Presentato il Dossier Immigrazione 2014 “Dalle discriminazioni ai diritti”

Un' importante raccolta di dati contro disinformazione e pregiudizi

Oggi, ancora più che in passato, viviamo una fase nella quale le questioni relative all’immigrazione e quindi le vite stesse dei migranti sono preda di retoriche politiche e mediatiche il cui scopo è agire sulle paure e l’individualismo dei cittadini e lucrare – sia in termini di voti che di guadagni – sulla pelle di chi proviene da un altro paese.
In questo triste e preoccupante panorama due sono le voci che vengono più spesso messe a tacere da chi promuove i discorsi su “sicurezza”, “degrado”, “pericolo”, “invasione”, ecc. Sono le voci dei protagonisti – e in questo caso anche vittime – e cioè i migranti stessi e sono le voci della realtà, realtà che è spesso espressa in maniera molto efficace da dati e numeri. Due voci e due linguaggi – quelli delle esperienze individuali e sociali di chi è arrivato in Italia e quelli delle statistiche – tra loro complementari e accomunati dal vivere una condizione di oblio nel dibattito pubblico. Perchè, come sappiamo bene, quando si parla di immigrazione e diritti, la realtà è volutamente messa da parte perchè non fa notizia, non porta voti, non produce paure.

Ma la realtà esiste e quella fatta di numeri e dati è ben esposta ed articolata nel Dossier Statistico Immigrazione – Rapporto UNAR 2014 che è stato presentato questa settimana a Venezia in contemporanea con le altre città italiane. Un dossier intitolato “Dalle discriminazioni ai diritti” che contiene informazioni sicuramente utili per avere una panoramica ampia e aggiornata sulle tematiche relative all’immigrazione. Un dossier che smentisce molti luoghi comuni e menzogne tanto di moda in Italia.

Iniziamo dai dati generali. In Italia la popolazione immigrata residente è composta da 4.922.085 persone mentre la popolazione immigrata con regolare permesso di soggiorno è stimata in 5.364.000 unità (8,8% sul totale della popolazione). I residenti sono distribuiti in gran parte nel Nord Ovest (34,6%), nel Nord Est (25,5%) e nel Centro Italia (25,4%). Tra i non comunitari prevalgono africani (30,8%) e europei (30,5%) e le prime cinque nazionalità per numero di residenti sono Romania, Albania, Marocco, Cina e Ucraina.
I minori non comunitari sono quasi un quarto di tutti gli immigrati residenti (23,9%) e solo nel 2013 ci sono stati quasi 80.000 “nati stranieri”. In totale ci sono 415.182 minori nati e cresciuti in Italia ma considerati dalla legge (e spesso anche dalla società) come “stranieri”. Dati eloquenti che dimostrano, una volta di più, quanto sia necessaria una legge a favore dello ius soli che metta fine alla distinzione tra minori (e cittadini) di serie A e di serie B. Altro dato preoccupante è relativo all’incidenza dei liceali sul totale degli alunni di scuola superiore, elemento che testimonia un continuo processo di “svalutazione” dei minori immigrati: solo il 20,6% degli studenti immigrati frequenta un liceo a fronte del 43,7% degli italiani. Questo dato, insieme ad altri legati al mondo lavorativo che vedremo in seguito, ci dice che ancora oggi l’accesso a certi percorsi scolastici e quindi ad alcune professioni maggiormente qualificate è molto più arduo per i non italiani.

Passando all’ambito lavorativo, nel Paese della legge Bossi-Fini e della frase “gli immigrati ci rubano il lavoro” le cifre ci offrono una visione ben diversa da quella mainstream.
Il dato più rilevante in questo ambito riguarda il contributo degli immigrati all’economia italiana. Tra entrate e spesa pubblica c’è infatti un saldo positivo di 3,9 miliardi di euro (16,5 miliardi di euro di entrate per lo Stato a fronte di 12,6 miliardi di euro di spese). Lungi dunque dall’essere un “problema”, i cittadini immigrati col loro lavoro contribuiscono allo sviluppo economico (oltre che sociale e culturale) di un Paese, l’Italia, sempre più vecchio e le cui principali voci di spesa sono, di conseguenza, quelle delle pensioni e della sanità. Grazie al lavoro dei “non italiani” si possono dunque pagare le pensioni degli italiani. Le stime affermano che senza la presenza della popolazione immigrata fra trent’anni l’Italia avrà 10 milioni di abitanti in meno e una popolazione con un’eta media altissima.
Poi spiccano due dati: il tasso di disoccupazione (17,3% per gli stranieri e l’11,5% per gli italiani) e il fatto che, a fronte di un’incidenza del 10,5% degli immigrati sul totale degli occupati, l’incidenza sugli infortuni nel lavoro è del 14,6% (che tradotto vuol dire che i lavoratori immigrati vengono meno tutelati e più sfruttati). A questo si aggiunge la condizione di discriminazione e mortificazione delle esperienze e delle competenze dei lavoratori immigrati: il 12,3% di loro è infatti sottoccupato (lavora meno di quanto può e vuole) a fronte del 4,5% degli italiani e il 41,1% di loro è sovraistruito (possiede titoli e competenze più elevate del lavoro che svolge) rispetto al 19,9% degli italiani. Il tutto si rispecchia nelle retribuzioni nette mensili che presentano un gap notevole tra italiani e non italiani: per i primi 1.313 euro, per i secondi 959 euro. A cio va aggiunto il fatto che esiste nel nostro Paese una differenza enorme del tasso di tenuta occupazionale che misura la continuità lavorativa (cioè l’assenza di licenziamenti, dimissioni o mancati rinnovi dei contratti negli ultimi 12 mesi): la differenza a svantaggio dei nati all’estero è di ben 20 punti (51 contro i 71 dei nati in Italia). E tutto questo senza considerare tutte le forme di neo-schiavismo e di sfruttamento della manodopera dei migranti, soprattutto quelli senza regolare permesso di soggiorno, in tutti i settori, agricoltura in primis (un settore la cui ricchezza, come si dice nel dossier stesso, è “fondata sulla violazione dei diritti”).

Altro settore cruciale è quello dell’alloggio e anche qui numerose sono le discriminazioni, aumentate notevolmente con la crisi. Affittare una stanza o un appartamento è sempre più difficile per chi non è italiano: le compravendite annue di abitazioni da parte di immigrati sono passate da 135.000 del 2007 a 40.000 nel 2013 con un crollo più marcato rispetto agli italiani. Le cause sono molteplici: dai pregiudizi (il classico “non si affitta a stranieri”) alla richiesta di canoni “maggiorati” per i non italiani, dalla pretesa di avere un numero altissimo di mensilità anticipate alla richiesta di un garante italiano fino alla progressiva creazione di quartieri “per immigrati” e quartieri “per italiani”. Un dato significativo in tal senso concerne il costo medio annuo di affitto al mq (ponderato pro capite): 115 euro per i non italiani, 97 euro per gli italiani.

Ma razzismo e discriminazioni per chi è considerato “straniero” sono ovunque. Soltanto i casi di discriminazione segnalati a UNAR sono stati nel 2013 1.142 di cui il 68,7% su base etnico-razziale con una predominanza del razzismo mediatico (un terzo delle segnalazioni). Proprio ai mass media sono dedicati alcuni paragrafi del dossier tra cui uno dell’Associazione Carta di Roma. Dai dati del loro lavoro di monitoraggio dei principali organi di informazione emerge come l’immigrazione venga trattata in gran parte nella cronaca (23,8% dei casi), nel dibattito politico in generale e sulle politiche dell’immigrazione in particolare (12,4% e 23,1%). In altri termini parlano di immigrazione e di immigrati solo i politici (spesso con derive xenofobe e securitarie) oppure i giornalisti che si occupano di cronaca (soprattutto nera) sempre pronti a sbattere in prima pagina reati che sono (o sarebbero) stati commessi da immigrati. Pochissimo spazio viene dato invece dalle principali testate alle “buone pratiche” (solo il 6% delle notizie), agli argomenti culturali (3,5%) e al lavoro (5%). Non stupisce in fatto di dati quello riguardante il numero di articoli sull’immigrazione pubblicati da “La Padania”nel 2013: 787 (seconda testata nazionale per numero di articoli sul tema).
Anche sul web si sta espandendo l’ondata di disinformazione e xenofobia. Come ribadito nel dossier all’interno del paragrafo redatto da Lunaria (sintesi del “Libro bianco sul razzismo in Italia”), sono sempre più frequenti i casi di “bufale” inventate ad hoc per scatenare l’odio verso i migranti così come proliferano liberamente siti xenofobi e islamofobi alcuni di chiara matrice neofascista (voxnews.info, resistenzanazionale.com, imolaoggi.it, ripuliamolitalia.altervista.org, tuttiicriminidegliimmigrati.com, ecc…). Siti segnalati più volte sia a UNAR che alla Polizia Postale ma mai oscurati o sanzionati.

E mentre numerosi mass media e siti internet proseguono le loro crociate atte a criminalizzare gli immigrati, proprio i dati sui crimini adeguatamente analizzati smentiscono l’equazione tanto sbandierata da media e politica “criminalità=immigrazione”. In primo luogo, se per alcune fattispecie di reato l’incidenza della popolazione immigrata è maggiore (ad esempio furti e rapine) per altre, molte delle quali più gravi, è bassa (attentati, omocidi colposi, associazione per delinquere). In secondo luogo, lo stesso tasso di incidenza è opinabile perchè rilevato solo sui cittadini immigrati residenti e quindi è sovrastimato (ad esempio in Italia è stato calcolato che almeno 50 milioni di persone l’anno effettuano uno o pochi pernottamenti). Mettendo un attimo da parte le statistiche, vanno aggiunti anche alcuni innegabili elementi come l’ethnic profiling, vale a dire la predispozione da parte delle forze dell’ordine a concentrare maggiormente i loro controlli e le loro “attenzioni” verso le persone che presentano tratti fisici “differenti” o, come rilevato nello stesso dossier, il fatto che spesso alcuni immigrati come i venditori di merce contraffatta o di sostanze stupefacenti sono l’ultimo tassello di una scala che ai suoi vertici ha spesso organizzazioni in parte o del tutto gestite da italiani. Inoltre si evidenzia una costante discriminazione e cioè il fatto che i cittadini immigrati sono, rispetto agli italiani, maggiormente sottoposti alla custodia cautelare e hanno meno possibilità di usufruire di misure alternative alla detenzione (trattamento applicato in particolare a coloro non in possesso di regolare permesso di soggiorno sancendone praticamente, con l’impossibilità di un reinserimento, la totale esclusione sociale ).

Altri dati, a livello sia nazionale che internazionale, smentiscono palesemente la teoria dell’ “invasione” dei cosiddetti “profughi”. Il 90% dei rifugiati nel mondo vive nei paesi del “Sud”; i migranti denominati “irregolari” sono una ridottissima percentuale (in Italia come nel mondo) e sono vittime di normative e sistemi repressivi che impediscono loro una regolarizzazione;i principali paesi di accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati sono Pakistan (1.600.000), Iran e Libano (circa 850.000) e il primo paese europeo è la Germania con 323.000 (l’Italia ne ha 91.000, lo 0,1% della popolazione ed è in questa classifica il 14esimo paese europeo).

L’Europa si conferma anche terra di respingimenti e violazioni dei diritti: nel 2013 i paesi dell’UE hanno respinto alla frontiera 327.255 migranti e altri 471.780 sono stati intimati di espulsione (e quasi la metà di loro effettivamente espulsi). Altra vergogna è quella dei CIE, così come descritto nel dossier 2014 da MEDU (Medici per i Diritti Umani) nella sintesi del loro rapporto “Arcipelago Cie”. I Centri di Identificazione ed espulsione sono definiti da MEDU “luoghi congenitamente incapaci a garantire il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali della persona”.

Chiudiamo questa breve rassegna di dati e informazioni con un “capovolgimento”della questione. Quanti sono gli italiani che emigrano? In totale ci sono circa 4.500.000 italiani residenti all’estero e tra il 1990 e il 2013 ne sono emigrati 2.400.000, 600.000 negli ultimi 6 anni e in particolare nei due anni di inizio della crisi. Gli italiani emigrano sempre più dalle regioni del Centro-Nord (Lombardia, Veneto, Lazio e Piemonte) e vanno via dall’Italia perchè nel nostro paese ci sono 3.200.000 persone che cercano lavoro e 2.500.000 giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano né studiano (e questo, come abbiamo visto sopra, non sicuramente a causa dei cittadini immigrati, i quali svolgono lavori che molti giovani italiani non farebbero).
Quindi anche noi italiani stiamo tornando sempre più ad emigrare ma nelle retoriche, cosparse di forme più o meno esplicite di nazionalismo, l’ “emigrante” italiano è sempre migliore dell’ “immigrato” non italiano. Il primo è legittimato a muoversi e magari ad esportare la sua (presunta) “italianità”, il secondo deve essere respinto, emarginato o al massimo deve assimilarsi al più presto dimenticando tutto ciò che lo lega al proprio paese d’origine.

L’augurio è che questi dati – insieme a molti altri e insieme alle testimonianze e alle vite di chi lotta per avere voce e diritti – possano invece togliere quell’oscuro velo di ignoranza e disinformazione fondato sulla negazione della realtà e aiutino a farci riflettere sul fatto che l’unica invasione cui stiamo assistendo è quella della paura e del razzismo.