Morire di Stato a Rosarno

L’omicidio di Sekine Traore tra povertà e menzogne istituzionali

Foto di Medu

Ci sono cose nella vita già scritte. La morte di Sekine Traore, ragazzo maliano di 26 anni, è una di queste.
Traore è morto a San Ferdinando, zona industriale semi abbandonata del comune di Rosarno, Piana di Gioia Tauro; gli ha sparato un carabiniere intervenuto, secondo la prima versione, per sedare una rissa tra migranti; il ragazzo sarebbe andato in escandescenza scagliandosi contro il milite che, per difendersi, avrebbe estratto l’arma e sparato il colpo. La prima versione è quella della Questura che, come ben sappiamo, talvolta vede cose che noi umani facciamo molta fatica a vedere.
Ma sulla versione ci tornerò su più avanti, non che sia di minor importanza, ci tengo semplicemente a ricordare che Sekine si è accasciato al suolo, per l’ultima volta, una calda mattina di giugno all’interno del ghetto di Rosarno. Morire dentro ad un ghetto è come affogare, sbalzato dal gommone, nel Mar Mediterraneo. Cambia veramente poco.
La prima volta che ho visitato il ghetto di Rosarno ho sentito una pregnante puzza di morte, oltre che di plastica bruciata, e ho pensato che il povero Carlo Levi avesse avuto un abbaglio mentre scriveva il “Cristo si è fermato ad Eboli”; in realtà è sceso un po’ più a sud fermandosi poco prima della Piana di Gioia Tauro. Ha guardato avanti ed è tornato subito indietro.
L’inferno della grande zona industriale di San Ferdinando è la descrizione di un’Italia che nasconde “sotto il tappeto” i propri fratelli e le proprie sorelle: un grande ghetto con tende predisposte dal Ministero dell’Interno (nel 2010, sic!), baracche costruite con mezzi di fortuna, una fabbrica occupata e un mare di spazzatura. Sekine è morto proprio lì, tra la spazzatura e l’odore di diossina. Sekine era, insieme a tutti gli altri, un nuovo schiavo moderno.
I 500 braccianti che oggi vivono nel ghetto di Rosarno fanno parte degli oltre trecentomila braccianti agricoli sparsi nell’intero Sud Italia. Maliani, magrebini, sudanesi, burkinabè, bulgari, italiani che si spaccano la schiena per pochi euro l’ora per raccogliere frutta e verdura che poi la Grande Distribuzione Organizzata spartisce tra le migliaia di supermercati sparsi nella Penisola; le loro condizioni di vita sono pessime, vivono in una precarietà estrema, in un limbo tra la vita e la “non vita”, in una spirale di vergogna e razzismo autoctono che porterebbe anche il più sano tra gli europei a dare di matto. La loro è una vita in costante “transumanza” tra ghetti e povertà a rincorrere la stagione delle arance in Calabria, dei pomodori in Basilicata e Puglia, della verdura in serra in Sicilia. Schiavizzati dai caporali e usati dalla criminalità organizzata, sono gli ultimi di un mondo che non può renderli visibili. La filiera sporca dell’agricoltura italiana serve a tutti: gli agricoltori, pagando pochissimo e in nero, possono permettersi di guadagnare qualche soldo in più stritolati come sono dalla Grande Distribuzione che, a sua volta, vende i prodotti a prezzi folli e a grandissime quantità. In fondo alla scala gli africani, schiavi di un vero e proprio sistema gestito dai caporali e dalle mafie.
Le istituzioni, come spesso accade, sono conniventi al sistema e talvolta deliberatamente schierate per mantenere lo status quo. Tutti i governatori delle regioni del Sud hanno condannato il lavoro nero e sottopagato dei braccianti e hanno urlato allo scandalo quando si sono trovati davanti alle drammatiche condizioni dei ghetti dove vivono i lavoratori agricoli, ma sono sempre state parole al vento. Politicanti sbandieratori di meschinità che nel sistema ci sguazzano allegramente.
Tanto per fare un esempio, qualche mese fa, a Rignano, il ghetto più “longevo” d’Italia, il governatore Emiliano dopo essersi indignato (“Basta ghetti”, “Situazione inaccettabile”) ha ben pensato di inviare polizia e carabinieri in tenuta antisommossa per uno sgombero “momentaneo” del ghetto, conseguente retata per denunciare qualche migrante senza permesso di soggiorno e faccenda chiusa nel giro di qualche ora. Oggi a Rignano si contano più di 500 braccianti in condizioni abitative spaventose. Nulla è cambiato!
Lo Stato, dal canto suo, riscrive e approva leggi contro il caporalato sapendo che arrestando qualche caporale non si fermerà mai la filiera sporca.
Rosarno, come Rignano o qualsiasi altro ghetto, è una bomba pronta ad esplodere da un momento all’altro. E allora le cose dobbiamo dirle come stanno, non per partito preso, ma per essere la voce di chi voce non ne ha. 

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I molti braccianti presenti all’uccisione del maliano raccontano che il ragazzo non era così alterato da giustificare l’uso della pistola da parte del carabiniere che, tra le altre cose, non era solo ma in pattuglia con altri poliziotti. Come succede sempre più spesso, però, l’idea della legalità è associata al grilletto facile e al manganello veloce. La letteratura in materia è sempre più ampia.
Ma prima ancora di tutto questo, l’omicidio di Sekine è il frutto di decenni di repressione dello Stato italiano, di razzismo latente, di corruzione istituzionale, di sfruttamento lavorativo nel silenzio generale, di demonizzazione verso tutte quelle realtà che lottano sul campo per l’uscita dal ghetto e per ridare dignità a delle persone che l’hanno persa da troppo tempo.
È stato lo Stato ad uccidere Sekine! Urliamolo forte!

Matteo De Checchi

Insegnante, attivo nella città di Bolzano con Bozen solidale e lo Spazio Autogestito 77. Autore di reportage sui ghetti del sud Italia.
Membro della redazione di Melting Pot Europa.