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Cosenza. L’Equipe Multidisciplinare che lavora per individuare e dare una cura ai migranti vittime di tortura

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L’ “Equipe Multidisciplinare per l’emersione, la diagnosi e la presa in carico dei richiedenti e titolari di protezione internazionale vittime di tortura” è l’ambizioso progetto nato dalla lungimiranza e tenacia di Emilia Corea, attivista impegnata da anni a denunciare le violazioni e le torture subite dai migranti in transito sul territorio calabrese.

L’idea prende forma durante un corso a cui partecipa nel 2012 – tenuto da Ciac Onlus di Parma nell’ambito del più ampio progetto F.E.R. “Salut -Are” 1 – di cui Emilia era coordinatrice per la regione Calabria.
Decidendo infatti di dare diffusione anche nella sua regione alle buone prassi già avviate dal Ciac in Emilia Romagna, con l’ambulatorio medico per la diagnosi e la presa in carico dei rifugiati politici vittime di tortura e/ o di violenze, organizza due corsi di specializzazione in Calabria.
Gli incontri formativi rivolti a operatori sanitari, operatori dell’accoglienza, assistenti sociali e psicologi vengono tenuti nelle città di Cosenza e Crotone dai medici dell’Equipe di Parma, dell’associazione “Medici contro la tortura” e del Sa.mi.fo. di Roma.
A ciò segue la ricerca dei componenti con cui formare l’equipe medica.
Per la realizzazione del progetto ambulatoriale a Cosenza, ho pensato di coinvolgere in primis i medici che lavorano nel “Ambulatorio medico senza confini A. Grandinetti”, un progetto dell’associazione Auser nato nel 2010 per garantire l’accesso alle cure ai migranti di origini rumene e bulgare che dopo il 2007 non avevano di fatto più avuto accesso alle cure che invece riuscivano ad avere con il codice S.T.P..
La regione Calabria ha impiegato diversi anni prima di trovare una soluzione attraverso la creazione del codice E.N.I.; ciò ha fatto si che l’ambulatorio rappresentasse l’unica risposta per queste persone
”.
Successivamente Emilia, con il coinvolgimento della Dott.ssa Gentile – attuale coordinatrice dell’Equipe – e del medico responsabile dell’ambulatorio medico senza confini, il Dott. Formisani, entra in contatto con gli psicologi e gli psichiatri del S.p.d.c. di Cosenza. Il 28 settembre 2012 viene quindi firmato un Protocollo di Intesa tra l’Associazione “La Kasbah”, l’Auser di Cosenza, la Provincia di Cosenza e l’A.S.P. di Cosenza, in cui venivano definite le modalità di cura e d’integrazione delle vittime di tortura con cui avrebbe iniziato ad operare l’equipe.

Fanno oggi parte dell’equipe operatori sanitari dell’Azienda Sanitaria Provinciale e dell’Ambulatorio Grandinetti e operatori sociali dell’associazione culturale La Kasbah. Con l’equipe collaborano diversi specialisti: 2 psichiatri, 3 psicologi, un ginecologo, un ortopedico, un medico di base e diversi mediatori culturali. Compito principale dei componenti dell’Equipe è valutare l’invio dei pazienti presso la rete di servizi sanitari territoriali, organizzare i colloqui volti a favorire l’emersione del trauma da tortura, prevedere interventi di riabilitazione fisica e psicologica dei sopravvissuti alle violenze.
Un medico legale redige le certificazioni delle torture e delle violenze che uomini e donne sono stati costretti a subire durante il viaggio verso l’Italia.
Il medico legale svolge un ruolo chiave certificando quanto è avvenuto durante il viaggio.
Tali certificazioni hanno una duplice valenza: legali e terapeutiche. Da una parte infatti vengono presentate alle commissioni incaricate di scegliere in merito alla concessione o meno della protezione internazionale. Dall’altra, di convesso, rappresentano il primo passo per instaurare un rapporto di fiducia con il migrante dicendo “io medico del paese dove hai presentato domanda di asilo ho riconosciuto la veridicità di quanto tu hai detto e lo certifico
“.
Ciò è importantissimo ai fini della riabilitazione di tipo psicologico.

Il modus operandi prevede colloqui settimanali in sede con coloro che hanno subito tortura, e che in genere vengono segnalati dagli operatori dei centri di accoglienza e alcune volte dagli stessi migranti, a cui seguono percorsi specifici di riabilitazione sia fisica che psicologica.

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Il genere di tortura più frequentemente riscontrata sul corpo dei pazienti che durate la migrazione sono passati dalla Libia è la FalaKa che consiste nella battitura delle piante dei piedi. È un tipo di tortura particolarmente frequente che, provocando ematomi e il rigonfiamento dei tessuti, impedisce alla persona di stare in piedi anche per periodi di tempo molto lunghi. Alcuni ragazzi raccontano che tale pratica veniva effettuata anche in modo preventivo per evitare che potessero scappare perché il piede tende a gonfiarsi e il trauma riportato è a lungo termine e continua anche dopo l’assorbimento dell’ematoma.
Altri raccontano del frequente utilizzo di scariche elettriche tramite elettrodi collegati ai genitali o alla testa.
La tortura tuttavia più praticata resta quella da percosse con bastoni e spranghe di ferro.
Molte persone arrivano in ambulatorio lamentando di soffrire di otite e mal di orecchie. Solo successivamente, avviato ad un percorso terapeutico e instaurato un rapporto di fiducia col paziente, lo stesso confessa di essere stato vittima di pestaggi con violenti colpi sferrati alla testa che hanno provocato la lacerazione o la perforazione dei timpani.
Un orrore a parte è quello dell’universo della sessualità femminile, in Libia violata di continuo e impunemente. “Le donne che arrivano in ambulatorio sono state quasi tutte violentate.
La violenza sessuale viene perpetrata come forma di tortura. Abbiamo in carico molte ragazze e donne che quasi tutte sono state violentate nelle carceri libiche. In alcuni casi non si tratta di carceri governative ma semplici stanze in cui vengono tenute prigioniere.
Alcune di loro raccontano di essere state violentate per mesi da 6, sette o dieci uomini ogni giorno.

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In un territorio come quello calabrese, martoriato dal malaffare e dalla corruzione, in cui i migranti subiscono giornalmente abusi e sfruttamento, il lavoro dell’equipe rappresenta un antidoto alla violenza. Offrire cura alle vittime di violenza e tortura, è il primo passo per restituire a queste persone dignità, per aiutarle ad elaborare il trauma e ad integrarsi.
Buone pratiche come quelle adottate dall’equipe purtroppo ad oggi sono ancora poco diffuse, ma rappresentano senza dubbio un faro di speranza per tutto il territorio nazionale.

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per info la sede dove opera l’Equipe è a Cosenza in C. GABRIELE, N 49
contatti: Emilia Corea tel. +39 329 647 0699

Andrea Panico

  1. “Il progetto Salut-are, finanziato a valere sul Fondo Europeo Rifugiati 2008-2013, Programma annuale 2010, Azione 1.2.B è un progetto di valenza nazionale che prevede, attraverso l’organizzazione di percorsi formativi rivolti al personale dei servizi socio-sanitari, la costituzioneconsolidamento di équipe multidisciplinari territoriali destinate alla presa in carico e alla progettazione socio-sanitaria dei percorsi di diagnosi, cura e riabilitazione per richiedenti e titolari di protezione internazionale.” http://www.provincia.ancona.it/politichesociali/Engine/RAServeFile.php/f/SuperAbile/Salut-are_programma_Senigallia.pdf

Andrea Panico

Attivista, fotografo e ricercatore.
Mi sono laureato in giurisprudenza nel 2012, con un master in diritto del commercio internazionale nel 2015 e un master in African Studies nel 2018.
Lavoro come consulente di Diritto dell'Immigrazione.
Sono autore di inchieste e reportage dalle frontiere mediorientali e quelle europee.
Per contatti andrea.panico@meltingpot.org