/

Ventimiglia, il punto della situazione e testimonianza di una solidale

di Progetto 20k

L’altro potrei essere io

Una canzone accarezza l’aria la sera.
Si espande e arriva dritta al cuore, attraversa l’aorta ascendente e la carotide per raggiungerti la testa, dove rimane e continua a risuonare, e continuerà a farlo per molto, forse all’infinito, col beat del tuo cuore a reggere la base.
La ascolta un ragazzo con una faccia così bella che non si direbbe proprio che ha alle spalle un viaggio Libia-Italia su un gommone, il suo nome contiene la parola luce, qualcosa deve c’entrare, ho sempre percepito una connessione tra il nome e chi lo porta.
Capita anche questo, di incontrare gente con meno occhiaie e stanchezza in volto di te, te che il destino ha gettato in un tempo e uno spazio in cui puoi progettarti liberamente, da cui puoi muoverti per visitare o andare a vivere in qualsiasi parte del mondo, senza doverti giocare la vita e migliaia di euro in una scommessa.
Comunque ti è andata bene, anche tu potresti essere in queste condizioni, come lo sono stati, lo sono e lo saranno tutti i tuoi conoscenti che intrapresero, hanno intrapreso e intraprenderanno questo viaggio.
Se tu non fossi stata in questo corpo più fortunato di altri…saresti potuta nascere ovunque.
E’ di estrema importanza pensare sempre: “L’altro potrei essere io”, aiuta a comprendere, a essere umani, ad avere davvero a cuore l’altro.
Magari Dio gioca veramente a dadi col mondo e se solo avesse aspettato un secondo a gettare il primo dado io sarei nata in Sudan e Munir in Italia, Franco Scibilia anziché sputare odio e rabbia sui migranti avrebbe potuto essere sugli scogli a fuggire una vita di cui, invece, non sa e non saprà mai nulla.

Il viaggio: una scommessa

Ore 21:00, poco prima del tramonto, in aria volano queste parole:

”Per la vita e per l’amore,
con noi le preghiere di mamma
siamo saliti sulla stessa barca,
ragazzi di campagna e ragazzi di città.
Metti in moto il motore e
che Dio ce la mandi buona”

Questo è il viaggio: una scommessa in cui si mette in gioco tutto: il mondo, la vita, il tempo. Nonostante la leggerezza e la fede che richiede una scommessa così grande, in realtà non ci si libera di niente, ci si porta tutto nello zaino e si aspetta di approdare perché tutto torni in moto: il tempo, le parole, l’amore, il mondo e il dolore.
“Sulla schiena uno zaino con dentro il mondo e le mie pene”…
Poi si arriva, lasciandosi dietro i cadaveri, sorridendo alla vita perché l’appuntamento con Esrail, l’angelo della morte, è stato rimandato ancora una volta.

“Una lacrima non un’ impronta,
i tuoi amici che muoiono annegati,
questo paese non ci ha dato valore,
non piangere mamma”

Alla fine del viaggio in mare, c’è il contatto con la terra che è fatto di gioia e dolore: la gioia di sentirsi quasi immortali dopo essere sopravvissuti a un viaggio in mare lungo ore o settimane, senza cibo per la maggior parte dei giorni; e il dolore di fronte all’obbligo di dare le impronte per chiedere asilo se per te l’italia è solo un luogo di transito. L’obbligo di dare le impronte per richiedere asilo viene gestito in maniera estremamente casuale e, quando la sfortuna vede meglio della buona sorte, passa per la coercizione se ti rifiuti di darle; il dolore è dolore per i morti, dolore per madri, padri e familiari che si riempiono gli occhi di lacrime finché non ricevono notizie rassicuranti.

Le autorità

A Ventimiglia ho visto persone che vogliono attraversare un confine tracciato da uomini, protetto da uomini per impedire il passaggio di altri uomini, perché non ci si possa far beffe della sorte e dire: me la prendo io la dignità se nel gioco a dadi di Dio mi è andata male, me le vado a conquistare io vita e dignità, me lo prendo io il mondo, se dove sono nato vedo solo oscurità.
Ventimiglia è un posto scomodo, i migranti vengono nascosti, mentre qualche dilettante locale scrive articoli sgrammaticati associando la chiusura dei negozi alla presenza dei migranti che si trovano lontano dalla città, tra un’autostrada, un fiume ed un ex-stalla.
In Italia la realtà del transito è negata, le autorità non si occupano di questa condizione, ciò che possono fare i centri di accoglienza è “dimenticarsi le porte aperte per qualche minuto”, questo è nient’altro. Nonostante in teoria sarebbe dovuta partire la tanto ambita relocation, in pratica Dublino fa muro, e i migranti sono obbligati a dare le impronte nel primo luogo in cui arrivano, a meno che qualcuno non voglia dimenticarsi qualche porta aperta.
Le autorità in questi giorni hanno intensificato le deportazioni verso il Sud Italia: se la situazione non si può risolvere, si “alleggerisce il peso su Ventimiglia”, materialmente. E quindi uomini-peso vengono spediti nel Sud Italia perché le autorità possano prendere tempo, rubando ai migranti tempo e vita. Tanto sappiamo bene che dal Sud torneranno indietro. Ma se la tua scommessa ha una meta ed hai già passato il peggio, scappando dalle mani della morte, cosa vuoi che sia una deportazione?

La solidarietà

La solidarietà a Ventimiglia è reato, non ti puoi comportare come faresti con i tuoi amici o i tuoi fratelli. La polizia porta in caserma chiunque, individualmente o in gruppo, dia loro cibo. Negli ultimi tempi ha respinto inoltre le associazioni che si erano presentate al campo informale per portare cibo. Evidentemente ordini interni, fino ad oggi non esposti pubblicamente, imponevano a polizia e carabinieri di fermare chiunque desse cibo ai migranti. Questo per sottolineare che loro sono Altri, non amici o fratelli ma numeri che contribuiscono alla conta dei problemi. Non si tratta di un ordinanza estranea alla città di Ventimiglia, perché proprio l’anno scorso, il sindaco aveva emesso un’ordinanza pubblica, in cui faceva divieto di dare cibo ai migranti. Questa ordinanza era stata revocata nella primavera di quest’anno e oggi nuovamente emessa.
A Ventimiglia anche la più banale forma di solidarietà è vietata. Per non parlare poi della presenza di internazionali durante proteste o presidi organizzati dai migranti. In questi casi l’ordine è uno: tutti in caserma, agli Europei espulsione dall’Italia per 5 anni, agli Italiani fogli di via per 3 anni e quante più denunce possibili. Si esce dalla caserma con accuse copiate e incollate che vengono stampate ormai d’ufficio a qualunque solidale.
L’obiettivo è chiaro, eliminare ogni tipo di presenza solidale.

La croce rossa e il campo informale

Il campo informale si è creato, da fine Luglio ai primi di Agosto, in una ex stalla adiacente al campo della croce rossa, ed era, per i ragazzi, un luogo sicuro dove, cibo e vestiti donati erano gestiti da loro. L’ organizzazione autonoma era perfettamente funzionante: si erano divisi in diversi gruppi ognuno dei quali si occupava dell’organizzazione di un aspetto della vita quotidiana.
Nel campo informale c’era inoltre un info-point dove i ragazzi consultavano le cartine.
Infine c’era una zona per le visite dei medici solidali, dove venivano tenuti tutti i medicinali donati. Quando la presenza di personale medico scarseggiava o c’erano problemi più gravi, i solidali si occupavano dell’accompagnamento in ospedale dei pazienti.
Ai primi di Agosto però, le autorità, hanno sgomberato questo campo, sequestrando cibo, medicinali e coperte.
Quindi hanno obbligato i migranti a registrarsi al campo della croce rossa.
Riporto una breve chiacchierata di gruppo che ho fatto con alcuni dei ragazzi che ora sono dentro al campo della croce rossa:

“Perché la croce rossa è fonte di preoccupazione?” domando.
“Ci obbligano a fare foto da mettere sul tesserino ma noi non vogliamo essere identificati in Italia”,
“E’ pieno di polizia, non ci sentiamo al sicuro, da un momento all’altro potrebbero deportarci come hanno fatto con molti altri” mi rispondono due shebab.
“Noi Sudanesi siamo trattati con razzismo, le condizioni igienico-sanitarie sono penose, dormiamo su brandine, stipati in container in cui non c’è spazio vitale, per molti non c’è posto neanche nei container e dormono all’aperto. Da qualche giorno inoltre ci sono perdite di escrementi e acque” riferisce A.
“Qualche settimana fa un mediatore della croce rossa ha picchiato un ragazzo Sudanese dopo uno scambio di insulti”, attacca il suo compagno.
“La croce rossa accoglie la stessa polizia che qualche settimana prima ha pestato, dato 6 mesi e poi l’espatrio a un ragazzo sudanese perché, spaventato, ha cercato di evitare l’arresto”.
“Perché lo volevano arrestare?” chiedo.
“Ha forzato il blocco della security per potersi fare la doccia senza tesserino”.
Quando mi descrivono il ragazzo scopro di averlo portato in ospedale qualche tempo fa, gli avevano diagnosticato diverse patologie e doveva essere seguito, per cui gli avevano fissato ulteriori appuntamenti con specialisti.
Ora si trova in un CIE e sicuramente la prossima volta, prima di pensare di farsi una doccia ci penserà bene.

Perché Ventimiglia?

Ore 23, dopo un’intera giornata in ospedale con i migranti che non ricevevano cure nel campo della Croce Rossa, affaticata ma fiera del lavoro fatto, ho guardato il mio amico alla guida e gli ho chiesto: “Ma se ti chiedessi: perché tutto questo?”, mi ha risposto: “Perché sì”.
“Migrano balene e gli uccelli migratori”, basta immaginarsi questo, a volte non serve fare troppi conti, accogliere l’altro è un valore.
E davvero, eravamo lì perché sì, perché “tutta la vita è prendere posizione” (Husserl) e se senti il dolore e la fatica di quei ragazzi non puoi fare a meno di essere lì, con loro.
Come possiamo pensare di fare le vacanze, magari proprio a Ventimiglia, o in qualche spiaggia vicina, quando a pochi metri o km c’è qualcuno che ha bisogno e che potremmo aiutare?
La teoria è bella e dà forza ai neuroni, ma perde di senso se non è seguita da movimenti del corpo, degli occhi, delle braccia, se non è una presa di posizione concreta.
Bisogna agire il proprio pensiero altrimenti perde di senso e si perde noi stessi il senso.

Cosa insegna Ventimiglia?

Ventimiglia insegna il rispetto per il dolore e la fatica dei migranti.
Se un anziano sale sul tram ci si alza e lo si fa sedere, a una donna incinta o un disabile si concede il primo posto in fila. Perché la giustizia non è eguaglianza, la giustizia è guardare negli occhi l’altro e, a seconda delle sue necessità, fornirgli i mezzi necessari per godere degli stessi diritti degli altri. Nel fare questo è necessario avere rispetto e orecchie per storie di vite in balia del mare, di lunghe settimane su una barca che imbarca acqua, del cibo che finisce al 3° giorno, dei propri averi persi, di telefoni smarriti e madri senza notizie dei propri figli, di compagni di viaggio morti, della convivenza con cadaveri, della morte dentro, che rimane, della leggerezza di chi, avendo tutto questo dentro, si colora di sorrisi e sembra quasi meno stanco di te.
Io mi porto dentro occhi, bisogni, affetto e il cuore immenso di chi tra loro, alla fine di una giornata passata insieme, ti chiede se hai mangiato, dei ragazzi che, mentre sei in fila con loro quando distribuiscono il cibo, ti imbarazzano andando a procurarti un piatto, perché in Sudan è usanza che il cibo si dia prima alle donne.