Reportage dalla Balkan Route: le stazioni di Budapest (prima parte)

L'associazione Ospiti in Arrivo racconta il viaggio di conoscenza sulla rotta dei migranti Budapest - Belgrado

Il 24 agosto un gruppo di volontari della onlus Ospiti in Arrivo (Udine), accompagnata da alcuni simpatizzanti, ha intrapreso un viaggio di conoscenza percorrendo a ritroso la Balkan Route, da Budapest a Belgrado. Il viaggio, pianificato settimane prima, si è svolto proprio durante il momento di massima esposizione mediatica dei paesi balcanici a causa dell’intensificarsi degli arrivi dei migranti provenienti principalmente da Siria, Afghanistan e Pakistan. Da tempo le realtà del volontariato e dei movimenti che da Gorizia a Udine si occupano dei richiedenti asilo afgani e pakistani in arrivo dalla Balkan Route (che restano in strada anche per mesi prima di entrare in accoglienza) hanno in progetto di stringere contatti con realtà affini nei paesi di passaggio. Per quanto l’attenzione dei media mainstream sia incapace di cogliere similarità nelle situazioni dei vari paesi, a Udine e Gorizia, come a Belgrado e Budapest, i migranti in viaggio sono lasciati in strada senza alcuna forma di assistenza se non quella offerta dall’instancabile volontariato.
In un momento in cui l’UE è grottescamente impegnata a mantenere il suo status quo di fortezza e in cui l’Italia sembra ignorare di essere tra le destinazioni finali di molti dei migranti bloccati in Ungheria, appare fondamentale stringere relazioni con chi quotidianamente racconta un’Europa diversa, fatta di solidarietà e condivisione.

Prima tappa: Budapest, stazione di Keleti

Il nostro viaggio al contrario lungo la Balkan Route inizia da Keleti, una delle principali stazioni ferroviarie di Budapest.
Ci troviamo davanti ad una delle ‘transit zones’ istituite dal Comune di Budapest (su pressione dei volontari cittadini) nel mese di agosto per fronteggiare, almeno un po’, l’evidente emergenza umanitaria. Non sono stati adibiti veri e propri centri di accoglienza, e la gestione di queste aree è interamente in mano a volontari di Migration Aid: il Comune si limita a concedere alcuni spazi, qualche doccia e l’accesso ai servizi igienici. Sono zone di transito, in cui i migranti devono passare e possibilmente sparire il prima possibile. Lo ha reso chiaro il Sindaco della città, Istvan Tarlos, che la settimana scorsa ha ribadito che l’obiettivo delle transit zones è far sì che i migranti salgano sui treni quanto prima e che non si disperdano in giro per Budapest.

Tutti noi, ormai da più di un anno, siamo abituati a vedere quotidianamente persone costrette a dormire all’addiaccio in luoghi che per noi sono solo di passaggio: abbiamo in testa il Parco Moretti di Udine, il Silos di Trieste, il Parco della Rimembranza a Gorizia, gli accampamenti sulla riva del fiume Isonzo dove Taimur ha trovato la morte qualche settimana fa.
Eppure non siamo preparati a quello che ci troviamo davanti scendendo le scale del sottopasso di Keleti: una città sotterranea fatta di tende, materassini e forse ancora un po’ di speranza, nascosta negli occhi stanchi delle persone con cui parliamo. Ci sono centinaia di persone accampate davanti a noi: bambini (tanti), donne, ragazzini minorenni. Arriviamo in tarda serata, ma pochi dormono.
La città degli invisibili che parlano pashtu, arabo, farsi e chissà quale altra lingua è concentrata su un unico obiettivo: partire. Tra loro si muove discreto un volontario del gruppo Migration Aid, che conosceremo nei giorni seguenti.

Stazione di Budapest
Stazione di Budapest

Gli spazi del sottopasso sono stati riempiti di volantini in varie lingue che chiedono ai migranti di aver cura delle coperte donate, perchè serviranno ad altri. Ci sono disegni fatti col gesso sui pavimenti, e fogli colorati appesi alle colonne : “I miss Syria”, “I love Pakistan”.
Immediatamente cominciano i racconti, che il più delle volte sono domande. “Sono siriano, mi hanno preso le impronte in Ungheria, voglio andare in Germania, mi rimanderanno indietro?”. Evidentemente ancora non è arrivata la notizia che la Germania ha sospeso il regolamento Dublino per i siriani, viene accolta con gioia. Non da tutti: in questi giorni la stampa mainstream enfatizza la presenza di profughi siriani in tutta l’Ungheria, quasi fossero gli unici ad attraversarla, ma non è così. La Balkan Route, balzata agli onori delle cronache solo di recente a causa dell’esplosione di violenza ai confini della Macedonia, non è una strada nuova: afgani, pakistani, iracheni ma anche africani la percorrono da anni per arrivare in Europa. E’ una strada lunga, irta di pericoli, ma spesso il viaggio è meno costoso che via mare. Da circa due anni, riportano diverse ONG, gli arrivi lungo la via balcanica sono cresciuti a dismisura: informazione che i governi sembrano aver ignorato, compreso quello italiano, impreparatissimo ad affrontare gli arrivi al suo confine nord-orientale.

Siamo afgani,pakistani, ci hanno preso le impronte in Ungheria, che speranze abbiamo?”. Non ci sono solo siriani a Keleti, né nel resto dell’Ungheria. Veniamo avvicinati da diversi gruppi di ragazzini, tutti palesemente minorenni, in viaggio dal lontano Afghanistan. Sono spaesati, non hanno un’idea precisa su come proseguire il viaggio, chiedono insistentemente cosa può succedere loro se hanno già dato le impronte in Ungheria, ignorano totalmente che l’essere minorenni fa di loro una categoria vulnerabile, da proteggere, che non può essere rinviata indietro. D’altronde, come scopriremo nei giorni seguenti, sembra che per il governo ungherese non ci sia alcuna differenza di trattamento per i minori non accompagnati: a Budapest non esistono centri di accoglienza, né per i minorenni né per gli altri. Come ci verrà raccontato, per i minori non accompagnati che decidono di fermarsi in Ungheria, l’iter della richiesta d’asilo può richiedere anche anni.

Un gruppo di ragazzi siriani è arrivato da poco, e febbrilmente chiede informazioni a tutti su come funziona il sistema ferroviario. “Possiamo viaggiare con il biglietto? Ci chiederanno i documenti?”. Le immagini mandate in onda in queste ore da tutte le televisioni europee rispondono facilmente a questa domanda. In molti, in queste settimane, si sono fidati della falsa promessa dell’area Schengen: basta controlli ai documenti, siamo in UE, ce l’abbiamo fatta. Biglietti regolarmente acquistati per raggiungere Austria e Germania che non possono essere utilizzati. Forse le ferrovie ungheresi dovrebbero renderlo esplicito: biglietto valido solo per cittadini UE.
I ragazzi non si scoraggiano, hanno voglia di parlare mentre insieme controlliamo gli orari dei treni e cerchiamo di capire come acquistare i biglietti online. “Did you see what happened in Macedonia? This is just crazy. I left the war in Syria, and then I found the war here.”
Ovviamente, se il treno non è accessibile, subentrano i “passeurs”, cui l’UE con le sue meticolose restrizioni sta consegnando quotidianamente centinaia di persone. I ragazzi raccontano di aver già pagato cifre considerevoli per raggiungere Budapest dal confine con la Serbia. Vogliono viaggiare in treno, vogliono essere sicuri di arrivare a destinazione, non vogliono problemi.
I problemi però ci sono: a Keleti, racconta qualcun altro, sono presenti decine di passeurs che discretamente aspettano di poter offrire quel servizio che solo l’ostruzionismo europeo rende necessario.
Ce ne accorgiamo il giorno dopo, quando ai binari dei treni per Germania e Austria assistiamo ad una scena ormai quotidiana: a piccoli gruppi, gli invisibili di Keleti si presentano al binario con il proprio biglietto. A presidiare il binario alcuni poliziotti che costantemente respingono gli aspiranti viaggiatori: non si viaggia senza documento valido.
Leggiamo negli occhi delle persone respinte spossatezza, ma anche dignità. Due giorni prima del nostro arrivo il binario è stato pacificamente occupato da circa 200 afgani, che protestavano contro questa ennesima forma di apartheid mentre i pendolari ungheresi, anche loro migranti (ma di serie A), si lamentavano per il ritardo accumulato dal treno. Ad uso e consumo del circo mediatico che presidia costantemente i binari, una famiglia siriana, inizialmente respinta, viene fatta passare. Nessuna concessione invece per il gruppetto di ragazzi afgani che abbiamo visto fare avanti e indietro dal binario, pazientemente, sperando in uno strappo alla regola.
Non sappiamo esattamente cosa succederà dopo. Gli attivisti che abbiamo incontrato a Budapest ci hanno confermato che la polizia tedesca e quella austriaca sono in città, spesso alla stazione. Gli stessi migranti raccontano che spesso la polizia austriaca sale sul treno al confine, e respinge chi non ha un documento valido.

Come in tutte le zone di transito che abbiamo visitato a Budapest, anche a Keleti manca un presidio medico permanente. L’assistenza medica viene garantita quotidianamente, per tre ore al giorno, dalle 18 alle 21. Mentre chiacchieriamo con i ragazzi, qualcuno si fa male. Non è chiaro se si tratti di una rissa (non sentiamo grida), qualcuno ci fa segno che c’è stato uno scontro.
Il pavimento pieno di materassini si riempie di sangue. Attorno ci sono bambini che guardano, nessuno li sposta, c’è confusione. La polizia interviene lentamente, altrettanto lentamente viene chiamata un’ambulanza. Dopo almeno trenta minuti, vediamo una persona portata via in barella: è ancora cosciente, la testa insanguinata. Nessuno l’accompagna. Alcuni volontari sono sotto shock, chiediamo se qualcuno ha raccolto i suoi effetti personali, se ha famiglia, se qualcuno lo accompagnerà all’ospedale. Il giorno dopo, nessuno saprà dirci cosa ne è stato di quell’uomo.

Stazione di Budapest
Stazione di Budapest


Seconda tappa: Budapest, stazione di Nyugati

La mappa delle città invisibili di Budapest è precaria. Arriviamo a Nyugati camminando con una vaga idea di cosa troveremo. Anche qui, su un prato seminascosto dagli alberi, troviamo un’altra umanità in transito, di passaggio, un centinaio di persone accampate alla meglio. Qualche rubinetto, bagni chimici, tende da campeggio, materassini e bambini che giocano scalzi: se possibile, l’immagine è ancora più sconfortante di quelle della stazione di Keleti, dove almeno c’è un tetto stabile sotto cui ripararsi. Troviamo anche qui i volontari di Migration Aid, che rispondono pazientemente alle nostre domande. Nyugati è la stazione dove arrivano tutti i migranti che viaggiano via treno dal confine meridionale o dai centri di accoglienza verso cui vengono dirottati dopo l’ingresso in Ungheria. Da qui, a seconda delle esigenze, ci si sposta verso Keleti, dove si rimane anche per due settimane.

Anche a Nyugati non c’è un presidio medico permanente: la Croce Rossa presta servizio dalle 18 alle 21, ogni giorno. Raramente le persone vengono portate all’ospedale: anche per quanto riguarda l’assistenza sanitaria, il governo ungherese non fornisce alcun servizio. Ci viene raccontato che ormai si cominciano a vedere persone che arrivano portando su di sé i segni dell’infame reticolato posto al confine con la Serbia.
La zona è discretamente presidiata dalla polizia municipale, che interviene solo in caso di problemi: capita che qualche cittadino ogni tanto si presenti per fare qualche angheria, ma fortunatamente non sono episodi quotidiani.
F., dottoranda ungherese in migrazioni, è qui per dare una mano e vedere la situazione. Ci fornisce moltissime informazioni sulla situazione, confermandoci che a Budapest non esiste alcun centro di accoglienza. Alcune famiglie ungheresi, di fronte alla consapevolezza che centinaia di bambini sono costretti a dormire in strada, aprono discretamente le porte delle proprie case per la notte, rischiando una denuncia per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Anche qui, come a Keleti, ci viene confermato che non esiste un vero e proprio servizio di orientamento legale (servizio fondamentale, che nei limiti del possibile sta cercando di offrire il gruppo Migszol). Proponiamo ai volontari di parlare con loro della situazione italiana per fornire informazioni utili sapendo che molti, soprattutto afgani e pakistani, sceglieranno il nostro paese come tappa finale del viaggio. Dalle risposte confuse che riceviamo, capiamo che i volontari qui si occupano esclusivamente di fornire assistenza primaria e raccogliere donazioni di cibo e vestiti dai cittadini. Tutto il resto è lasciato al caso, nel bene e nel male.

Ospiti in Arrivo

L'Associazione Onlus Ospiti in Arrivo si occupa di primo supporto dei soggetti richiedenti protezione internazionale a Udine.