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L’attivismo al tempo del migration compact. Verso un approccio europeo?

Foto: Carmen Sabello, staffetta #overthefortress a Idomeni, aprile 2016
Foto: Angelo Aprile, staffetta #overthefortress a Idomeni, maggio 2016
Foto: Angelo Aprile, staffetta #overthefortress a Idomeni, maggio 2016

Qual è il livello attuale dello scontro tra gli apparati che governano i flussi migratori e i migranti che reclamano diritto di movimento e dignità? Siamo difronte ad un campo di tensione che attraversa l’intero spazio europeo. Se l’Europa è lo scenario, uno sguardo che tenga insieme i punti focali della cosiddetta crisi dei rifugiati – la rotta balcanica, gli hotspot greci e italiani, Ventimiglia, Calais – può aiutare a comprendere i termini reali di questa crisi. Evidentemente, non è una crisi legata al numero degli arrivi di migranti nello spazio europeo, allo stato attuale inferiori alle previsioni e, in generale, tutt’altro che allarmanti. Ad essere in crisi è il diritto d’asilo così come l’abbiamo conosciuto finora. Anche in questi termini, è una crisi europea del diritto d’asilo. I singoli paesi – a cominciare dalla Grecia e dall’Italia – rappresentano, più che altro, luoghi di sperimentazioni che anticipano tendenze capaci di investire lo spazio europeo nella sua interezza.

Esiste, dunque, un progetto europeo di gestione dei flussi? La Commissione europea lo presenta proprio in questi termini, definendolo – non casualmente – in termini di approccio. È l’approccio hotspot: presentato nell’ambito della agenda europea sulla migrazione dello scorso maggio “per dare sostegno agli Stati membri in prima linea nell’affrontare le fortissime pressioni migratorie alle frontiere esterne dell’UE”, nei fatti ha presentato un esperimento europeo di limitazione di accesso al diritto d’asilo e una contrazione generalizzata dei diritti delle e dei migranti, classificati sommariamente e spesso respinti in relazione ai paesi di origine.

La gestione dei flussi migratori mediante questo approccio è resa possibile dall’azione diretta delle agenzie europee e degli attori internazionali all’interno degli hotspot. Non siamo in presenza di un modello progettato a livello europeo e attuato dai singoli governi nazionali. A cominciare dal laboratorio greco e italiano, la gestione diretta dei flussi migratori è affidata ad attori europei. Nella dotazione organica prevista per gli hotspot un posto di rilievo è occupato, infatti, dai team di Frontex, incaricati di fornire supporto alle attività di pre-identificazione e di screaning, di debrefing e analisi del rischio, di verifica dei documenti. In aggiunta, si segnala la presenza di esperti Easo, dai team dell’Unhcr e Oim, e del personale Europol.

Il metodo di governo dei flussi migratori è definito, dunque, dalla Commissione europea, e gli strumenti con i quali questo metodo viene attuato sono in buona parte europei. È questo lo scenario sul quale si inserisce il migration compact. Le novità introdotte nell’ambito di questa proposta rafforzano la gestione europea della crisi dei migranti, e la contrazione effettiva del diritto d’asilo. Il salto di qualità in questa gestione è inquietante. È in ballo la possibilità di subappaltare il controllo delle frontiere, con i paesi di transito del Nord Africa, dell’Africa subsahariana e del Medio Oriente che avrebbero la possibilità di accedere a fondi per la cooperazione, finanziamenti pubblici e privati in ragione della loro cooperazione nell’intercettare i migranti nei territori di transito, rispedendoli eventualmente verso i paesi dai quali fuggono e, in ogni caso, impedendo le partenze. Non è ipotizzabile che il migration compact possa realizzare uno spazio ermeticamente chiuso verso l’esterno. Più che altro, la posta in gioco è rappresentata dalla possibilità di selezionare in origine la composizione dei flussi migratori, scegliendo le nazionalità, il livello di istruzione, le professionalità e il genere in ragione delle esigenze del mercato del lavoro europeo.

Questo ennesimo tentativo europeo di esternalizzazione dovrà fare i conti con alcune difficoltà tecniche, legate anche alla molteplicità degli attori internazionali in campo. Non di meno, qualora si dovesse effettivamente realizzare, anche parzialmente, rappresenterebbe l’estensione e la generalizzazione della crisi del diritto d’asilo che già attraversa lo spazio europeo.

Il modello di riferimento per l’Unione europea è rappresentato, in tutta evidenza, dal drammatico accordo Ue-Turchia. Dal punto di vista dell’efficacia dell’accordo, gli strumenti che escludono la possibilità di accedere alla protezione internazionale e le deportazioni verso la Turchia rappresentano, in questa fase, aspetti tendenzialmente marginali (ma ugualmente inquietanti). La vera posta in gioco dell’accordo Ue-Turchia -e, con tutta evidenza, anche del migration compact – è rappresentata dal blocco delle partenze attuato dalle autorità del paese di transito (in cooperazione con gli attori europei). Un salto di qualità nel confinamento dei migranti, attuato su larga scala e che rende sostanzialmente invisibili le donne e gli uomini in migrazione.

Che fare delle pratiche solidali diffuse sui territori, dei percorsi di mutualismo e resistenza, alla luce di questo scenario così inquietante e irrimediabilmente europeo?

L’ondata di solidarietà che, a partire dalla scorsa estate, ha attraversato i territori europei, ha aperto una possibilità che non è ancora chiusa. Per lunghe settimane la necessità di aprire lo spazio europeo nei confronti di chi era in transito è diventato un elemento centrale nel dibattito pubblico. È proprio intorno alla limitazione del movimento dei migranti che le elites europee hanno ristrutturato le politiche di gestione dei flussi, sperimentando all’interno degli hotspot prassi, provvedimenti e decisioni che nei fatti impediscono la mobilità. L’attuale configurazione dei dispositivi di controllo dei flussi non sembra essere, per altro, quella definitiva: le prassi mutano velocemente e gli hotspot sono dispositivi strutturalmente flessibili e in divenire.

In una fase così delicata, davanti ad una posta in gioco così rilevante – e così europea – il tema dell’efficacia e della potenza dei movimenti di solidarietà diventa urgente. In un contesto pur difficile, le pratiche solidali e di mutualismo non hanno smesso di attraversare, ad esempio, la società greca e quella italiana. Anche con riferimento al nostro paese, siamo tutt’ora in presenza di progetti di solidarietà, campagne di sostegno al transito, interventi a difesa dei diritti dei migranti, reti e percorsi tutt’altro che insignificanti. C’è da interrogarsi, proprio mentre il migration compact è al centro del dibattito e l’incubo dell’esternalizzazione dei confini sembra poter prendere (almeno parzialmente) forma, sull’efficacia dei movimenti di solidarietà.

È necessario innanzi tutto cogliere l’ampiezza della sfida, definendo una proposta politica complessiva che ribalti l’approccio hotspot – escludente e discriminante – delineando un approccio europeo, di movimento, aperto e solidale, al tema delle migrazioni. È una prospettiva da assumere con una certa urgenza: è necessario calibrare in termini europei le analisi, le proposte e le pratiche dei movimenti solidali nazionali e locali. In caso contrario, le pur apprezzabili pratiche solidali strettamente territoriali sarebbero irrimediabilmente tagliate fuori dal livello dello scontro che mai come in questa fase è compiutamente europeo.

Assumere un approccio europeo al tema delle migrazioni, da parte dei movimenti solidali, vuol dire evidentemente porsi il tema della costruzione di coalizioni con le forze sociali e politiche che lavorano nella stessa direzione all’interno dello spazio europeo. Un approccio europeo indica, inoltre, la necessità di assumere i temi immediatamente europei all’interno della propria agenda politica, anche quando ci si mobilità intorno specifiche vertenze locali. Diritto al transito e al movimento, diritto d’asilo europeo, dignità e solidarietà all’interno della società europea, oltre e contro ogni confinamento, selezione e contrazione dei diritti, hanno la necessità di diventare parole d’ordine dentro ogni pratica solidale.

In mancanza di un approccio europeo, le singole pratiche di assistenza rischiano di essere confinate nel campo del lodevole ma ininfluente, schiacciate dai progetti in corso di realizzazione che puntano a limitare ad origine l’accesso allo spazio europeo.

In questi termini, il laboratorio greco non è soltanto il luogo di sperimentazioni di prassi e modalità di governo dei flussi, limitazione di accesso al diritto d’asilo, esternalizzazione della gestione delle frontiere. È anche un territorio incessantemente attraversato da molteplici pratiche solidali che, proprio in queste settimane, si interrogano, in una serie di appuntamenti, camp e incontri, sulle traiettorie da assumere.

La fase che attraversiamo, anche in Italia, interroga direttamente l’efficacia e la potenza, sul piano europeo, delle nostre pratiche solidali. L’Europa è il terreno minimo di scontro. È necessario assumere la portata dello scontro, tendendo ben presente che il tempo della solidarietà non è affatto concluso. Il movimento dei migranti connette e ricompone territori e società frammentati. È urgente dare forma e sostanza allo spettro della solidarietà politicizzata lungo quelle stesse rotte: mai come in questa momento è necessario e possibile.

Francesco Ferri

Sono nato a Taranto e vivo a Roma. Mi occupo di diritto d'asilo, politiche migratorie e strategie di resistenza sia come attivista sia professionalmente. Ho partecipato a movimenti solidali e a ricerche collettive in Italia e in altri paesi europei. Sono migration advisor per l’ONG ActionAid Italia.