Mediterraneo: partire dalle storie dei migranti per capire i fatti. Intervista ad Andrea Segre sul documentario “Come il peso dell’acqua”

Nel Canale di Sicilia si continua a morire

di Chiara Spadaro

Il 3 marzo 2015, 10 migranti sono morti e 121 sono stati messi in salvo in seguito al ribaltamento di un’imbarcazione nel canale di Sicilia. In tutta la giornata, la Guardia costiera ha svolto 7 operazioni di soccorso a circa 50 miglia a nord della Libia, nelle quali sono state messe in salvo 941 persone. 439 di loro, oltre alle vittime, sono in questo momento in viaggio verso il porto di Augusta.

Dopo l’ennesima strage di migranti nel nostro mare, pubblichiamo un’intervista che la redazione di Melting Pot ha fatto qualche giorno fa con il regista Andrea Segre, incontrato nell’ambito della rassegna “Cose dell’altro mondo” a Chiuppano (Vi). Quella sera si presentava il documentario “Come il peso dell’acqua”, nato su richiesta di Rai3 a un anno dalla strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013, quando morirono 366 persone (oltre 20 i dispersi). Una data storica, che ancora oggi ci aiuta ad avere finalmente uno sguardo diverso, più consapevole, sulle stragi dei migranti nel mare Mediterraneo.

Andrea Segre: “Con questo lavoro che mi era stato commissionato, non volevo liberare il peso della memoria, realizzando uno spettacolo o facendo una cerimonia, ma volevo andare nella direzione opposta: un lavoro di “pedagogia sincera”, per andare insieme alla ricerca di qualcosa. Dovendo fare qualcosa con un linguaggio televisivo – che non mi appartiene -, ho chiesto aiuto a due narratori civili, Giuseppe Battiston e Marco Paolini, e a Stefano Liberti. I testi, ad esempio, sono nati solo dopo l’incontro con le tre donne protagoniste, Gladys, Nasreen e Semharla. Sono stato tre giorni con ciascuna di loro, in diversi contesti: la donna del Ghana l’ho incontrata a Castelvolturno, l’eritrea a Roma e la siriana seguendo il suo viaggio tra la Sicilia e Milano. Dopo l’ascolto di queste storie, abbiamo iniziato a lavorare ai testi del documentario. Anche in questo senso parlo di “pedagogia sincera”, perché parte dalle storie reali per avvicinarci alla comprensione dei fatti”.

Il 9 febbraio scorso la Guardia costiera italiana ha soccorso un gommone di migranti provenienti dalla Libia: 29 persone di loro sono morti di ipotermia. Quello stesso giorno, secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite, sono stati oltre 300 i migranti dispersi su altri barconi, principalmente giovani dai 18 ai 25 anni dell’Africa subsahariana.
Il 16 febbraio 2015, la guardia costiera italiana ha soccorso a sud di Lampedusa altri 2.164 migranti a bordo di 12 imbarcazioni. Ieri, 10 migranti sono morti e 121 sono stati messi in salvo in seguito al ribaltamento di un’imbarcazione nel canale di Sicilia.

Andrea Segre: “Dal punto di vista mediatico, c’è una differenza con la strage di Lampedusa del 2013: allora, abbiamo visto i corpi. Allora, abbiamo dovuto raccogliere e contare i corpi, metterli uno dietro l’altro… è stato questo che ha reso così forte l’impatto di Lampedusa 2013. È la prigionia della società dell’immagine, che ci nasconde i fatti fino a quando non li vediamo nella loro spettacolarizzazione. Anche per questo è giusto continuare a considerare il 3 ottobre 2013 una data importante.

Quel giorno il mondo ha scoperto di non sapere. Noi che da anni raccontiamo queste cose, che da anni cerchiamo di arginare la deriva xenofoba e di costruire una società dell’accoglienza, dobbiamo valorizzare quella data come il momento in cui il mondo si è accorto di una cosa che incredibilmente continuava a non sapere: che il Mediterraneo è una tomba enorme, che la storia ci chiede ancora di raccontare. Il 3 ottobre 2013, quel cimitero si è reso visibile. Ce lo dicono le stesse parole del ministro dell’Interno, Angelino Alfano, che quel giorno dichiarò: “A Lampedusa ho visto 103 corpi: una scena raccapricciante che mai avrei immaginato vedere”. Si tratta di una palese dimostrazione della noncuranza storica di quello che sta succedendo, della nostra distrazione.

Mi chiedo quanto ancora ci vorrà perché la politica capisca di dover rivoluzionare il punto di vista rispetto a quanto ha fatto fino ad ora. Devono capire che il modo migliore per ridurre la pressione migratoria – come racconta “Come il peso dell’acqua” – è lavorare sui flussi di partenza, ovvero individuare delle strade per dialogare con chi parte e capire come può viaggiare senza cadere nelle maglie del traffico. Lampedusa, il mare, i barconi sono solo la punta di un iceberg: di fronte al totale fallimento dello scopo delle politiche migratorie degli ultimi 15 anni – che era quello di fermarli – e all’aumento della pressione migratoria, ci vorrebbe il coraggio politico di dire “abbiamo sbagliato”, anziché continuare a spostare la responsabilità sui trafficanti e la pressione dei migranti.

Rispondere alle richieste di fuga e protezione con l’inefficace innalzamento di muri, ha portato solamente all’aumento della pressione migratoria e causato ancora più morti. Ci sono stati 500mila arrivi e 30mila morti in 15 anni: la politica deve ammettere il proprio fallimento e lavorare a un altro scopo, che sia diverso dal fermare i flussi migratori”.