Turchia: la polizia di frontiera uccide e ferisce richiedenti asilo

Human Right Watch, 10 maggio 2016

Foto: © 2016 Anadolu Agency

(Istanbul) – Secondo quanto oggi rilasciato da Human Rights Watch, le guardie di frontiera turche sparano e picchiano i richiedenti asilo che cercano di raggiungere la Turchia, provocando morti e feriti. Le autorità turche dovrebbero cessare il respingimento dei richiedenti asilo siriani al confine e fare luce su tutti i casi di uso eccessivo della forza da parte delle guardie di frontiera.

Secondo quando affermato da vittime, testimoni e siriani del posto intervistati da’ Human Rights Watch, nei mesi di marzo e aprile scorso, le guardie di frontiera hanno usato la violenza contro richiedenti asilo e trafficanti siriani, uccidendo cinque persone, tra cui un bambino, e ferendone gravemente altre quattordici. Il Ministro degli Affari Esteri turco continua a sostenere che il paese abbia una politica di “porte aperte” nei confronti dei rifugiati siriani, nonostante sia stato costruito un nuovo muro lungo il confine.
Mentre le alte cariche turche dichiarano di stare accogliendo i rifugiati siriani a porte e braccia aperte, la loro polizia di frontiera li ammazza e li picchia”, afferma Gerry Simpson, ricercatore anziano presso Human Rights Watch. “Sparare a uomini, donne e bambini traumatizzati, in fuga dai bombardamenti e da una guerra spietata è una cosa veramente sconvolgente”.

Da circa metà agosto 2015 le guardie di frontiera respingono i siriani che cercano di raggiungere la Turchia. Ad aprile di quest’anno, Human Rights Watch ha denunciato che le guardie di frontiera turche che presidiano il confine chiuso da un anno, hanno sparato a dei siriani in fuga dall’avanzata del gruppo estremista Stato Islamico (Isis) a nord-est di Aleppo. Human Rights Watch ha anche rivelato che le guardie di frontiera hanno bloccato migliaia di sfollati, fuggiti dopo che i loro campi vicino al confine sono stati colpiti da fuoco di artiglieria tra il 13 e il 15 aprile.

Gli sfollati siriani, già in fuga dai combattimenti, continuano a trovarsi in pericolo. Secondo quanto raccontato dai testimoni, il 5 maggio intorno alle cinque del pomeriggio, tre attacchi aerei hanno colpito il campo di Kamuna che accoglie 4500 profughi siriani vicino Sarmada, a nord della provincia di Idlib e a cinque chilometri dal sempre più impenetrabile confine turco. Una fonte umanitaria indipendente in Turchia ha rivelato a Human Rights Watch che il personale medico ha rinvenuto venti corpi, tra cui quelli di due bambini, e ha trasferito in Turchia almeno 37 feriti, dieci dei quali hanno perso uno o più arti, per fornire loro cure mediche.

Secondo la Syrian Civil Defence, altre sette donne e quattro bambini sono stati feriti il 24 aprile quando tre scariche di artiglieria delle forze del governo siriano hanno colpito i profughi del campo di al-Iqaa vicino a al-Zawf, a sei chilometri dal confine di Khurbat al-Juz-Güveççi. Secondo i suoi rappresentanti, il campo di al-Iqaa ospita molti siriani che sono stati respinti al confine turco dalla polizia di frontiera.

Human Rights Watch ha intervistato vittime e testimoni coinvolti in sette scontri avvenuti tra la prima settimana di marzo e il 17 aprile, nei quali le guardie di frontiera turche hanno ucciso tre richiedenti asilo (un uomo, una donna e un ragazzino di quindici anni) e un trafficante; hanno picchiato a morte un altro trafficante, sparato e ferito otto rifugiati, inclusi tre bambini di tre, cinque e nove anni, e aggredito violentemente sei profughi. I siriani che vivono vicino al confine hanno anche descritto i momenti successivi alle sparatorie e alle violenze, con le guardie turche che aprivano il fuoco contro di loro mentre provavano a recuperare i corpi vicino al muro di confine. Un testimone ha filmato alcuni dei morti e dei sopravvissuti e ha condiviso i video con Human Rights Watch. Il 4 maggio, l’organizzazione ha inviato una lettera con questi contenuti al Ministero degli Interni turco, insistendo perché la Turchia investighi sulle accuse, perché ordini alla polizia di non sparare ai profughi e perché riapra i confini ai siriani in cerca di protezione.

Sei degli scontri descritti dai testimoni siriani hanno avuto luogo vicino all’attraversamento di frontiera di Khurbat al-Juz-Güveççi, a circa 50 chilometri a sud della città turca di Antakya. Il settimo si è verificato vicino alla città di confine di al-Duriya, in Siria. Sette feriti hanno detto di essersi fermati per poco tempo nel campo per sfollati di Salaheddin nel villaggio di Khurbat al-Juz, da cui si può vedere il muro di confine turco da poco eretto. Molti di loro e alcuni altri che hanno viaggiato direttamente verso il confine, hanno raccontato di essere fuggiti dai combattimenti in corso all’interno e nei dintorni di Aleppo.

La polizia di frontiera turca spara e aggredisce i rifugiati e i trafficanti siriani

Tra il 12 e il 20 aprile Human Rights Watch ha intervistato altri 28 siriani richiedenti asilo che hanno descritto come, tra febbraio e metà Aprile, le guardie di frontiera turche li abbiano fermati mentre attraversavano il confine con l’aiuto di trafficanti. Hanno raccontato che le guardie li hanno trattenuti anche per un intero giorno, per poi rimandarli in Siria insieme a dozzine, in alcuni casi centinaia, di altre persone. Alcuni vivevano nel campo profughi di Khirmash a ovest della città siriana di Bidama. Un rappresentante del campo ha raccontato a Human Rights Watch che il 13 Aprile la polizia di frontiera turca dagli altoparlanti delle torri di controllo ha annunciato in arabo che nessuno doveva avvicinarsi al confine, e che avrebbero aperto il fuoco su chi l’avesse fatto .

Dal punto di vista giuridico, i territori di confine turchi sono protetti dalle unità militari di frontiera delle Forze Armate Turche. Anche la gendarmeria che opera al confine risponde alle autorità delle forze militari di terra. Alcune stazioni della gendarmeria hanno invece il normale compito di pattugliare le zone rurali. Questo report fa riferimento alle guardie di frontiera senza specificare se si tratti di soldati o gendarmi, dato che questo tipo di informazione non è stato fornita, o non era nota, a molti dei testimoni.

Già all’inizio di aprile, la Turchia ha completato un terzo dei 911 chilometri di muro in cemento resistente alle bombe che percorre il confine con la Siria e si è adoperata per rafforzare il resto della frontiera.

La Turchia ha il diritto di mettere in sicurezza il suo confine con la Siria ma è obbligata a rispettare il principio di non-refoulement, il quale proibisce il respingimento dei richiedenti asilo al confine quando questo li esporrebbe al pericolo di persecuzione, torture e minacce alla vita e alla libertà. La Turchia è anche obbligata a rispettare le norme internazionali sull’uso della forza letale così come sul diritto alla vita e all’integrità fisica della persona, incluso il divieto assoluto di sottoporre qualsiasi individuo a trattamenti inumani e degradanti.

La violenza nei confronti dei profughi siriani e il rifiuto della Turchia di consentire loro l’attraversamento della frontiera, accadono quando anche l’Unione Europea ha chiuso i suoi confini. . In marzo, l’Unione ha concluso un controverso accordo sull’immigrazione con Ankara per contenere l’afflusso di profughi e migranti verso l’Europa, assicurando 6 miliardi di euro in aiuti per l’assistenza ai siriani in Turchia e dando nuova spinta ai negoziati per l’ingresso della Turchia nell’Unione, offrendo intanto la prospettiva di abolire il regime dei visti in Europa per i cittadini turchi. L’accordo prevede che l’Europa rimandi indietro migranti, richiedenti asilo e rifugiati, siriani inclusi, che raggiungono la Grecia via mare, sulla base della convinzione che la Turchia sia per loro un paese sicuro. L’accordo prevede anche che l’Unione Europea cooperi con la Turchia per creare aree “più sicure” all’interno della Siria.

L’Unione Europea non dovrebbe semplicemente restare a guardare mentre la Turchia usa munizioni e calci di fucile per tamponare il flusso di profughi” afferma Simpson. “Le autorità europee dovrebbero riconoscere che il loro semaforo rosso all’entrata dei rifugiati in Unione Europea dà alla Turchia il via libera alla chiusura dei confini, esigendo il pagamento di un prezzo troppo pesante per i rifugiati devastati dalla guerra e senza un posto dove andare.”

La violenza della polizia di frontiera turca contro i rifugiati siriani

A metà aprile, Human Right Watch ha intervistato quattro vittime, cinque testimoni e sei siriani del posto che hanno descritto sette occasioni in cui, tra marzo e aprile, le guardie di frontiera hanno in alcuni casi aggredito e in altri sparato a diciassette richiedenti asilo siriani e due trafficanti. Durante gli scontri, le guardie di frontiera turche hanno ucciso cinque persone (tre profughi e un trafficante uccisi da colpi di arma da fuoco mentre un altro trafficante picchiato a morte), ferito otto profughi, tra cui tre bambini, e aggredito con violenza altre sei persone.

Tra questi scontri, sei si sono verificati vicino all’attraversamento di frontiera di Khurbat al-Juz-Güveççi, vicino alla città turca di Antakya, mentre uno è avvenuto vicino alla città di confine al-Duriya. Human Rights Watch ha anche intervistato sei siriani di Khurbat al-Juz che hanno aiutato alcuni dei sopravvissuti e hanno recuperato i corpi dei morti, in alcuni casi finendo per trovarsi loro stessi sotto il fuoco delle guardie di frontiera turche. Un uomo, una guardia di sicurezza che lavora in uno dei campi profughi della zona, ha ripreso in un video molte delle vittime e dei corpi.

Di seguito è riportato un riassunto dei sette scontri in ordine cronologico inverso. Human Rights Watch ha raccolto i nomi delle vittime e dei testimoni ma non li ha usati per proteggere loro e le loro famiglie da possibili ritorsioni in caso riuscissero a entrare in Turchia. Le vittime appaiono nel video con degli pseudonimi. Le altre vittime non sono state identificate.

Lo staff di Human Rights Watch e un assistente e interprete siriano con una buona conoscenza della zona e delle comunità di confine hanno intervistato vittime, testimoni e residenti per telefono. Lo staff ha spiegato loro lo scopo dell’intervista assicurandogli l’anonimato. Abbiamo anche ricevuto il consenso da parte degli intervistati di descrivere le loro esperienze.

Il 17 aprile le guardie di frontiera turche uccidono due persone e feriscono due adulti e due bambini vicino all’attraversamento di confine di Khurbat al-Juz-Güveççi.

Human Rights Watch ha parlato con quattro persone circa l’uccisione di due adulti e il ferimento di due adulti e due bambini vicino all’attraversamento di frontiera di Khurbat al-Juz-Güveççi, avvenuti il 17 Aprile. Un sopravvissuto della sparatoria ha raccontato in un’intervista telefonica del 20 aprile di come abbia assistito alla morte di sua sorella e del cugino di nome “Abdullah”, e di come lui e altri tre siano stati feriti. Un altro fratello della donna uccisa ha confermato la sua morte e due uomini del posto hanno affermato di aver aiutato altri due adulti e un bambino ferito a lasciare la zona e di aver poi recuperato due corpi.

L’uomo, che è tornato a casa vicino, ad Aleppo, ha descritto così ciò che è successo:
Dopo che dei bombardamenti hanno distrutto molte case nei pressi di Aleppo, vicino a dove abitiamo, verso la fine di marzo venti membri della mia famiglia hanno cercato di fuggire in Siria ma le guardie di frontiera all’attraversamento di Bab al-Salameh non ci hanno lasciati passare. Il campo profughi era pieno e quindi siamo andati a Khurbat al-Juz, dove abbiamo trovato un trafficante che ci poteva aiutare a passare la frontiera.
Il 17 aprile, di domenica, un trafficante ci ha condotto, intorno alle 5 di pomeriggio, verso il muro di confine. Improvvisamente, quando eravamo a circa 500 metri dal muro, abbiamo sentito il rumore di armi automatiche proveniente dalla direzione del muro e lo scoppio dei proiettili tutto intorno a noi. Le donne hanno iniziato a gridare e i bambini a piangere, ma gli spari non si sono fermati. Ci siamo tutti buttati a terra, coprendo i bambini. Io mi sono sdraiato a fianco di mia sorella e di mio cugino e i proiettili li hanno colpiti mentre eravamo a terra. Hanno smesso improvvisamente di gridare e urlare. Ho capito subito che erano stati uccisi. Un proiettile ha colpito la mia mano destra. Anche un altro mio cugino è stato ferito alla mano destra. Hanno anche ferito la sua bambina di nove anni a entrambe le gambe e suo figlio di cinque anni alla gamba destra. L’ho visto mentre succedeva.

La scarica di colpi è stata interminabile. Non ricordo per quanto tempo, ma penso sia durata almeno un’ora. Eravamo tutti pietrificati. Poi, i colpi si sono fermati improvvisamente. Abbiamo aspettato per un po’. Eravamo tutti lontani gli uni dagli altri.

Alcuni di noi sono strisciati indietro verso Khurbat al-Juz. Mentre ci muovevamo, abbiamo sentito altri spari. Io ero vicino a mia madre, penso che un proiettile le sia caduto vicino alla testa ed è svenuta. L’abbiamo dovuta lasciare lì per chiedere aiuto.

Quando ci siamo sentiti al sicuro, ci siamo rialzati e abbiamo percorso il resto della strada a piedi. Ci abbiamo messo un sacco. Penso di aver raggiunto il villaggio alle 8 di sera. Qualcuno ci ha trovati e ci ha portati alla clinica. Mio cugino e i suoi bambini mancavano, così come mia madre e uno dei figli di mio fratello. Io non sono rimasto alla clinica. Sono tornato indietro con quattro persone del posto per cercare gli altri e recuperare i corpi di mia sorella e dei mio cugino.

Mentre ci avvicinavamo al posto dove giacevano i corpi, la polizia turca [sic] ha ricominciato a sparare. Gli uomini del villaggio hanno chiamato la polizia e gli hanno chiesto di smettere di sparare mentre prendevamo i corpi. Siamo tornati indietro verso i corpi e questa volta non hanno sparato. Uno della polizia ci ha parlato con l’altoparlante dal muro. Ha detto che avevamo 15 minuti per spostare i corpi e che poi avrebbero ricominciato a sparare. Noi abbiamo preso i corpi e li abbiamo portati lontano dal muro il più velocemente possibile. Ci siamo riposati solo una volta lontani da lì. Ci è voluta un’ora per riportarli al villaggio. Abbiamo messo i corpi nella casa di un uomo del posto.

La mattina dopo li abbiamo seppelliti nel cimitero locale. Mia sorella e mio cugino avevano entrambi dei fori di proiettile nella schiena. Mio cugino aveva anche due buchi di proiettile nella mano destra.Abbiamo tutti lasciato Khurban al-Juz alle quattro del pomeriggio quello stesso giorno e siamo andati a stare da dei nostri parenti ad Aleppo. È qui che ci troviamo adesso e non riproveremo ad andare in Turchia. È troppo pericoloso.

Il 19 aprile, Human Rights Watch ha parlato per telefono con due residenti di Khurbat al-Juz che hanno descritto come, la sera del 17 aprile, abbiano aiutato alcuni dei sopravvissuti, tra cui un uomo con una mano ferita e sua figlia ferita ad entrambe le gambe, a lasciare la zona di confine e a raggiungere Khurbat al-Juz, per poi tornare a recuperare due corpi insieme ad altre persone del posto. Hanno detto di aver trovato i corpi a poche centinaia di metri dal muro di confine dal lato siriano, tra due torri di controllo vicino alle stazioni di polizia turche di Nişrin e Kandıl. Hanno spiegato che l’area era molto vicino al campo profughi di Sheikh Sayyah in territorio siriano, a circa due chilometri a sud dell’attraversamento di frontiera di Khurbat al-Juz-Güveççi.
Hanno raccontato che la polizia turca ha sparato contro la loro auto appena si sono avvicinati ai corpi. Uno ha descritto cosa è successo dopo:

Abbiamo fatto retromarcia e ci siamo diretti verso sud all’attraversamento di frontiera di Khurbat al-Juz. Lì abbiamo parlato con una guardia di frontiera e gli abbiamo detto che stavamo cercando di recuperare due corpi vicino al muro. Lui ha chiamato il comandante in carica della base vicina (la gendarmeria di confine di Güveççi). Al telefono gli ho detto che c’erano dei morti e forse dei feriti dalla parte siriana del muro vicino a Kandıl. Lui ha detto che potevamo andare a prendere i corpi ma dovevamo tenere le luci della macchina accese. Allora siamo tornati indietro. Io sono rimasto dentro la macchina mentre gli altri quattro si sono avvicinati ai cadaveri. Sono tornati indietro, dicendo che avevano sentito dei soldati caricare le armi, così sono andato ancora a parlare con il comandante che ha detto che sarebbe venuto anche lui sul posto, dalla parte turca del muro, per assicurarsi che i suoi uomini non ci sparassero.

Sono tornato dagli altri e a piedi ci siamo avvicinati ai corpi. Potevamo vedere il comandante dall’altra parte con la torcia in mano. Abbiamo preso i corpi (un uomo e una donna), li abbiamo caricati sulla macchina e poi siamo tornati a Khurbat al-Juz.
Quando siamo arrivati, ho parlato col fratello e con il cugino della donna e dell’uomo morti. Ho anche parlato alle quattro persone che erano state ferite dai proiettili: due uomini con delle ferite alle mani e due bambini colpiti alle gambe. C’erano altri bambini che però non erano stati colpiti. Tutti nel gruppo facevano parte della stessa famiglia. Hanno detto che nel loro gruppo c’erano dieci adulti e dieci bambini e che, oltre ai due morti, mancavano altre due persone: una donna anziana e una bambina di sei anni. Ho ottenuto dal comandante turco il permesso di andare a controllare la mattina seguente e li ho trovati alle 9 circa, vicino al muro di confine. Avevano passato lì tutta la notte, al buio, nel terrore di essere colpite. Poi abbiamo seppellito i morti e la famiglia è partita per tornare ad Aleppo.
Le guardie di frontiera turche uccidono un ragazzino di 15 anni nella notte tra il 14-15 aprile.

Il 15 aprile Human Rights Watch ha parlato per telefono con due cugini del quindicenne ucciso da colpi di arma da fuoco dalla polizia di frontiera turca nella notte tra il 14 e il 15 aprile, vicino alla città siriana di Duriya.
Il cugino tredicenne del ragazzino ucciso, che ha assistito all’accaduto, ha descritto così i fatti:

Eravamo in sette: tre da Duriya, tra cui mio cugino, e quattro da Aleppo. Abbiamo attraversato il confine l’altra notte vicino Duriya. Ci trovavamo in una valle chiamata al-Nabua. Non sono sicuro se fossimo già in Turchia, ma improvvisamente è cominciata la sparatoria. Mio cugino è caduto a terra. L’avevano colpito alla testa. Io ero vicino a lui. C’erano proiettili che fischiavano tutto intorno a noi. Ci siamo gettati a terra. Alcune ore dopo, la sparatoria è terminata e noi siamo scappati. Dopo qualche ora siamo tornati per riprendere il corpo.

Il 15 aprile l’altro giovane cugino del ragazzo rimasto ucciso ha raccontato per telefono come hanno recuperato il corpo:
Alcune ore fa mio fratello mi ha chiamato dicendomi che i poliziotti turchi avevano sparato a nostro cugino e l’avevano ucciso. Mi ha chiesto di aiutarli a riportare indietro il corpo. Mi ha detto dove si trovavano e io sono andato lì con altri due amici. Non appena ci siamo avvicinati al gruppo abbiamo sentito degli spari e abbiamo capito che si trattava delle guardie di frontiera turche. Abbiamo chiamato il sindaco di Karbeyaz [una città turca di confine] e gli abbiamo chiesto di dire ai soldati di smettere di sparare. Ci ha dato il numero del comandante della guardia di frontiera e uno del gruppo ha chiamato. La prima volta gli ha sbattuto il telefono in faccia. La seconda volta ha detto: “Chiunque si avvicinerà al confine sarà ucciso.” La terza volta ci ha dato il permesso di andare a prendere il corpo. Erano circa le 8 di mattina. Ci sono andato con mio cugino e le guardie turche ci aspettavano là. Ci hanno lasciato prendere il corpo.

Il 7 Aprile le guardie di frontiera turche aggrediscono due uomini vicino all’attraversamento di frontiera di Khurbat al-Juz-Güveççi.

Il 18 Aprile, Human Rights Watch ha parlato per telefono con un residente di Khurbat al-Juz che ha soccorso due uomini, i quali hanno raccontato di essere stati fermati e aggrediti dalla polizia turca mentre cercavano di passare il confine. Ha raccontato:

Il 7 aprile, a metà mattina, ho ricevuto una chiamata da un combattente dell’opposizione a uno dei check-point di Ahrar al-Shams a Khurbat al-Juz. Ha detto che due uomini avevano cercato di attraversare il confine per entrare in Turchia ma che erano stati picchiati selvaggiamente dalla polizia turca, che li aveva poi lasciati dall’altra parte del muro. Ha detto che i due uomini avevano camminato verso il check point e spiegato cosa gli era successo. Io sono andato al check point e lì, in una piccola stanza, li ho incontrati. Ho parlato con loro e li ho registrati. Uno, “Badri”, era di Homs e l’altro, “Burham”, era di Hama. Entrambi adesso sono tornati nella provincia di Idlib. Mi hanno raccontato di aver cercato di attraversare la frontiera a al-Maklah, vicino alla prima torre di controllo turca, circa cinquecento metri a sud dell’attraversamento di Khurbat al-Juz-Güveççi, ma che le guardie li hanno presi e picchiati selvaggiamente. Hanno anche detto che con loro c’era un terzo uomo, a sua volta picchiato dalla polizia, ma non abbiamo mai scoperto che fine abbia fatto.
Il 29 Marzo le guardie di frontiera turche sparano e feriscono due uomini e una ragazzina vicino all’attraversamento di Khurbat al-Juz-Güveççi

Il 19 aprile Human Rights Watch ha parlato per telefono con un uomo che il 29 marzo era stato colpito da un proiettile della polizia di confine turca e che aveva assistito al ferimento di un altro uomo e di una ragazzina di nome “Elham”, in prossimità del passaggio di Khurbat al-Juz-Güveççi mentre si stavano dirigendo in Turchia L’uomo ha raccontato:

Il 20 marzo, verso le 6 di mattina, mi stavo dirigendo a Antakya perché avevo bisogno di un intervento chirurgico a una mano rotta. Avevo delle viti nella mano e dovevo toglierle. Ho attraversato il confine con un trafficante e un gruppo di 20 persone, tra cui mio cugino e una donna di Deir al-Zor che viaggiava con una ragazzina. Abbiamo attraversato il confine a circa due chilometri a sud del passaggio di Khurbat al-Juz-Güveççi. Non c’era ancora nessun muro in quel punto. Adesso sì. Siamo passati per un buco nella recinzione.
Il trafficante ci ha detto di avere un permesso di entrata in Turchia per ciascuno di noi. Un centinaio di metri oltre la barriera siamo incappati in una guardia di frontiera. Ricordo che era grasso e aveva i capelli chiari. Stava in piedi a una decina di metri da noi quando ci ha detto di fermarci. Il trafficante gli ha detto in arabo “Ho l’autorizzazione”; la guardia ha semplicemente alzato l’arma e ci ha sparato. Ci siamo tutti messi a correre. Un proiettile mi ha colpito alla schiena mentre mio cugino è stato colpito al petto. Non mi ha colpito la spina dorsale, ma appena a destra. Un proiettile ha anche colpito il mio zaino. La ragazzina è stata ferita alla gamba. Tutti quelli che non erano stati colpiti, tranne la donna, sono corsi via. Il soldato mi ha preso il telefono e poi ci ha detto di ritornarcene in Siria. Mio cugino riusciva a stare in piedi e a camminare e la donna ha aiutato me e la ragazzina.

Siamo strisciati di nuovo per il buco nella recinzione e siamo tornati a piedi a Khurbat al-Juz. All’improvviso, abbiamo sentito molti altri colpi dietro di noi e ci siamo nascosti per mezz’ora senza muoverci. Poi gli spari sono cessati e noi ci siamo mossi. Da lì siamo andati alla clinica di Ain Beyda. Mio cugino è stato trasferito all’ospedale di Darkush. L’ospedale ha provato a mandarlo in Turchia, ma i soldati al varco hanno risposto che il passaggio non era consentito a nessuno, neanche ai feriti gravi. Alcune persone in Khurbat al-Juz hanno descritto ai soldati le mie ferite e hanno chiesto se potevo attraversare il confine per ricevere cure ma loro hanno risposto di no.
Il 28 marzo le guardie di frontiera turche pestano a morte un trafficante e aggrediscono quattro uomini vicino a Ain al-Kawakh, in prossimità dell’attraversamento di Khurbat al-Juz-Güveççi

Human Rights Watch ha parlato con cinque persone dell’uccisione di un trafficante, “Faisal” e del ferimento di altre quattro persone avvenuti il 28 marzo vicino all’attraversamento di Khurbat al-Juz-Güveççi. Tra questi, c’è un uomo che è stato picchiato e che ha assistito al pestaggio di altri quattro uomini, e tre residenti di Khurbat al-Juz che hanno recuperato il corpo del trafficante ucciso nelle vicinanze del villaggio di frontiera Ain al-Kawakh, non lontano dalla stazione di polizia di Nişrin, due o tre chilometri a nord di Khurbat al-Juz. L’organizzazione ha anche parlato di ciò che è accaduto con due degli uomini aggrediti.
Il 19 aprile uno degli uomini picchiati, “Ghassan”, che è stato poi ripreso da uno dei residenti di Khurbat al-Juz, ha raccontato per telefono cosa è successo a lui e ai suoi quattro compagni di viaggio.

Io vengo dalle montagne curde (Jebel e Ekrad), sono sposato e ho due figli, di tre anni e sei mesi. Noi cinque siamo scappati dai combattimenti circa dieci mesi fa. Siamo rimasti al villaggio di Ikbane per sette mesi, poi il regime ci ha attaccati, a inizio febbraio, così siamo andati al campo [per sfollati] di Ubeen, ma il regime ha bombardato il campo. Ho pensato di andare in Turchia ma non volevo rischiare la vita dei miei figli attraversando il confine con un trafficante. Tutti mi raccontavano che la polizia turca sparava alle persone. Così ci siamo trasferiti al campo [per sfollati] di Salaheddin a Khurbat al-Juz. Non avevamo soldi e così ho deciso di andare in Turchia per cercare lavoro. Ho trovato un trafficante e ho attraversato il confine con lui e altre tre persone a fine marzo. Tutte e quattro vivevamo nel campo profughi ma solo io conoscevo il trafficante.

Subito dopo aver attraversato il confine, verso le 5 di pomeriggio, abbiamo sentito degli spari lì vicino. Ci siamo sdraiati a terra e abbiamo gridato “Non sparate!”. Allora sono arrivate le guardie di frontiera turche. Ci hanno picchiati tutti e poi portati ad una base lì vicino [la gendarmeria di confine di Güveççi]. Non appena siamo arrivati lì almeno sei guardie ci hanno pestati a lungo. Mi hanno picchiato su tutto il corpo e in testa con pugni, piedi, bastoni e calci di pistola. Non avevo idea del perché ci stessero picchiando. Non ci hanno detto niente in arabo, urlavano solo in turco ma l’unica cosa che sentivo erano i colpi che mi cadevano addosso. Avevo così male da non riuscire a capire cosa stesse succedendo. Poi sono svenuto.

Mi sono svegliato per terra vicino al muro di confine in territorio siriano. Era mattino inoltrato. Stavo malissimo e avevo forti dolori in tutto il corpo. Un po’ più lontano ho visto un altro del mio gruppo. Giaceva a terra e gemeva, chiedendo aiuto. Mi sono alzato e mi sono diretto verso Khurbat al-Juz per cercare soccorso. Ho incontrato una persona e gli ho detto dove si trovava il mio compagno. Più tardi, mi ha detto di aver trovato il corpo del trafficante vicino al muro. È meglio morire in Siria che sotto tortura al confine.

Il 20 aprile Human Rights Watch ha parlato per telefono anche con un residente di Khurbat al-Juz che ha raccontato del suo incontro con “Nasim”, un altro degli uomini picchiati dalla polizia turca, e lo ha filmato mentre spiegava l’accaduto:

Era la fine di marzo, lo stesso giorno in cui abbiamo trovato il corpo del trafficante. Io ero nei pressi della frontiera e ho visto un uomo che camminava lentamente verso di me dal muro di confine. Barcollava ed era coperto di sangue. Gli sono andato incontro e lui ha detto di essere stato catturato dalla polizia turca assieme ad altre quattro persone. L’ho portato alla clinica di Beyda, lì vicino, con la mia macchina. In macchina l’uomo mi ha raccontato cosa era successo. Ha detto che era un turkmeno della zona di Aleppo e che era in fuga dai combattimenti. Ha detto di aver cercato di entrare in Turchia con altri quattro ma che le guardie di frontiera turche li hanno catturati e condotti alla caserma vicina (la gendarmeria di confine di Güveççi), nei pressi dell’attraversamento di Khurbat al-Juz-Güveççi. Ha raccontato che lì la polizia di frontiera li ha spogliati e li ha picchiati selvaggiamente. Ha detto che tutti gli altri sono svenuti ma lui no, che la polizia lo ha portato con un pick-up al muro di confine e lo ha lasciato andare.

Il 18 e il 19 aprile Human Rights Watch ha parlato per telefono del ritrovamento del corpo del trafficante con tre residenti di Khurbat al-Juz. Tutti e tre hanno raccontato come le guardie di frontiera turche sparassero loro da una jeep non appena provavano ad avvicinarsi al corpo che giaceva a poche centinaia di metri dal muro, sebbene avessero prima chiesto l’autorizzazione alle guardie turche del posto.

La polizia di frontiera turca spara e uccide un trafficante vicino all’attraversamento di confine di Khurbat al-Juz-Güveççi intorno al 20 marzo.

Human Rights Watch ha parlato per telefono con un residente di Khurbat al_Juz che ha trovato il corpo di un trafficante di nome “Ibrahim”, proprio nei pressi del muro di confine vicino al campo per sfollati di Salaheddin a Khurbat al-Juz, intorno al 20 marzo. L’uomo ha raccontato:

Il terzo venerdì di marzo, delle persone del campo di Salaheddin mi hanno detto che c’era un corpo vicino al muro di frontiera non lontano dal campo. Ho chiamato il sindaco di Güveççi e gli ho chiesto di dire alle guardie di frontiera di non sparar mentre andavamo a recuperare il corpo. Mi ha detto che andava bene, quindi siamo andati a prendere il corpo e non ci hanno sparato. L’uomo giaceva a terra nei pressi di un buco nella recinzione vicino al quale, al di là del muro, spesso si posizionano le guardie di frontiera turche. Aveva una ferita da arma da fuoco proprio in mezzo al petto. Ho riconosciuto l’uomo perché prima viveva nel campo di Salaheddin.

La polizia di confine turca spara ad un uomo, ferendolo, vicino all’attraversamento di Khurbat al-Juz-Güveççi, nella prima settimana di marzo.

Il 20 aprile Human Rights Watch ha intervistato per telefono un uomo che era stato ferito a una gamba nel tentativo di attraversare il confine con la Turchia durante la prima settimana di marzo. Ha raccontato:

Io vengo da Jisr al-Shughur. Sono scappato con la mia famiglia perché il regime ha attaccato la città tra febbraio e marzo. Abbiamo prima cercato di andare in uno dei campi per sfollati tra Ain Beida e Khurbat al-Juz, ma la vita lì era molto difficile. Quindi mia moglie e io abbiamo provato a andare in Turchia con i nostri figli.

Circa 35 giorni fa, alle otto di sera, abbiamo provato a passare il confine con un gruppo di circa tredici persone, in un punto che si trova a circa due chilometri a sud di Khurbat al-Juz. C’erano sei uomini, quattro donne e tre bambini. Un trafficante aveva organizzato il tutto ma non è venuto con noi. Ha mandato due ragazzini, di dodici e tredici anni circa, per aiutarci a passare. Ci siamo avvicinati alla recinzione e improvvisamente abbiamo udito degli spari. Ho sentito un dolore alla gamba e ho visto che ero stato colpito. Sono caduto a terra.
Tutti gli altri sono corsi via. Io sono rimasto in quel posto per circa trenta minuti e ho gridato aiuto. Nessun altro è stato ferito. Gli spari sono cessati e alcuni uomini sono arrivati e mi hanno riportato a Khurbat al-Juz. Non ci sono state sparatorie mentre mi soccorrevano. Mi hanno portato all’ospedale di Ain Beida a due o tre chilometri di distanza. I dottori mi hanno detto che, nella gamba sinistra, avevo un proiettile sopra il ginocchio e uno sotto.