Non possiamo fermare il flusso di migranti in Europa. La nostra unica opzione è una loro risistemazione

di Patrick Kingsley, The Guardian del 31 luglio 2015

Raramente dal 1558, quando la regina Mary la perse a favore dei francesi, Calais può dire di aver arruffato così tante piume inglesi come in questo luglio. I camionisti, turisti e gli ubriaconi (booze-runners) inglesi si sono tutti visti rovinare il viaggio da un recente incremento del numero di rifugiati che tentano di varcare la fine del tunnel del Canale (della Manica, ndr) a Calais.

Senza voler sminuire la loro brutta esperienza, è senza dubbio utile ricordare che la crisi di Calais è solo una piccola parte di un problema più grosso. Dei quasi 200.000 rifugiati e migranti che quest’anno hanno raggiunto l’Europa attraverso il Mediterraneo, solo 3.000 sono arrivati a Calais. Ciò significa che i migranti di Calais costituiscono tra l’1 e il 2% del totale delle persone arrivate in Italia e Grecia nel 2015.

Lungi dall’essere una meta preferenziale per i rifugiati, la Gran Bretagna è una delle destinazioni meno ambite del nord Europa, in particolare a differenza della Svezia e della Germania. E mentre il caos di Calais sembra essere unico nel suo genere, molti altri migranti continuano ad arrivare ogni settimana sulle coste dell’Italia e della Grecia di quanti ne possano giungere in Francia settentrionale in tutto l’anno.

Smascherare questa specie di anglo-centrismo non è un problema puramente accademico. È di cruciale importanza per capire come la crisi di Calais possa essere meglio gestita.

Le risposte britanniche al fenomeno si basano sul presupposto che questo sia un problema locale. Ciò include la costruzione di più barriere (di cui Theresa May ha proposto il ricorso), l’impiego dell’esercito (proposta di Nigel Farage) o lo smantellamento intero del campo (la soluzione predefinita adottata negli anni passati). Simili proposte presuppongono che la crisi sia un evento isolato proprio del confine anglo-francese, e che questi migranti – una volta allontanati e dimenticati – non torneranno indietro per ritentare.

Ma questi approcci di breve termine ignorano un fattore importante: i migranti di Calais sono solamente la cresta di una più grande onda globale di migrazione di massa dalla seconda guerra mondiale. Altri continueranno a percorrere la loro strada, che ci piaccia o meno. Se i precedenti sgomberi degli accampamenti dei migranti non hanno fermato il flusso a Calais, perché dovrebbero funzionare ora?

La realtà è che non esiste una soluzione immediata, o forse, semplicemente, non esiste una soluzione. Ma c’è almeno una via per gestire il problema in maniera più ordinata nel lungo periodo – se riconosceremo che Calais è il sintomo di una questione ben più grande: una crisi migratoria di scala europea, o addirittura mondiale. Essa è una crisi che può essere mitigata, ma non allo stesso tempo evitata.

Accettare la realtà è la chiave per gestirla. Il mio lavoro è di raccontare la crisi migratoria in tutte le sue forme – nel Nord Africa, in Italia, in Grecia e attraverso i Balcani. Nel corso del mio resoconto, ho intervistato dozzine di rifugiati sul perché rischino la vita per raggiungere l’Europa. La risposta più comune è questa: perché non c’è altra opzione. Molti non possono tornare a casa o, semplicemente, cominciare una nuova vita in altri Paesi del Medio Oriente o del Nord Africa. Non hanno dunque niente da perdere per venire in Europa. Ciò significa che continueranno ad attraversare il mare con dei barconi di fortuna – e una parte di loro continuerà ad accamparsi a Calais – finché non ci saranno delle modalità sicure, legali e realistiche di ricollocamento in tutta l’Europa.

I precedenti sgomberi non hanno definitivamente fermato il flusso di migranti che sono giunti a Calais negli ultimi vent’anni, perché dovrebbero funzionare ora?

Per molti, le implicazioni di una misura simile sarebbero difficili da digerire. Ma la realtà parla chiaro: l’unica risposta logica di lungo termine alla crisi di Calais è di creare delle basi legali per permettere ad un numero consistente di rifugiati di raggiungere l’Europa in condizioni di salvezza. Ciò potrebbe sembrare un controsenso. Ma allo stato attuale, che ci piaccia o meno, un milione di rifugiati arriverà sulle coste europee entro i prossimi quattro o cinque anni. Che allestiscano accampamenti a Calais dipenderà da come e quanto ordinatamente noi riusciremo a gestire il processo di reinsediamento.

Il Primo Ministro pensa che mandare a casa i migranti dell’Africa occidentale possa servire allo scopo. Ma questo così detto deterrente non contribuirà a scacciare gran parte dei migranti insediatisi a Calais. La maggior parte degli arrivi in Europa verificatisi negli ultimi due anni erano costituiti da siriani, eritrei e afghani. Questi non sono “migranti per ragioni economiche” – sono persone che, rispettivamente, fuggono da una guerra civile, oppressione ed estremismo religioso, e in alcuni casi, da tutte e tre. Essi hanno quindi il diritto di cercare rifugio in Europa.

Promettere di ricollocare rapidamente un milione di rifugiati siriani, eritrei e afghani in tempi percorribili è l’unica cosa che potrebbe persuaderli a rimanere e aspettare nei Paesi di transito del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale – invece che partire con barconi o allestire baraccopoli nella Francia del nord. Attualmente, l’UE ha promesso di ricollocare 22.000 siriani ed eritrei che attendono asilo nel Medio Oriente. Tuttavia, dato che ci sono già un totale di 4 milioni di rifugiati siriani, questo appare solamente un numero minuscolo e simbolico – che non servirà a scoraggiare la marea di persone che tentano di attraversare il mare per giungere in Europa illegalmente, arrivando poi a Calais. Dobbiamo poter promettere di redistribuire un numero ben più grande di migranti nel lungo periodo, in modo da poterli persuadere di restare nei Paesi di transito nel breve termine.

Alcuni lettori troveranno questa idea impraticabile. Come potrebbe l’Europa gestire un numero così grande di migranti? Tuttavia, distribuirli tra i 740 milioni di abitanti europei totali avrebbe un impatto sociale minimo. Sarebbe comunque minore del numero di rifugiati presenti attualmente in, per esempio, Libano – dove una popolazione indigena di 4,5 milioni di abitanti ospita una popolazione di quasi 1,2 milioni di rifugiati. Inoltre, un così grande programma di reinsediamento avrebbe già un precedente. Dopo la guerra in Vietnam, i Paesi occidentali reinsediarono 1,3 milioni di rifugiati provenienti dall’Indocina. Se ciò è stato possibile in passato, sarà possibile anche ora.

Un reinsediamento su larga scala è certamente una risposta più logica di quelle che sono state avanzate finora. Lo scorso ottobre, l’UE ha optato per la sospensione delle missioni di salvataggio nel Mediterraneo, preoccupata che potessero attirare un numero maggiore di migranti. Ma ne sono arrivati comunque – anche più di prima. Così l’UE ha deciso di lanciare operazioni militari contro gli scafisti libanesi. Ho scritto altrove di come una misura simile sia destinata al fallimento. In ogni caso, è già troppo tardi: attualmente, il numero di migranti che attraversa la Turchia per giungere in Grecia è maggiore di quello che parte dalla Libia per giungere in Italia.

Ci sono coloro che preferirebbero non dare asilo a nessuno. Va bene – ma non risolverebbe nulla a Calais. La scelta non è tra un accampamento a Calais e un beato isolamento. La scelta è tra un accampamento a Calais e un organizzato sistema di accoglienza alla migrazione di massa. Possiamo avere l’una o l’altra, senza alcuna via di mezzo facilmente percorribile.

Foto di copertina: Jungle Life