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Roma. Un anno di accoglienza dal basso

Intervista agli attivisti di Baobab Experience poco prima della operazione sconcertante di polizia a Via Cupa

Poco prima di pubblicare questa intervista, ieri, in via Cupa è stata sgomberata la tendopoli dove da giorni vivevano decine di migranti supportati dagli attivisti del Baobab. Le cifre della questura parlano di settanta identificati, di cui trenta saranno sottoposti alla fotosegnalazione. Non sappiamo se nell’identificazione sono state usate le stesse modalità violente di Ventimiglia dove le pressioni e le percosse della polizia sono diventate sistematiche nella raccolta delle impronte.
Quella di ieri è però l’ennesima operazione sconcertante della polizia a Via Cupa, ci sembra quindi doveroso allegare il video che gli attivisti del Baobab ci hanno inviato e sottolineare comunque come questo evento non ferma l’attività dei volontari.

Durante la mattina le forze dell’ordine, accompagnate da operatori delle strutture di accoglienza del Comune di Roma e della Asl, hanno parlato di “semplice identificazione dei migranti”, poi di “bonifica”, e poi ancora nel pomeriggio hanno deciso di procedere a un vero e proprio sgombero.
“È vergognoso che ancora una volta le uniche risposte che a Roma le istituzioni danno all’arrivo dei migranti sono misure di ordine pubblico o improvvisate e parziali iniziative di accoglienza”, ci dicono gli attivisti.
Le tende di Via Cupa rimangono in piedi così come la clinica mobile di Medu che resta operativa insieme ai volontari del Baobab.

Intervista a Baobab Experience, il collettivo che da un anno fornisce prima accoglienza ai migranti in transito a Roma.

A maggio dell’anno scorso la prefettura ha sgomberato la baraccopoli di Ponte Mammolo, un luogo in cui le persone trovavano riparo durante il loro viaggio, senza però fornire una soluzione alternativa.
Vedendo aumentare le persone accampate in strada gli attivisti e i volontari, a differenza delle istituzioni, non sono rimasti con le mani in mano, si sono attivati in prima persona coinvolgendo la città e ottenendo grande solidarietà dalla cittadinanza, la quala ha contribuito al progetto acquistando e raccogliendo spontaneamente i materiali necessari per non lasciare le persone abbandonate a se stesse.

Come molte altre città italiane, Roma per molti migranti appena sbarcati sulle coste siciliane è un luogo di transito. Queste persone che arrivano nella capitale non vorrebbero rimanere in Italia, ma proseguire il loro viaggio verso altri paesi europei in cui hanno più possibilità di avere un’accoglienza dignitosa, trovare lavoro, o principalmente ricongiungersi con i propri familiari e le proprie comunità. Il dispositivo degli Hotspot entrato in vigore da pochi mesi rende quasi impossibile riuscire a non farsi identificare una volta arrivati in Italia, riducendo quindi le possibilità di lasciare il paese senza incorrere nel regolamento Dublino. Tutte le persone identificate, una volta trovate in un paese diverso dall’Italia potrebbero essere rispedite qui, dove possono scegliere – come unica alternativa alla richiesta di protezione internazionale – il fallimentare programma di relocation che in un anno, in tutta Europa, è riuscito a ricollocare nei paesi diversi da quelli di approdo meno di 1500 1 persone sulle 160.000 previste. Al tempo stesso molti migranti sanno che le procedure di rinvio in Italia dei cosiddetti “dublinati” sono ferme (l’Unità Dublino non è in grado di verificare tutte le posizioni), oppure non conoscono la normativa perché al loro arrivo in Italia le informazioni che ricevono sono parziali e non sufficienti, e spesso fornite dopo le fasi travagliate e traumatiche del salvataggio in mare.

Dopo aver provato a cercare un’interlocuzione con le istituzioni gli attivisti di Baobab Experience, hanno provato ad occupare l’ex istituto ittiogenico, ma dopo alcune ore la polizia ha sgomberato lo stabile, lasciando nuovamente le persone in strada.

A partire dall’inizio di Maggio 2015 quante persone sono arrivate in via Cupa?

Da maggio ad oggi, più di 35.000 persone sono transitate da via Cupa. Il dato è stato calcolato partendo dalle presenze a pranzo iniziate ad essere raccolte da metà luglio e stimando un periodo medio di permanenza dei migranti transitanti. Lo stesso dato ci è stato confermato dal dipartimento delle politiche sociali del comune di Roma nel corso di un incontro nella loro sede.

Qual è la vostra modalità di organizzazione?

Il gruppo che costituisce lo “zoccolo duro” di Baobab Experience è formato da una trentina di persone. Nessuno prima che scoppiasse l’emergenza di un anno fa si conosceva, per cui l’organizzazione è stata molto “fluida”, in quanto si trattava di dover prendere decisioni in poco tempo e senza delle fondamenta condivise. Le questioni di tipo pratico (“abbiamo 700 persone alla porta e 10 litri di latte per domani”), inevitabilmente, hanno avuto la priorità rispetto ad una condivisione politica sull’argomento migrazione e anche ad un’organizzazione formale del collettivo che, per fortuna, non è mai arrivata.
Nel corso delle settimane, le attività quotidiane (distribuzione pasti, vestiti, supporto medico, pulizie, organizzazione del magazzino) si sono affinate e definite mentre ognuno, naturalmente, riusciva a tirare fuori le sue migliori capacità, competenze e conoscenze. Così, spontaneamente, sono nate le attività “accessorie”: dalle partite di calcetto e basket, ai laboratori di pittura, alle visite guidate in giro per Roma, agli spettacoli di strada di fronte al centro.
Da giugno ci riuniamo ogni martedì sera per l’assemblea plenaria dove discutiamo e decidiamo sulle questioni più importanti. L’unico gruppo operativo stabile è quello di comunicazione. Gli altri sono sempre variabili secondo l’idea che tutti possono essere utili in qualsiasi campo e che ognuno deve avere chiaro il quadro completo di quello che accade.
La peculiarità, rispetto a molti altri collettivi, sta nell’eterogeneità dei componenti sia in termini di età che di estrazione sociale che di background culturale.
È un’organizzazione che si basa più sul buon senso e la comunità di intenti che sulle procedure e le regole. E funziona.
È l’anarchia nell’accezione più bella del termine: non un posto dove tutti possono fare quel che vogliono, ma dove – semplicemente – non è necessario formalizzare i comportamenti.

In quale modo i migranti vengono a conoscenza della vostra realtà?

Il Baobab, prima di essere chiuso il 6 dicembre, è stato un centro di accoglienza per oltre 13 anni, tenuto da una cooperativa di migranti e autogestito dagli ospiti, in prevalenza eritrei. La comunità eritrea è molto coesa e il passaparola è il principale veicolo con cui vengono a conoscenza, ancora adesso, del nostro presidio. Inoltre la vicinanza della stazione dei treni e quella dei bus sulla Tiburtina a poche centinaia di metri, favorisce il loro arrivo in via Cupa.

Ad un anno dallo sgombero della baraccopoli a Ponte Mammolo e dopo la chiusura del centro Baobab come si sono mosse le istituzioni? Che tipo di risposte hanno dato?

Non si sono mosse. Non hanno dato alcuna risposta, se non perquisizioni e sgomberi lampo.
Il 4 dicembre, poco dopo aver servito la cena ai circa 50 ospiti presenti al centro e 2 giorni dopo aver appreso telefonicamente dal dipartimento delle politiche sociali la minaccia di un imminente sgombero, riceviamo una telefonata dal Campidoglio: “Il subcommissario Vaccaro è pronta a ricevervi domani se stasera abbandonate la struttura”.
“No grazie, rifiutiamo e andiamo avanti”.
“Il commissario Tronca è pronto a ricevervi domani se stasera abbandonate la struttura”.
“Niente di personale contro la Vaccaro, eh. E’ proprio l’idea che un colloquio debba essere inteso come una ricompensa che non riusciamo ad accettare. Come sopra, quindi”.
“Ok, il commissario Tronca vi aspetta in Campidoglio tra 30 minuti”.
In quell’incontro improvvisato nei piani alti del Campidoglio, Tronca ha espresso la sua gratitudine per quanto fatto dagli attivisti, ha riconosciuto la necessità di trovare una soluzione strutturata per i transitanti (vantandosi di quanto fatto a Milano con i volontari alla stazione centrale) ma si è dimostrato inflessibile sulle necessità di sgombero. Necessità che apparivano già (e appaiono ancor più tutt’ora) fittizie: la presenza di una sentenza del TAR che obbliga il comune a restituire l’immobile sito in via Cupa 1 al legittimo proprietario. La riconsegna dei locali sarebbe dovuta avvenire entro il 30 aprile 2016, ma per garantire il ripristino delle condizioni iniziali, lo sgombero sarebbe dovuto avvenire il giorno dopo.
Poco credibile, molto poco credibile.
Da quell’incontro si è usciti con queste condizioni: la struttura sarebbe stata riconsegnata al comune il 6 dicembre a patto che:
tutti i migranti presenti all’interno venissero ricollocati in altre strutture in città;
ci venisse garantita l’opportunità di installare un presidio fisso in via Cupa;
ci venisse fornito un magazzino dove tenere tutte le donazioni dei cittadini in termini di vestiti, cibo e medicine.
si iniziasse a lavorare per individuare e predisporre una nuova sede per garantire accoglienza degna ai transitanti;
Le prime tre promesse sono state mantenute. L’ultima, la più importante, no.
Il 15 dicembre, al primo incontro operativo programmato in Campidoglio, abbiamo constatato che l’amministrazione capitolina non aveva fatto nulla mentre noi avevamo già individuato il posto e scritto una bozza di progetto per il suo utilizzo: l’ex istituto ittiogenico.
Da quel giorno si sono interrotti – nostro malgrado – i rapporti con il Campidoglio che ha smesso di rispondere alle nostre mail e alle richieste pubbliche di incontro.
Al momento i rapporti con le istituzioni passano solamente dagli operatori della Sala Operativa del dipartimento alle politiche sociali che vengono in maniera frequente in via cupa per valutare la possibilità di ricollocare i migranti in altre strutture (su tutte quella della CRI in via del frantoio).
Lo stesso dipartimento, in uno slancio di orgoglio e virilità, ha rigettato la nostra richiesta di avere dei bagni chimici vicino alla tendopoli: concederli, ci hanno detto i funzionari, significherebbe “avallare” la tendopoli. Come dire: meglio una condizione igienico sanitaria precaria con rischi anche per i cittadini romani che rappresentiamo, piuttosto che perdere la fama di duri e puri.
Noi abbiamo spiegato loro che non è una gara a chi è più macho, ma una questione di dignità, umanità, salute. Quindi abbiamo dovuto provvedere autonomamente alla ricerca dei fondi per l’affitto di quattro bagni chimici.
Per quanto riguarda l’istituto ittiogenico e la nostra richiesta di costruire lì il nuovo Baobab: l’ostacolo maggiore sembra essere l’ordine pubblico, quindi la prefettura e via via salendo. Il condizionale è d’obbligo, però: nessuno ci parla chiaramente di quale sia la situazione, nessuno riesce a darci delle tempistiche certe su un eventuale sblocco della situazione. Burocrazia e linguaggio “politichese” sono usati come armi dagli azzeccagarbugli delle istituzioni per giustificarne l’immobilismo.
Allora che tendopoli sia, con immenso rammarico verso le donne e gli uomini che sono costretti a dormire in tenda sul ciglio della strada, in condizioni precarie mentre l’ex-istituto ittiogenico continua ad essere chiuso e abbandonato così come centinaia di altri immobili a Roma.

Dopo lo scandalo Mafia Capitale, ci sono state delle sostanziali modifiche nel sistema di accoglienza e/o nella percezione dei migranti da parte della cittadinanza?

Da una parte c’è stata una drastica diminuzione dei fondi pubblici stanziati per l’accoglienza e molti bandi di gara sono andati deserti, dall’altra c’è ancora una parte di cittadinanza che continua ad associare le cooperative e il sistema di accoglienza ad un business di stampo mafioso anche a causa della famosa frase di Carminati “si fanno più soldi con gli immigrati che con la droga”. Ma, dal supporto che riceviamo tutti i giorni, possiamo dire è una parte minoritaria.
La nostra battaglia è anche questa: riportare l’attenzione della cittadinanza sulle dinamiche umane e sui vantaggi sociali che un’accoglienza degna può avere sulla futura convivenza in Europa. Non è una pratica che porta benefici ai soli migranti, ma a tutti gli abitanti del continente.

Qual è la risposta da parte della cittadinanza rispetto al vostro lavoro in via Cupa? Nell’ultimo anno c’è stata un’evoluzione delle relazioni con i cittadini?

Sicuramente l’aspetto più sorprendente dell’emergenza transitanti a Roma del 2015 è stata la risposta della cittadinanza. Nonostante Mafia Capitale, i problemi politici della città, una povertà diffusa e un welfare pari a zero, le romane e i romani hanno tenuto fede alla loro fama di popolo accogliente. Un continuo via vai di auto e pedoni fa sì che ancora oggi, dopo un anno, sia possibile dare accoglienza a più di 200 migranti in transito.

Nell’anno passato sono state molte le persone alle quali avete dato supporto che hanno deciso di fermarsi a Roma o la maggior parte di loro erano solamente in transito?

Le persone che lo scorso anno sono passate al Baobab e hanno deciso di chiedere asilo in Italia si contano sulle dita di una mano. Un numero risibile rispetto gli oltre 35.000 migranti in transito.

Chi decide di proseguire il proprio viaggio verso dove vuole andare?

I migranti transitati da via Cupa nell’ultimo anno avevano sempre come meta i paesi del nord Europa. Le destinazioni più gettonate sono, nell’ordine: Germania, Svezia, Inghilterra,Olanda, Danimarca e via via gli altri paesi del nord Europa, nella maggior parte dei casi per raggiungere parenti e/o amici che sono già lì. Nessuno ha mai pensato di andare nella penisola iberica o nell’Europa dell’est.

L’apertura degli Hotspot in Sicilia e a Taranto è attualmente la migliore garanzia per i paesi europei di bloccare il transito dei migranti nel nostro paese. Secondo la vostra esperienza e le persone che state incontrando, il cosiddetto “approccio Hotspot” delle politiche europee che effetti sta producendo sulla vita dei migranti?

Relativamente ai migranti in transito, l’approccio Hotspot sta appesantendo ancor più il loro viaggio. Nello specifico, per i migranti provenienti dall’Eritrea, si trovano in una situazione di assoluta incertezza rispetto al proseguo del loro cammino.
Una volta sbarcati in Italia, si trovano ad un giorno dalla meta che inseguono da mesi. Hanno viaggiato attraverso il deserto in Sudan, hanno rischiato la vita tra trafficanti e carceri libiche, hanno subito violenze ed abusi e sono sopravvissuti ai naufragi nel Mediterraneo.
Qui la scelta è tra fidarsi di un programma di relocation che – al momento – non offre loro nessuna certezza (non c’è la sicurezza che venga assegnata loro la destinazione scelta, non ci sono tempistiche definite sul trasferimento, non c’è la certezza sulle misure di accoglienza che troveranno qui in Italia nel frattempo) oppure provare a passare tra le maglie sempre più strette delle istituzioni e arrivare finalmente nel posto agognato.
Molti di loro non riescono a fidarsi degli operatori dell’UNHCR o dell’EASO che gli illustrano il programma di relocation: come non capirli?
In questo limbo gli scenari sembrano essere solo due: richiedere asilo in Italia o aderire al programma di relocation. Tertium non datur: il rimpatrio forzato in Eritrea non è fortunatamente perseguibile.

Cosa succede se un profugo eritreo si rifiuta, come suo diritto, di chiedere asilo o di accettare il ricollocamento in un altro paese?

Ancora a noi non è dato saperlo, ma quello che sta emergendo è che le falle nell’approccio Hotspot sono diverse. Arrivano profughi eritrei identificati ma lasciati liberi di muoversi in Italia: il sistema sembra essere già al collasso e siamo solo ai primi di Giugno.
L’ultima notizia grottesca giunta fino a noi è che la richiesta di relocation può essere presentata solo nel centro dove si hanno lasciate le impronte. Quindi un migrante registrato a Taranto e male informato sulla relocation, lasciato libero di arrivare a Roma e ricevute altre informazioni, non può arrivare a Castelnuovo di Porto (a 30 minuti dalla stazione Tiburtina) e aderire al programma, ma è costretto a tornare a Taranto per esplicitare le pratiche. Che dire: bravi tutti a Bruxelles, l’hanno pensato proprio bene.

  1. http://ec.europa.eu/dgs/home-affairs/what-we-do/policies/european-agenda-migration/background-information/docs/20160518/factsheet_relocation_and_resettlement_-_state_of_play_en.pdf