Cari politici europei, prendete nota: la “soluzione australiana” è quanto di più vicino ci sia a una non-soluzione

Nikolas Feith Tan, The Guardian - 17 agosto 2016

Photograph: Ethan James/AAP

La pubblicazione della scorsa settimana sul Guardian di più di 2.000 file provenienti da Nauru, un piccolo Stato insulare del Pacifico che accoglie i richiedenti asilo in cerca di una via per l’Australia, rappresenta l’ennesima crepa nel modello di asilo australiano.

Il materiale ha difatti confermato quanto già segnalato in diversi precedenti rapporti riguardo le condizioni a Nauru, dove uomini, donne e bambini sono vulnerabili ed esposti a violenze, abusi e trattamenti disumani da anni e anni.

In particolare, il documento ha fatto luce su alcuni degli aspetti più oscuri delle politiche di asilo australiane, attuate anche in altri Paesi (ma da organizzazioni private). Queste pratiche dall’altra parte del mondo sono importanti per l’Europa in quanto i politici hanno definito il modello australiano “un successo” e lo hanno proposto come soluzione all’attuale crisi migratoria europea.

Per contestualizzare i documenti trapelati da Nauru, ecco un quadro del modello d’asilo australiano – e le tre ragioni per le quali potremmo presto vedere la fine del suo regime offshore.
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Dalla “Soluzione Pacifica” ad oggi

La cooperazione tra l’Australia e Nauru ha origine dall’incidente di Tampa nel 2001. Nell’agosto di quell’anno la nave mercantile norvegese Tampa trasse in salvo 438 richiedenti asilo che cercavano di raggiungere l’Australia. Il Governo non permise alla nave di attraccare, esigendo che i migranti venissero riportati in Indonesia.

L’Australia chiese all’ex protettorato di Nauru di accogliere i richiedenti, dando vita alla “Soluzione Pacifica”. All’epoca, Nauru non era uno Stato firmatario della Convenzione sui Rifugiati. Con questa politica, che durò fino al 2008, i richiedenti asilo in cerca di protezione in Australia venivano intercettati e portati per un periodo di detenzione a Nauru, o in Papua Nuova Guinea, un altro Stato del Pacifico, mentre le loro richieste venivano esaminate.
L’Australia ha riaperto i centri di detenzione di Nauru e dell’isola di Manus (Papua Nuova Guinea) come “salvavita” nel 2012, per fermare un numero relativamente elevato di richiedenti asilo che sarebbero giunti in barca e le morti in mare che avrebbero inevitabilmente accompagnato le loro traversate. Nel frattempo, Nauru aveva firmato la Convenzione sui Rifugiati.

Tuttavia questi accordi offshore sono diventati solidi pilastri della politica australiana di asilo – una politica che mira a scoraggiare i futuri richiedenti asilo tramite un metodo di respingimento delle navi e di detenzione fuori dal territorio del Paese. Grazie a questo sistema, almeno 28 navi sono state respinte dal 2013 ad oggi.

Quando non può respingerle, l’Australia blocca le navi che trasportano i richiedenti asilo mentre sono ancora in mare e deporta i profughi a Nauru o in Papua Nuova Guinea, appoggiandosi agli accordi bilaterali fatti con entrambi gli Stati. I richiedenti asilo sono stati tenuti per periodi di tempo indefiniti in centri di detenzione per l’immigrazione chiusi, sebbene sia importante notare che dall’ottobre del 2015 Nauru abbia operato come centro aperto.

I Nauru Files: il contesto

Diverse preoccupazioni circa il rispetto dei diritti umani in entrambi i centri extra nazionali erano già state sottolineate anche prima del rilascio dei Nauru Files. Lo scorso anno il Comitato contro la Tortura delle Nazioni Unite aveva riportato le condizioni di “sovraffollamento, assistenza sanitaria inadeguata e maltrattamenti” a Nauru e un rapporto commissionato dal governo australiano trovò diverse prove di violenze sessuali perpetrate a danno dei richiedenti asilo ivi detenuti. Durante i primi mesi di quest’anno due rifugiati si sono dati fuoco in segno di protesta. In Papua Nuova Guinea vi sono ripetutamente state rivolte e dimostrazioni tra i 900 richiedenti asilo, tutti di sesso maschile.
Nel 2014, due membri del personale del centro di detenzione hanno ucciso un richiedente asilo durante una delle suddette proteste.

La segretezza gioca un ruolo importante nel modello australiano. Le operazioni svolte in mare aperto o sulle acque territoriali dell’Australia sono confidenziali.
Nel 2014 Nauru ha introdotto una tassa non rimborsabile di 8.000 dollari sul visto per i giornalisti stranieri; di conseguenza, negli ultimi 4 anni solo due giornalisti hanno visitato il centro di detenzione.

In questo contesto, i Nauru Files possono essere interpretati soprattutto come un ulteriore colpo al regime offshore australiano. Il Governo del Paese ha ripetutamente affermato che, sebbene si rifiuti di tollerare abusi in regime di detenzione, quello che accade a Nauru è fuori dal controllo dell’Australia.

L’inizio della fine?

Ci sono tre fattori che suggeriscono che il modello di asilo offshore dell’Australia si trovi di fronte a una minaccia esistenziale: le sfide legali, i problemi pratici e la questione della responsabilità.

Come prima cosa, il regime offshore si trova sotto pressione legale. Come già fatto anche dalla critica internazionale dagli organi per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, all’inizio di quest’anno la corte suprema della Papua Nuova Guinea ha stabilito che la detenzione dei richiedenti asilo rappresenta una violazione anticostituzionale del diritto alla libertà. La Corte ha sentenziato che “sia l’Australia che la Papua Nuova Guinea devono prendere tutte le misure necessarie per cessare e impedire la continuazione della detenzione illegale e anticostituzionale”. Al momento, il Governo della Papua Nuova Guinea sta lavorando per trovare delle soluzioni adeguate a questa decisione. Attualmente è in corso una seconda azione legale contro il regime di detenzione di Manus.

In secondo luogo, l’attuale politica è fondamentalmente insostenibile da una prospettiva pratica. Né la Papua Nuova Guinea né Nauru possono offrire soluzioni permanenti ai richiedenti asilo che abbiano diritto allo status di rifugiato. In base agli accordi bilaterali, ai rifugiati è teoricamente concesso di rimanere permanentemente in quei Paesi. Tuttavia, la Papua Nuova Guinea si è già dichiarata impossibilitata a reinsediare i profughi sul proprio territorio; a Nauru, a coloro che vengono considerati idonei all’ottenimento dello status di rifugiato è concesso di vivere nella comunità sulla base di visti quinquennali.

Nel settembre 2014 l’Australia e la Cambogia hanno firmato un accordo da 55 milioni di dollari per permettere ai rifugiati di Nauru di stabilirsi nel Paese. Questo patto ha comunque portato a poco: solo 5 persone si sono insediate in Cambogia e in seguito quattro di loro hanno scelto di tornare nei loro Paesi di origine. Anche grazie a questi episodi la domanda sul cosa fare di quei rifugiati presenti da anni sul territorio di Nauru e della Papua Nuova Guinea rimane senza risposta.

Infine, i Nauru Files evidenziano quanto l’Australia sia responsabile di quello che avviene al di fuori dei propri confini. Sebbene il governo australiano neghi la propria giurisdizione sui centri di detenzione di Nauru e della Papua Nuova Guinea, la sua responsabilità indiretta è sempre più evidente. L’Australia ha premuto per l’apertura dei centri e ha selezionato gli appaltatori che li gestiscono; è l’Australia che finanzia completamente la detenzione offshore e che sceglie chi confinare su quelle isole. Ma nascondersi dietro alla sovranità di uno Stato terzo sta sempre più diventando una strada impossibile da praticare.

Questi tre fattori, insieme alle realtà messe in luce dai Nauru Files, dovrebbero mostrare con sufficiente chiarezza ai politici europei che la soluzione australiana è, nella realtà dei fatti, una non-soluzione.