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USA – Richiedenti asilo detenuti alla ricerca di una giustizia transnazionale

di Michelle Chen - The Nation, Stati Uniti, 16 novembre 2015

Questi migranti, esausti e bisognosi di soccorso, hanno passato il confine messicano come faranno quest’anno migliaia di altri. Nel momento in cui sono entrati in contatti con le autorità di polizia degli USA non hanno detto di essere in fuga dalla violenza legata alla guerra alla droga in America Latina. Hanno invece affermato di star scappando da una persecuzione politica che avviene dall’altra parte del mondo. Erano rifugiati di una crisi migratoria transnazionale che rifletteva l’ultima ondata di sconvolgimenti sociali avvenuta in Bangladesh e che ora ha ripercussioni in tutto il mondo.

Jahed Ahmed ha lasciato la sua città natale di Moulvi Bazar nel Bangladesh nordorientale dove sostiene di essere stato preso di mira per i suoi legami con il Bangladesh National Party (BNP), un partito d’opposizione. Ciò ha portato alla distruzione dell’impresa del padre e alla sua fuga per cercare rifugio all’estero attraverso una rete di trafficanti. In una recente intervista realizzata con l’aiuto di un interprete Ahmed ha sostenuto di essersi aggregato a migliaia di altri migranti durante lo straziante viaggio che è iniziato in Asia, ha attraversato l’America Centrale e lo ha portato al confine meridionale degli USA, terminando in una prigione nello scorso novembre, senza soldi e incapace di comunicare usando la sua lingua madre.

Mentre era in carcere, pur avendo passato un esame che valutava il suo timore credibile (credible fear screening, una procedura che negli USA viene impiegata per valutare quando il richiedente asilo abbia effettivamente paura di tornare nel suo paese d’origine, N.d.T) Ahmed dice che la sua richiesta è stata respinta perché gli USA hanno definito il BNP un’organizzazione terroristica di “terzo livello” (third tier), un’etichetta che i difensori dei diritti umani hanno contestato.

Secondo il gruppo bengalese Odhikar che si occupa di diritti umani molte persone come Ahmed sono a loro volta vittime di terrore politico da quando il BNP ha boicottato le elezioni politiche dell’anno scorso: “Da gennaio a giugno 2015 centoquarantotto persone sono state uccise e quattromilacentotré ferite in scontri dovuti alla violenza politica” spesso favoriti dal partito dominante. Inoltre si contano “sparizioni forzate e uccisioni arbitrarie”, oltre a episodi di tortura.

Secondo Kazi Fouzia, uno dei responsabili dell’organizzazione del gruppo Desis Rising Up and Moving (DRUM), i trafficanti hanno colto l’opportunità data da una situazione così caotica e hanno promesso di portare le persone sane e salve negli Stati Uniti in cambio del pagamento di una forte somma. Statisticamente essi si trovano però a fronteggiare una situazione sfavorevole. Secondo il resoconto fiscale 2014 gli USA hanno ricevuto cinquecentoottantaquattro richieste d’asilo, più del doppio dell’anno precedente, ma ne hanno accettate solo cinquantadue e ne hanno negate trentacinque.

Sebbene la maggior parte di coloro che raggiungono il confine fra USA e Messico siano migranti latinoamericani la rivista Vice ha dato conto di una crescente immigrazione proveniente dall’Asia che passa per il Messico: fino a metà settembre le autorità USA hanno arrestato sul loro confine meridionale circa tremila indiani, bengalesi, pakistani e nepalesi, più del triplo rispetto al 2012. Molti migranti che sarebbero solo di passaggio (third country migrants) sono comunque detenuti come se fossero richiedenti asilo.

Ahmed dice di aver provato a sostenere il suo caso per mezzo di un traduttore ma di essere stato affidato a uno che non parlava la sua lingua madre. “Qualunque cosa il giudice mi chiedesse mi venivano concessi solo trenta secondi per parlare” ricorda.

Quando provava a rispondere “l’inteprete traduceva in modo incorretto” e ciò ha compromesso la sua richiesta d’asilo fin dall’inizio. Non potendosi permettere un avvocato le sua possibilità di vincere un appello sono state drammaticamente ridotte.

Temendo che l’eventuale rimpatrio potesse portare a episodi di violenza o alla morte sua e della sua famiglia Ahmed iniziarono a pianificare un’azione diretta con gli altri bengalesi rinchiusi nell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) di El Paso, in Texas. Fortuitamente lessero in un giornale bengalese la notizia di un altro detenuto bengalese che si era attivato con successo per ottenere il rilascio da un ICE. Nel momento in cui hanno iniziato a pianificare la loro iniziativa sono entrati in contatto con DRUM attraverso il giornale. Dopo aver preso contatti con il gruppo a metà ottobre cinquantaquattro detenuti di El Paso, in maggioranza proveniente dall’Asia meridionale ma anche alcuni dall’America Latina che in alcuni casi erano rimasti per mesi nei centri di detenzione, hanno iniziato il 14 ottobre il loro sciopero della fame per chiedere un trattamento equo così come la possibilità di presentare il proprio caso. DRUM e la rete Not One More hanno pubblicizzato la campagna ricevendo sostegno a livello nazionale, copertura mediatica e ispirando altre azioni dei detenuti.

Negli ultimi mesi infatti un’ondata di scioperi della fame si è diffusa all’interno dei centri di detenzione. All’inizio di novembre centinaia di altri detenuti in Texas e California hanno iniziato degli scioperi della fame sia per protestare per denunciare le condizioni inumane in cui versano (assistenza medica inadeguata e detenzione in isolamento) sia per chiedere un rilascio immediato.
Asian American Advancing Justice, ACLU della California meridionale, e altri rappresentanti legali hanno inviato un memorandum al dipartimento di sicurezza nazionale (Department of Homeland Security, DHS) e ad altri organi ufficiali criticando “l’atteggiamento e le pratiche dello Stato che negano ai richiedenti asilo bengalesi detenuti nei centri di detenzione per immigrati la libertà condizionale”.

Dopo aver rifiutato il cibo per diversi giorni i detenuti di El Paso si sono incontrati con il console del Bangladesh in uno strano incontro che coinvolgeva i rappresentanti dello Stato da cui i migranti stavano fuggendo e quelli dello Stato che stava cercando di deportarli. Sono stati rapidamente raggiunti degli accordi a cui è seguito il rilascio di quarantuno scioperanti, inclusi trentacinque bengalesi.

Secondo il comunicato stampa del consolato diciassette migranti che si trovano sul punto di essere deportati avranno la possibilità di fare appello avvalendosi dell’aiuto di assistenti legali che sono in grado di trovare degli avvocati. Secondo DRUM circa trentotto migranti sono ancora detenuti mentre altri sono stati o rilasciati o trasferiti. Ahmed è stato rilasciato ma potrebbe ancora essere deportato. Nel complesso tutti i detenuti si trovano di fronte a un destino legale incerto. Nel frattempo altri quattordici detenuti dell’Asia Meridionale hanno condotto uno sciopero della fame di dodici giorni al centro di detenzione di La Salle in Louisiana, ma poco fa hanno interrotto l’iniziativa adducendo come cause i trattamenti inumani e gli sviluppi insoddisfacenti dello loro pressioni nei confronti dell’ICE.

In un altro incrocio bizzarro secondo DRUM l’incontro con le autorità bengalesi ha fatto finire la foto dei detenuti con le autorità consolari sulla stampa bengalese. Il caso è diventato centrale in Bangladesh nel momento in cui è stato discusso sia dalle forze che sostengono il governo sia da quelle che gli si oppongono. Secondo DRUM questa notorietà ha messo i migranti in una situazione ancora più rischiosa.
DHS si è astenuta dal commentare i singoli casi ma ha dichiarato via e-mail a The Nation che le norme che regolano gli ICE “sono vincolate alla sicurezza e al benessere di tutti quelli che si trovano in custodia” e che nonostante i detenuti sostengano che le loro richieste non siano state accolte “nessuna azione è stata intrapresa a causa del loro sciopero della fame”.

Se da una parte i detenuti hanno alimentato delle controversie nei loro paesi d’origine dall’altra la pubblicità li ha aiutati in un modo diverso. Quando si sono diffuse le notizie della protesta si sono formate nuove reti organizzative: “tutti hanno il mio numero e mi chiamano”, dice Fouzai. L’iniziativa di El Paso è stata la prima che DRUM ha cercato di coordinare via telefono. Nel passato, dice, “ho organizzato la comunità e i suoi membri.
Ma se non hai mai visto qualcuno, se non ci parli fisicamente… [se puoi parlare solo] per telefono come puoi organizzare? Non sapevo come fare. È veramente una storia straordinaria… non li ho mai visti, non li ho mai incontrati
”.

Attraverso una rete di comunicazione creata dal basso i detenuti, rinchiusi in un’opaca terra di nessuno giuridica, sono riusciti a rendere visibili in tutto il mondo le loro ragioni.