La crisi dei migranti vista da un trafficante di persone turco

Glen Johnson, Los Angeles Times - 28 luglio 2016

(Ozan Kose / AFP/Getty Images)

Il trafficante gironzola tra i venditori di strada che pubblicizzano la loro merce contraffatta nei vicoli dell’area povera di Agora, ad Izmir, Turchia.
Racconta di aver condotto migliaia di persone attraverso città tortuose, lungo le spiagge, per poi caricarle su imbarcazioni poco solide e troppo affollate, tutto per un business clandestino dal valore di miliardi di dollari. Ogni cliente, racconta, era disposto a correre qualsiasi rischio nella speranza di raggiungere l’Europa, per scappare dalla povertà e dalla guerra nel loro paese.

La barca potrebbe rovesciarsi, gli dico, potreste affogare… siete sicuri di voler andare?” racconta il trafficante.
Non li devo nemmeno cercare; sono loro a trovare me. Molti hanno amici o parenti che sono stati trasportati da noi. Tutto ciò che serve è un nome; vieni qui e chiedi di “Ibo da Mardin”.

Izimir, tradizionale fulcro del commercio mediterraneo in Turchia, è la terza più grande città del paese e costituisce una tappa obbligata per le operazioni dei trafficanti di persone, che nel mar Egeo sono aumentate drasticamente nel corso dell’ultimo anno. Esistono altri traffici simili in posti come Antalya e Bodrum.

Secondo i dati dell’Ufficio dell’Alto Commissario per i Rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR), solo lo scorso anno dalle baie e dalle insenature isolate di questo tratto di costa, più di un milione di persone è salito su imbarcazioni in condizioni precarie per essere trasportato durante la notte verso un gruppo di isole greche.

Frontex, l’agenzia dell’Unione Europea per il controllo dei confini, ha stimato che l’anno scorso questo business abbia fruttato circa 4.6 miliardi di dollari.

In aprile, la Grecia ha iniziato l’implementazione di un piano che prevede di mandare centinaia di migranti in Turchia come parte di un più ampio accordo per arginare il forte flusso migratorio verso il continente europeo. Il progetto ideato dall’Europa a 28 e dalla Turchia ha immediatamente attirato le critiche dei gruppi di sinistra e causato agitazioni nei campi profughi e nei centri di accoglienza in Grecia.

Se è vero che tali cambiamenti potrebbero, nel breve periodo, rallentare l’ondata di immigrazione, Ibo dubita che l’accordo tra Unione Europea e Turchia possa avere un effetto duraturo, se non quello di spingere i trafficanti a cercare rotte alternative. Da quando l’accordo è entrato in vigore, ha raccontato, la quota per il trasporto è precipitata da 1.500 dollari a persona a 300. Ibo ne chiede 400 a testa.
Mentre Ibo cammina per i quartieri bassi di Kadifekale, una pronunciata collina alla periferia di Izmir, alcuni bambini si rincorrono mentre giocano a calcio con un bottiglia di coca cola vuota.

Quest’area ospita un gran numero di profughi, e i muri sono stati scarabocchiati con graffiti in arabo.
Khadeja Abdullah, racconta, vive in una casa diroccata di due camere con il marito e i suoi quattro bambini. La trentaduenne di Aleppo sta pensando di affrontare presto i pericoli del viaggio. “Mio marito non riesce a trovare lavoro. Viviamo in una casa che non sarebbe adatta nemmeno per gli animali”, dice, stringendo le carte per la domanda di visto per andare in Germania.

La sorella e il fratello hanno portato le loro famiglie in Grecia non molto tempo fa e stanno cercando un modo per entrare in Macedonia o in Albania.
Preferirei seguire le procedure” dice Abdullah, “invece, dovrò rischiare la vita dei miei bambini in mare. Non possiamo tornare in Siria”.

Ibo continua a camminare, e indica un bus-navetta con i finestrini tinti di bianco, parcheggiato in un vicoletto tortuoso. Il suo gruppo ha quattro veicoli di questo tipo, pagati dal “grande capo”, una persona che Ibo non identifica.

Te lo immagini? Riusciamo a far entrare lì dentro anche 50 persone”, dice. È un trafficante da cinque anni, ma racconta di aver fatto altri lavori nella Turchia sudorientale e ad Aleppo. Ha messo da parte circa 300 dollari e poi si è trasferito a Izmir.
Qui ha imparato a muoversi nel complesso panorama del mondo del trasporto illegale, abitato da intermediari, speculatori, autorità corrotte e dalle maree di migranti disperati, oggi qui e domani già partiti.
Un tempo trasportavo afghani, per la maggior parte. Ora sono tutti siriani e iracheni”, dice. Poi fa un fischio: “Tanti, tantissimi”.

Situata al crocevia tra Europa e Asia, la Turchia è da lungo tempo infestata da trafficanti che trasportano oppio e eroina, olio, tè e persone.
Ibo, però, dice che l’anno appena trascorso è stato senza precedenti. Con gli occhi arrossati, fuma una sigaretta e si rammarica per l’arrivo di trafficanti inesperti.
Questi nuovi trafficanti… non capiscono le condizioni atmosferiche, non sanno come funziona il vento”, dice. “è per questo che ci sono state così tante morti”.

Dalle baracche posate vicino alla cime di Kadifekale, Izmil appare come una distesa di palazzoni e di barche che ondeggiano sulle acqua agitate del porto.
Ibo apre un lucchetto da bicicletta verde che blocca le maniglie della porta di una casa fatiscente.
Questo posto appartiene al grande capo”, dice.

La casa ha tre stanze, umide e illuminate da una singola lampadina a basso voltaggio; le finestre sono coperte da stracci; dei materassi luridi sono allineati lungo le pareti, come panche improvvisate. Ci sono i resti del passaggio di molte persone: vestiti abbandonati, bottiglie di acqua vuote e l’odore stagnante di sudore.
Quando siamo pronti, portiamo le persone qui”, dice Ibo. “Diciamo loro di venire in taxi da posti diversi. Nei giorni buoni abbiamo 40, 50 persone per stanza”.

Racconta che il suo gruppo ha cinque reclutatori, ciascuno dei quali, si spera, raccoglie un minimo di dieci persone.
Il minimo con cui lavoriamo è 40 persone”, spiega. “Il reclutatore prende 100 dollari per ogni persona che trova. In questo modo, 800, 900 dollari [a persona], a volte di più, restano al grande capo”.

I profughi arrivano al tramonto e aspettano nella casa fino a mezzanotte. Poi arriva il camioncino, che li porta via rapidamente.
Abbiamo delle persone di vedetta che controllano se la polizia li ha seguiti”, dice Ibo. “Poi li portiamo alle barche. La barca di solito parte alle 3 del mattino. Se [il mare] è troppo brutto, torniamo indietro”.

Una volta arrivati in Grecia, per dare conferma della loro posizione, i profughi mandano dei messaggi ad un amico o a un parente fidato, che darà poi i soldi al gruppo di Ibo.
Se non ce la fanno ad arrivare in Grecia”, dice Ibo, “i soldi rimangono a loro, e possono ritentare”.
Ibo richiude la casa e guarda il cielo. Sembra quasi che riesca a sentire il vento e i tuoni, a vedere i fulmini che cadranno qualche ora più tardi.

Prima di dirigersi verso la folla rumorosa del quartiere Basmane di Izmir, Ibo prende una decisione:
Stasera non si va”.