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Accoglienza straordinaria a Verona, gli imprenditori contano più dei sindaci

Solidarietà, paura, professionalità o business: la questione politica per la gestione dei richiedenti asilo rimane irrisolta

Gli enti locali veneti non hanno ancora elaborato una strategia comune con cui affrontare l’accoglienza dei richiedenti asilo. Eppure è passato molto tempo dall’avvio della gestione straordinaria.
L’attuale normativa, d.lgs 142/2015, è il risultato di ben tre conferenze unificate Stato-Regioni, nelle quali si sono stabilite le quote regionali sugli arrivi. Per il 2015 la percentuale destinata al Veneto era del 7,4, una quota che è stata rispettata stando al “Rapporto sull’accoglienza di migranti e rifugiati in Italia” del Viminale. Ma come è stata gestita l’accoglienza? Il caso di Verona è utile per capirlo.

Il numero di persone accolte per la provincia di Verona, 1340 circa, non supera l’1,4 per mille della popolazione, una cifra gestibile e ampiamente prevista. Eppure il dibattito è stato dominato dal rumoroso ostruzionismo della maggioranza dei sindaci veronesi.
Il vuoto politico lasciato dagli enti locali è stato colmato dall’impegno delle Prefetture che hanno coinvolto i privati all’interno di dinamiche poco efficaci, dettate dalle condizioni emergenziali in cui sono state obbligate a lavorare, e che spesso pregiudicano la qualità dei servizi e il rispetto dei parametri dello SPRAR (Servizio protezione richiedenti asilo e rifugiati), il sistema ordinario d’accoglienza.
Il caso limite per Verona è il centro d’accoglienza di Costagrande, che Alessandro Tortorella, capo di gabinetto della Prefettura di Verona, definisce “anomalia, aspetto patologico di questa gestione”. “Nessuno dei 98 sindaci ha ritenuto di condividere alcun tipo di progettualità sull’accoglienza” spiega Tortorella, “siamo stati obbligati a creare Costagrande, perché l’alternativa era lasciare i richiedenti asilo in mezzo alla strada”.

L’anomalia Costagrande e il caso Genziana

Nadia Gobbo, responsabile della cooperativa Spazio Aperto che ha in mano i servizi socio-linguistici a Costagrande, la definisce una riserva naturale che ospita un centinaio di daini, che ha l’atmosfera di un campeggio e in cui si è ricreato un ambiente simile a quello di un villaggio africano. Non sono dello stesso avviso i richiedenti asilo ospitati là, che hanno denunciato, tra le altre cose, il quotidiano razionamento dell’acqua, l’alterna presenza di acqua calda, le precarie condizioni igieniche, l’erogazione del solo insegnamento d’italiano quale servizio d’accoglienza. Inoltre, tutti i richiedenti asilo arrivati prima di luglio a Costagrande, compileranno solo in queste settimane il primo documento necessario all’avvio della procedura di richiesta protezione internazionale, il modello C3, con tutte le ripercussioni del caso.

Il centro è il risultato di una partnership tra Prefettura, Costagrande SRL e la cooperativa Spazio Aperto . La convenzione da 35 euro per persona per diem è in mano alla Costagrande SRL, che ne trasferisce 6 a Spazio Aperto per i servizi socio-linguistici. Spazio Aperto, che in tutta la provincia gestisce circa 700 richiedenti asilo, da luglio a ottobre ha assunto 10 operatori part-time, dei quali 4-5 fissi a Costagrande, con un rapporto operatore-utente discutibile. Se consideriamo una media di 350 persone ospitate mensilmente a Costagrande, ed escludendo le spese per il presidio medico, nei mesi di agosto, settembre e ottobre Spazio Aperto avrebbe ricavato più di 150.000 euro per la sola gestione di Costagrande. Recentemente, su L’Arena, Nadia Gobbo dichiarava di aver portato gli operatori a 14, un numero che va verificato carte alla mano e comunque ancora troppo esiguo per la mole di lavoro da svolgere. Le risorse per non sovraccaricare gli operatori e fornire più servizi infatti ci sono.

La Costagrande SRL, invece, negli stessi mesi, avrebbe ricavato più di 800.000 euro, pur non garantendo servizi dignitosi. Nata nel 2012 sotto l’egida dell’immobiliarista Pietro Delaini, dalla fine del 2014 è composta da due soci la cui quota è al 50 per cento: il Campeggio Bella Italia SPA, la cui maggioranza è della Bella Italia Gestione Campeggi di Delaini Pietro & C.; e il Collegio Universitario Don Nicola Mazza, storico ente di cultura riconosciuto dal MIUR. Francesco Gaspari, segretario generale del Don Mazza, si astiene dal confermare se è lui la persona che siede nel Cda della Costagrande SRL e ritiene altresì di non dover parlare degli affari privati dell’ente. Rimane alquanto difficile confermare se il Don Mazza sia ancora proprietario dei terreni e degli immobili o se abbia effettivamente venduto Costagrande. Con la sua partecipazione nella Costagrande SRL, in ogni caso, la situazione cambierebbe molto poco.

Non è facile reperire informazioni nemmeno da Luisa Padovan, referente della Costagrande SRL per l’omonimo centro d’accoglienza, vicina e in affari con Pietro Delaini. Sarebbe interessante, in particolare, avere risposte in merito al caso dell’ex-Hotel Genziana di Prada di San Zeno di Montagna, una frazione di 30 residenti a 1000 metri d’altitudine e a 9 km dal primo centro abitato, dove la prefettura ha trasferito d’urgenza 80 ospiti di Costagrande, che nell’ultimo periodo aveva raggiunto picchi di 500 persone. La cosa curiosa è che l’ex-Hotel Genziana era stato acquistato, giusto un mese prima del trasferimento in questione, dalla Gestour SAS di Luisa Padovan e C., la quale ha poi trasformato un hotel da 34 posti in un centro d’accoglienza per 80 persone e riaffidato i servizi sociali a Spazio Aperto. A questo si aggiunga il fatto che, nello stesso periodo, l’associazione FreeMen non si vedeva ancora assegnare i 90 richiedenti asilo che si era aggiudicata vincendo il bando pubblico chiuso il 30 settembre.

Alessandro Tortorella
, capo gabinetto della Prefettura, è categorico nel negare qualsiasi tipo di favoritismo verso Luisa Padovan o Spazio Aperto e afferma che FreeMen avrebbe individuato strutture idonee solamente a fine novembre.
La Gestour SAS ha fatto un investimento immobiliare sapendo che poi avrebbe ricevuto fondi pubblici? Se il contesto politico non cambierà, nei prossimi mesi si assisterà a una Costagrande nuovamente ingolfata e ad altri casi analoghi al Genziana? O sono possibili altre modalità di progettazione e gestione dell’accoglienza?

Le buone pratiche intorno a Verona

Nell’Alto vicentino, ad esempio, la conferenza dei sindaci dell’Ulss 4 ha firmato un protocollo d’intesa con la Prefettura di Vicenza e, come spiega Luisa Griselin, assistente sociale del Comune di Santorso (VI) “ora i Comuni possono scegliere di non rivolgersi più verso chi specula, affidandosi a realtà di cui si fidano e chiedendo il rispetto delle linee guida SPRAR”.
A dar man forte all’intesa è la presenza della cooperativa Il mondo nella città, ente gestore dello SPRAR di Santorso, che promuove una sorta di coordinamento a doppio binario. “La Prefettura convoca riunioni mensili e cerca di rendere omogenee le azioni dei vari soggetti” spiega Chiara Ragni, referente per Il mondo nella città “ma tra enti gestori organizziamo riunioni parallele in cui ragioniamo autonomamente su un elenco di servizi minimi riferiti alle pratiche SPRAR”.

In una provincia come Verona, in cui si è lontani dalla creazione di un coordinamento, v’è una grande dispersione di risorse verso le voci di vitto e alloggio. I 2/3 dei richiedenti asilo, infatti, sono ospitati in strutture alberghiere, le quali hanno costi alti per la gestione della mensa comune e le utenze, e tutte le convenzioni siglate a tre “prefettura-albergatore-cooperativa” vedono 27,5 euro destinati all’albergatore e solo 5 alla cooperativa.
Ragionare sull’accoglienza diffusa in appartamento abbatterebbe questi costi a favore delle risorse per gli operatori sociali. Secondo un rapporto di Legambiente del 2011 in provincia di Verona ci sarebbero 50 mila alloggi sfitti. Lo stesso ATER ne avrebbe 600 vuoti per necessità di ristrutturazione. Un buon esempio su cui ragionare riguarda Castel San Felice, concesso in comodato d’uso gratuito alla cooperativa Milonga per il periodo d’accoglienza in cambio della sua ristrutturazione.
Inoltre, secondo un bilancio reso pubblico dalla cooperativa K-PAX di Breno (BS), la “micro-accoglienza diffusa” può investire 20 dei 35 euro nella creazione di lavoro. Per ogni appartamento di 5 persone, si potrebbe assumere un operatore part-time (1150 euro) e avere a disposizione 1600 euro da investire nei servizi sociali ogni mese. A Verona, una tale interpretazione del budget porterebbe ogni mese al territorio 260 contratti part-time e 500 mila euro in servizi.
Il budget a 35 euro consente di fare nell’accoglienza straordinaria tutto ciò che indicano le linee guida SPRAR”, spiega Carlo Cominelli della K-Pax, “le convenzioni delle prefetture hanno come traguardi prima accoglienza e integrazione, ma bisogna ragionare oltre, su autonomia e uscita dai progetti”. Anche Il mondo in città condivide il bilancio della cooperativa K-Pax. “Abbiamo una persona full-time ogni 10-12 persone per la quotidianità e gli aspetti burocratici e un team multidisciplinare che segue più appartamenti”, spiega la referente Chiara Ragni, “il lavoro d’equipe è importante, ogni anno ci sottoponiamo a una supervisione da parte di una psicoterapeuta”.

L’aspetto psicologico non va sottovalutato. Il CINFORMI di Trento ha individuato in Sandra Brambilla la figura per la supervisione dei casi e il sostegno psicologico per gli operatori: “Accoglienza è organizzazione”, spiega Brambilla, “non si può pensare che siano i singoli professionisti a farla. Il professionista è quella persona che riesce a trovare un compromesso tra il rispetto del suo mandato e i problemi che incontra. Organizzazione, invece, significa prevedere continui gruppi di lavoro multidisciplinare per il confronto e la valutazione”. Solo in questo modo, secondo Brambilla, è possibile costruire un ambiente di lavoro che permetta di ragionare su una progettualità basata sull’autonomia.
L’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale è ancora in una fase di sperimentazione. Le stesse linee guida SPRAR sono state aggiornate recentemente. Ciò che è necessario, in particolare in Veneto, è uscire dalla logica della volontarietà degli enti locali, che genera situazioni equivoche, e scongiurare approcci assistenzialisti, prendendo spunto da chi investe sull’autonomia della persona e da chi mette gli operatori nelle condizioni di costruirsi una loro specifica professionalità.

(Michele Aiello)