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Calais: non si fa politica coi bulldozer!

Un appello firmato da oltre 260 associazioni e personalità chiede un cambiamento radicale

Logo articolo: Jour de pluie au bidonville. Dessin Loup Blaster loupblaster.tumblr.com

Appello urgente
Calais: non si fa politica coi bulldozer!

Ancora una volta, l’unica risposta che i poteri pubblici prendono in considerazione di fronte alla situazione nella zona di Calais è l’evacuazione di un campo per rifugiati e la loro dispersione. Fingono di combattere le cause reali del problema ma, in realtà, prendendosela con le vittime costrette ad andarsene per la paura, non fanno altro che spostarlo e aggravarlo. Questa “soluzione” non risolve proprio nulla.

Alle otto organizzazioni che hanno indirizzato una lettera aperta a Bernard Cazeneuve per domandargli di soprassedere all’evacuazione programmata di una grande parte della “giungla” di Calais, il Ministro dell’Interno ha replicato con una risposta che è un diniego: egli giustifica la sua decisione con propositi incantatori sul rispetto dei diritti fondamentali dei migranti e l’assennatezza di politiche che non variano da anni, malgrado l’evidenza del loro fallimento; inoltre ricorda alle associazioni la loro “partnership” con lo Stato, come se di base fossero coinvolte proprio nella politica che contestano. In linea con questo, la prefettura del Pas-de-Calais ha da poco pubblicato un’ordinanza (.pdf) che intima agli occupanti della zona sud della bidonville soprannominata “la Landa” di lasciare quei luoghi al più tardi martedì 23 febbraio.

I bulldozer non possono sostituirsi alla politica. Ovviamente ciò non presuppone che ci si debba adattare ad una “giungla” il cui nome dice tutto. Nessuno potrebbe accettare il mantenimento della bidonville di Calais, così come del campo di Grande-Synthe o di qualsiasi altro. Nessuno può essere soddisfatto nel vedere dei rifugiati costretti a sopravvivere in luoghi del genere.

Del resto, sono molti anni che continuiamo a denunciare l’indegnità di queste condizioni di vita, come ha fatto anche Jacques Toubon (.pdf), il Difensore dei diritti, l’estate scorsa. Più recentemente, il Tribunale amministrativo di Lille ha perfino condannato lo Stato a procedere con urgenza per apportare dei miglioramenti, decisione confermata dal Consiglio di Stato.

Per questo, non si tratta nemmeno di garantire l’evacuazione annunciata, non solo perché è inumana, ma perché non risolverà nulla. Cacciare gli abitanti di una larga parte della bidonville, farci passare dei bulldozer e distruggere tutto quello che, nella precarietà e con i mezzi a disposizione, è stato costruito nel corso dei mesi: a che pro?

I migranti che si trovano nella zona di Calais spesso vogliono raggiungere qualche familiare in Gran Bretagna. Altri avrebbero il diritto di chiedere l’asilo in Francia ma non sempre lo sanno, oppure non si fidano dell’accoglienza che sarebbero loro riservata. Altri ancora aspettano una risposta alla richiesta d’asilo. Tra di loro, ci sono molti bambini… Eppure, per molte categorie di migranti esistono soluzioni già contemplate nei testi legislativi, con dispositivi, attori e fondi destinati a questo scopo, che avrebbero potuto essere attivate molto tempo fa.

Invece di applicarle, i poteri pubblici hanno preferito procedere a ”smantellamenti” progressivi. Nel 2015, hanno costretto i migranti sloggiati a installarsi in una zona “sistemata” per loro. Insomma, hanno già disfatto ciò che si faceva, forzando le persone che hanno cacciato a vivere in una precarietà ancor più grande.

Oggi, la parte principale della bidonville di Stato di Calais è costituita da tende e rifugi sommari, messi in piedi dai rifugiati insieme a volontari di diverse associazioni. In quei pochi chilometri quadrati sono nati poco a poco cafés e ristoranti di fortuna, minuscoli negozi di alimentari, luoghi di culto di differenti religioni, piccole scuole, un teatro sotto un tendone, una baracca dove si offre aiuto giuridico, parecchi posti che forniscono prestazioni mediche, ecc. Tutti spazi di vita sociale, condivisi dai rifugiati di differenti nazionalità presenti nella bidonville.

Come si può giustificare che tutto ciò venga raso al suolo? Il ministro vuole far passare l’idea che è per il bene degli occupanti. In realtà, è una politica di dissuasione: rendere la vita invivibile ai rifugiati. A quelli installati ieri in questa zona, i poteri pubblici ingiungono da settimane di occupare dei container – simili ai moduli Algecos – o in alternativa essere dislocati lontano da Calais, dentro a dei CAO (Centri di Accoglienza e Orientamento), battezzati “luoghi di tregua”.

Ma questa è un’alternativa impossibile.

Il Ministro vanta i meriti dei container, che a sentir lui sembrano bungalow di villeggiatura. La verità è che si tratta di baracche da cantieri, ciascuna delle quali può ospitare letti a castello per dodici persone e dove non si può che stare in piedi o sdraiati. Tutte le forme di mobilio sono vietate, qualsiasi intimità impossibile…

Per quanto riguarda i CAO, il ministro si congratula del fatto che permetterebbero ai migranti, grazie a “un accompagnamento associativo di qualità” e a “una cura particolare” delle persone, di presentare le richieste di asilo nelle migliori condizioni, cosa che non succedeva nella bidonville. “All’ultimo censimento”, scrive, “l’80% dei migranti ancora presenti nei CAO avevano avviato una pratica di richiesta d’asilo”… Si dimentica di parlare di coloro che, sistemati negli hotel, sono privati di qualsiasi accompagnamento e rischiano a breve l’espulsione dal territorio. Dimentica anche di precisare che i CAO sono stati concepiti come soluzioni a brevissimo termine: dopo la loro chiusura, cosa ne sarà delle persone che vi saranno state inviate?

Container, CAO, espulsione, dispersione: queste risposte non faranno che aggravare la sorte dei migranti senza risolvere, pertanto, il problema con cui deve confrontarsi la regione della zona di Calais, così come non lo fece al tempo della chiusura del campo di Sangatte. E tra un anno, si riproporrà la stessa scena. Perché è innanzitutto l’inattività dei poteri pubblici, ma anche le loro azioni, che, creando condizioni di vita impossibili, rendono la situazione ingestibile. Lo Stato vuole farci credere che prende le parti degli abitanti contro i rifugiati; in realtà, mette i primi contro i secondi, abbandonando gli uni e gli altri.

Bisogna smettere di cacciare di “giungla” in bidonville tutta la miseria del mondo, una persecuzione che non fa che esasperare il risentimento dei residenti. No, l’infelicità dei migranti non farà la felicità dei Francesi, né a Calais, né altrove. In realtà, lasciare che la situazione degeneri è più doloroso per le popolazioni della zona di Calais, e più costoso per i poteri pubblici, che impegnarsi a migliorarla. La più elementare umanità ci proibisce queste distruzioni a ripetizione; ma anche la piena comprensione del nostro interesse.

Può questo paese dirsi soddisfatto nel diventare il campione della non-accoglienza, quando i rifugiati qui sono meno numerosi che altrove? La Francia deve poter fare quello che gli altri paesi fanno già. Anche la Gran Bretagna, che ha una pesante responsabilità in questa situazione, deve rivedere la sua posizione sulla frontiera. Bisogna finirla con l’improvvisazione perpetua; è tempo di pensare a lungo termine. E se lo Stato non fa il suo lavoro, ci lavoreremo noi stessi – con le associazioni sul campo, con gli abitanti della zona di Calais e con i rifugiati.

Nei prossimi giorni andremo a Calais per proclamarlo ad alta voce: noi non siamo obbligati a scegliere tra la “giungla” e la sua distruzione. Ci rifiutiamo di ridurre la Francia a del filo spinato e dei bulldozer. Terremo una conferenza stampa. Vogliamo far sentire una voce diversa da quella dei poteri pubblici che occupano i media. Distruggere, dice la Prefettura? Con, senza o contro lo Stato, se necessario, bisognerà pur costruire un futuro.

Ancora una volta, noi, organizzazioni firmatarie e persone solidali, chiediamo:

– che sia annullato il decreto di espulsione del 19 Febbraio;
– urgentemente: una presa in carico individuale che rispetti i diritti fondamentali delle persone attualmente presenti a Calais;
– una discussione sul regolamento di Dublino III e gli Accordi di Touquet;
– più in generale, che la Francia s’impegni finalmente – in particolare promuovendo quest’asse in seno all’Unione Europea – per una vera politica d’accoglienza delle persone migranti.

22 febbraio 2016

L’elenco completo dei firmatari sul sito di Gisti

Per seguire gli aggiornamenti su Calais:
passeursdhospitalites.wordpress.comFB
Jungle Life,Calais,Grande Synthe
calaismigrantsolidarity.wordpress.com
Calais Action
The Worldwide Tribe