia, pubblicata dalla stampa elvetica, del respingimento di una donna siriana alla frontiera con la Svizzera che ha poi perso il figlio in grembo al settimo mese. Questo gravissimo fatto ci riporta ancora uan volta agli occhi la violenza delle frontiere interne all’Europa che i migranti sono costretti ad attraversare “clandestinamente”. Inoltre riporta l’attenzione sull’efferratezza e l’illegittimità delle pratiche di controllo alla frontiera della Svizzera, già denunciate con il No Borders Train, dello scorso 21 giugno

Sul piccolo feretro bianco di Sara – doveva chiamarsi così e così sarà battezzata, sulla piccola tomba nel cimitero di Domodossola – incombono le domande. Quelle del padre: “Ritengo la Svizzera responsabile: se mia moglie avesse ricevuto le cure necessarie, forse ora…”. Quelle delle guardie di confine, che sull’incidente medico hanno aperto un’inchiesta mercoledì. Ieri, nel capoluogo ossolano si è svolto il funerale della bambina mai nata (vedi le foto nella gallery). Oggi le lacrime del marito della 22enne siriana, incinta di 28 settimane e respinta due volte tra Svizzera, Italia e Francia, fino a perdere il bambino, arrivano da questa parte del confine.

“Questa cosa dovrà essere appurata dalla magistratura: nella stazione di Briga siamo stati chiusi in una cella, mia moglie continuava a perdere sangue, le si sono rotte le acque: chiedevamo aiuto ma niente, neanche un’infermiera” racconta l’uomo, ancora sotto choc. “Fate silenzio e non rompete le scatole” avrebbero risposto le guardie di confine alle richieste della famiglia. La donna, racconta il marito, “non riusciva a reggersi in piedi: abbiamo chiesto una sedia a rotelle e ci hanno detto, di nuovo, di stare zitti. Ho dovuto caricarla sul treno con le mie braccia”. Respinta a Domodossola, da dove era partita, la famiglia di profughi è stata trasportata d’urgenza all’ospedale ossolano, ma era troppo tardi: la bambina era già morta. Un altro figlio della coppia, di 2 anni, è stato ricoverato con 40 di febbre, vomito e diarrea.

Lo sfogo: “Pensavo che la Svizzera fosse un Paese civile, fuggiamo dalla morte e dalla guerra, cercavamo solo accoglienza. Invece sono stati calpestati i miei diritti, quelli di mia moglie e di questa bambina che non è potuta mai nascere” si sfoga l’uomo.

I legali della coppia fanno sapere di stare “valutando al momento quali azioni legali intraprendere”: una possibilità presa in considerazione è il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Dalla loro, avrebbero anche un video girato con il telefonino di un membro della famiglia. “Il mio – fa sapere il padre della piccola Sara – mi è stato sequestrato dalle guardie di confine svizzere”.


Il caso di una migrante siriana preoccupa il Corpo delle guardie di confine svizzere (Cgcf) e un’interrogazione è stata presentata anche al Parlamento italiano. Durante un’operazione di rinvio la donna non sarebbe stata assistita e a Domodossola ha perso il bimbo che aveva in grembo. Sul caso il Cgcf ha aperto un’inchiesta.

Interrogato sull’accaduto, il responsabile del corpo delle guardie di confine Jürg Noth ha affermato di aver “avuto conoscenza di un incidente medico avvenuto in un ospedale di Domodossola al termine di un’operazione di rinvio. Sul caso ho immediatamente aperto un’inchiesta”, ha aggiunto.

La donna faceva parte di un gruppo di migranti che il 4 luglio scorso era partito in treno da Milano diretto a Parigi. Al confine con la Francia è stata respinta e affidata alle autorità svizzere per il rinvio in Italia. In Svizzera, durante il tragitto di ritorno la donna, incinta di sette mesi, avrebbe avuto forti perdite di sangue. Il marito che era con lei ha affermato alla televisione di aver più volte chiesto aiuto, ma le autorità svizzera non avrebbero reagito. Al suo arrivo a Domodossola, la siriana si è accasciata ed è stata soccorsa e ricoverata in ospedale dove il bimbo è nato morto.

Il medico italiano che l’ha curata ha criticato le autorità elvetiche e in particolare ha affermato alla televisione che “se la donne fosse stata aiutata in Svizzera si sarebbe potuto evitare la disgrazia”.

Dal canto suo Jürg Noth ha affermato di essere “molto colpito” e ha espresso ai familiari della donna il suo rammarico per l’accaduto.

Durante il tragitto di ritorno tra Vallorbe (VD) e Domodossola, la responsabilità del gruppo di rifugiati era delle guardie di frontiera svizzere, ha precisato Noth a “10vor10”. Adesso sarà fatta luce sulla vicenda e si dovrebbe saperne di più alla fine della settimana.

In Italia intanto il caso è finito il Parlamento: il deputato Enrico Borghi (Pd) ha reso noto di aver presentato un’interrogazione al ministro dell’Interno, Angelino Alfano, affinché sia fatta luce sulle responsabilità e sull’attuazione delle norme internazionali.