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Questi muri devono essere abbattuti

Lisa Matthews, coordinatrice di Right to Remain, Regno Unito - 21 luglio 2016

traduzione di Dana D’Aulerio

La settimana scorsa, durante una bella giornata di sole nel sud del Galles, abbiamo organizzato un evento in collaborazione con la città di Swansea, nominata City of Sanctuary, sul triste argomento della detenzione di immigrati.

La detenzione è uno degli aspetti più dannosi del sistema di asilo e immigrazione britannico. Più di 30.000 persone, ogni giorno, sono detenute a tempo indeterminato, in condizioni pari a quelle del sistema di massima sicurezza delle carceri. E altre decine di migliaia di persone vivono costantemente sotto la minaccia di detenzione. Il danno della detenzione non termina con il rilascio, le persone con cui lavoriamo ci descrivono i danni fisici, mentali e sociali, a lungo termine dati da questa politica disumana e ingiusta.

I gruppi di asilo e migrazione della rete “Right to Remain”, sparsi nel Regno Unito, ci raccontano che la reclusione danneggia i loro membri e il gruppo stesso; l’incombente minaccia di reclusione compromette la possibilità alla persone di entrare a far parte del gruppo, e quando un membro del gruppo è detenuto, lo shock si riversa all’interno dello stesso; rendendo difficile per loro andare avanti e organizzarsi efficientemente.

La detenzione rappresenta una barriera alla giustizia e impedisce alle persone di affermare i propri diritti. I casi giuridici di immigrazione e asilo sono molto complessi e spesso rappresentano una questione di vita o di morte, ma nonostante questo, le persone in detenzione spesso, non sono in grado di assicurarsi dei consulti legali affidabili e tempestivi. Queste persone sono tagliate fuori dalle loro famiglie, dai loro legali, le loro comunità e reti di supporto.

L’evento è iniziato con la presentazione di “1.000 Voci”, un cortometraggio commovente e d’impatto sulla detenzione, postato qui sotto. Nonostante sia stato girato qualche anno fa, purtroppo è cambiato ben poco da allora. Nel Regno Unito esiste ancora la detenzione a tempo indeterminato, ci sono ancora detenuti che hanno lasciato i propri paesi d’origine a causa della guerra, della poca sicurezza e della qualità di vita bassa; e spesso tutto ciò è il risultato diretto delle azioni internazionali, passate e presenti, del Regno Unito. Durate la rappresentazione del video può capitare di non riuscire a distinguere i suoni, questo rende appropriatamente la situazione di isolamento e le barriere di comunicazione a cui sono sottoposti i detenuti.

“Ho cominciato a sentirmi a casa”

Il nostro primo ospite interlocutore è stato William, fa parte del gruppo “Freed Voices”, una comunità di “esperti in esperienza” che ha speso oltre 20 anni nella lotta contro la detenzione di immigrati nel Regno Unito.
William ha descritto le sue condizioni di detenzione nel suo primo giorno nel Regno Unito. William ha anche scritto un incredibile blog post (che potete leggere qui) sulla sua esperienza per “Unlocking Detention” dell’anno scorso (che riuscirà questo ottobre), un tour virtuale sullo stato di detenzione del Regno Unito.

Ecco un estratto del brillante discorso di William:
Sono venuto qui in cerca di rifugio e protezione.
Quello che ho trovato sono stati mura da 6 metri, una cella e non riuscivo a vedere la luce in fondo al tunnel.
È davvero difficile descrivere l’impatto della detenzione a tempo indeterminato…
Ogni giorno è come se stessi portando un enorme bersaglio sulla tua testa.
Quando sono stato incarcerato era già molto stressato.
Tutto lì mi ricordava la mia esperienza nel mio paese d’origine ed ero spaventato.
Il Regno Unito è l’unico stato in Europa ad avere la detenzione a tempo indeterminato.
E non sapere quando avrei riavuto la mia libertà h moltiplicato la pressione mentale.
Non riuscivo a concentrami su niente.
A volte non riuscivo a capire se fossi sveglio o addormentato, era tutto molto confuso.
Mi sentivo solo, in gabbia e impotente.
Due mesi e mezzo dopo, sono stato rilasciato.
Ho ottenuto lo stato di rifugiato, per il quale sono molto grato.
Ma ad un certo punto ho pensato… “ per quale motivo sono stato incarcerato? Al posto di chi sono stato incarcerato? Infatti, quasi i 2/3 di coloro che sono stati rilasciati, sono stati incarcerati senza motivo.

William ha descritto con molta intensità la terribile esperienza della detenzione, e ha smascherato la totale inutilità della politica. Ma quello che ho trovato più commovente è stata la descrizione del sentirsi parte della comunità della sua nuova casa, Cardiff.

Molte persone mi hanno aiutato a rimettermi in sesto.
Ho trovato la comunità accogliente e amichevole.
Sono stato trattato come un essere umano, cosa che non era successa nel Regno Unito fino a questo punto.
Sono arrivato dalla brutalità, incertezza e paura della detenzione.
E ho iniziato a sentirmi al sicuro a Cardiff, mi sentivo il benvenuto.
Ho iniziato a sentirmi a casa.
Un anno dopo, stavo supportando il Galles negli Europei come un pazzo.
Ho sentito come “Sono gallese adesso!”, saltavo con tutte le persone intorno a me.
Mi sono detto: “Mi sento uno di loro”.
Ho realizzato adesso che è proprio questo che la detenzione ha lo scopo di fermare. La detenzione riguarda a divisione. Ha la scopo di dividerci.

Con questo sento che William ha centrato il punto della situazione. Per far crollare questi muro dobbiamo affrontare la divisione e la separazione. Le comunità possono affrontarlo insieme e dire no alla detenzione, e sì alle persone affinché possano vivere con dignità e umanità nella comunità.

Il Galles contro la detenzione

Non ci sono centri di detenzione a lungo termine in Galles, ma non significa che il Galles sia libero dalla detenzione. La detenzione colpisce tutti noi, e l’operazione di limitazione della libertà avviene nelle comunità di tutto il Regno Unito, attraverso incursioni in case, attività, posti di lavoro, fermando le persone per strada, o ai terminal bus, o addirittura ai matrimoni.

Abbiamo ascoltato da Eleri cittadina di Swansea City of Sanctuary queste parole:
Sono molto grata che il Galles non abbia un centro di detenzione… ma non significa che le persone non siano a rischio o sottoposte alla detenzione”.
Eleri ha descritto il reale modo in cui la detenzione colpisce le persone nella loro comunità, e le opportunità del Galles di dire “Noi siamo una nazione contro la detenzione”. Lei ci ha ricordato che in questo periodo di cambiamento politico, ci sono le possibilità per le comunità, le basi per creare un cambiamento, c’è “un barlume di speranza”.

In seguito abbiamo ascoltato Sophie Muller dal Pembrokeshire, lei è solo una delle persone che ha subito i danni della detenzione pur non essendo a rischio. Sophie si è presa cura di un giovane ragazzo afgano, Hamed, che ha vissuto con lei da quando è arrivato nel Regno Unito alla ricerca di asilo. Lui è diventato parte della sua famiglia, e i suoi piccoli figli lo adorano. Improvvisamente, Hamed è stato catturato e incarcerato:
Improvvisamente è stato portato via”.

Sophie ha conosciuto troppo bene gli orrori della detenzione, i modi in cui può distruggere la salute mentale, il modo in cui può tagliare fuori le persone dalle proprie famiglie, amici e comunità e dalle reti di supporto vitale. Il modo in cui ostruisce l’accesso alla giustizia. L’assoluta brutalità e disumanità.

Il nostro ultimo testimone è stato Tom della “Hope Not Hate Wales”, che ha parlato di come la campagna di sensibilizzazione contro la detenzione stia diventando più visibile, più esposta, e delle possibilità per il Galles di far avvenire il cambiamento.

Successivamente abbiamo avuto (troppo poco) tempo per la discussione con i partecipanti, ed è stato subito chiaro che c’è l’impegno e la voglia di contrastare la detenzione. È stata posta una domanda cruciale su come in casi in cui i gruppi e gli individui stiano lottando contro il tempo, le risorse e l’irrefrenabile bisogno di ricevere solidarietà pratica da parte delle persone a rischio di detenzione, o detenuti, o in ricovero dopo la detenzione, possano riuscire a sfidare il sistema che sta causando questo danno? Questa domanda deve trovare risposta, e non vediamo l’ora di aiutare a creare una possibile soluzione a tutto questo.

Abbiamo bisogno di fatti, ma anche di coloro che si mettano in azione. E se le persone non conoscono questa ingiustizia, non sapranno che devono agire. Come Tom dell’organizzazione “Hope Not Hate Wales” ha affermato, riguardo il suo viaggio nell’attivismo:
Quando vedi la realtà, puoi fare qualcosa o puoi non farla.
Uno dei miei momenti più belli della serata è stato quando una dei partecipanti è venuta da me dicendomi: “Io sono un assistente sociale, e non sapevo niente di tutto ciò. Non sapevo niente sulla detenzione”. Sotto il suo braccio teneva uno dei nostri poster che avrebbe affisso al muro del suo ufficio il giorno seguente.