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Ventimiglia – Sta vincendo la parte inospitale

L'amara esperienza di due medici indipendenti a Ventimiglia

Foto di Livia Cozzolino

Le notizie da Ventimiglia giunte negli scorsi giorni parlano di un progressivo deterioramento del rapporto tra il campo istituzionale gestito dalla Croce Rossa e dalla Caritas e quello informale autogestito dai migranti con l’ausilio dei solidali. Notizie dell’esclusione dall’accesso all’acqua (condizione inaccettabile) e rimozione forzata della cucina da campo e del cibo raccolto, nonostante il benestare dei vigili del fuoco, danno un’idea della condizione sempre più alienante che si è raggiunta.
Per ultimo la violenza da parte della polizia (dopo segnalazione del personale della croce rossa) su un migrante che voleva fare la doccia fuori orario.

Partiamo con questi pensieri con il treno delle 6.06. Arrivati a Xxmiglia nella prima mattinata percorriamo un tratto del lungomare dove individuiamo solo un gruppo di 4 persone che dormono profondamente in spiaggia. Raggiungiamo la chiesa di Sant’Antonio sempre con il cancello chiuso a chiave.
Ci saranno circa una cinquantina di persone, prevalentemente donne e bambini. Visitiamo 5 donne, una persona con problemi renali non chiari ed una ematuria capricciosa, inviata quindi ad un iniziale controllo ecografico, una con una faringotonsillite evidente, una donna con una prostrazione grave, disidratata dopo aver camminato per 2 giorni ininterrotti nel tentativo di superare la frontiera.

Discutiamo con una volontaria della Caritas che ci informa (nonostante la direzione della ASL 1 affermi di assicurare un’assistenza adeguata) delle carenze di presenza e di attività delle istituzioni sanitarie presso il campo della croce rossa.
Saliti in bici raggiungiamo i campi lungo la Val roja. La prima cosa che balza agli occhi e la presenza notevole di polizia e digos che in prevalenza stazionano davanti al campo ufficiale .
All’interno del campo informale ci saranno almeno 300 persone . Una piccola parte gioca a calcio
La prevalenza staziona dormicchiando in quello che appare un grande dormitorio. La cucina non esiste più come il cibo ed i farmaci che erano stati raccolti. Abbiamo la sorpresa di trovare una collega dell’ ambulatorio AAICA già al lavoro. Sta visitando con l’ausilio di solidali lombardi..
I farmaci sono pochi. Il problema delle patologie cutanee persiste: dermatiti, eritemi e purtroppo scabbia sono prevalenti. Si cerca di trovare il modo di ottenere i farmaci anti scabbia (tutti a pagamento) mancano comunque anche antibiotici ed anti piretici. Uno di noi torna alla chiesa per cercare di fare una piccola scorta. Anche lì la situazione è abbastanza tesa. Il cancello resta sempre chiuso e solo in pochi hanno le chiavi. Una donna si lamenta perché vorrebbe uscire e uno degli ospiti che ha le chiavi la rimprovera insieme a qualcun altro. Nella cucina fa molto caldo e non si capisce niente, solo una volontaria italiana parla in francese con un’altra donna che la aiuta per preparare i pasti dicendo:”le donne pensano che questo è un albergo”, poi grida all’uomo dall’aspetto nord africano: “apri il cancello” un altra risponde sempre agitata in maniera inspiegabile “no”!
Sembra come se le persone debbano ringraziare con una sorta di atteggiamento di sudditanza per la possibilità di stare in quel posto. Uno stanzone con una serie di materassi alti massimo 5 cm messi a terra, per donne e bambini. Una situazione analoga per gli uomini. Almeno si riesce a recuperare qualche farmaco da portare al campo.
Nel frattempo dovremmo rimuovere dei punti ma non abbiamo una lama da bisturi. La cosa più ovvia ci sembra quella di recarci presso il campo della croce rossa. Così facciamo con un fonendo al collo come lasciapassare, in effetti ci permette di superare il cancello denso di poliziotti, raggiungiamo un milite della croce rossa di evidente origine magrebina. Alla nostra richiesta ci risponde che l’ambulatorio mobile è chiuso, e che comunque non hanno materiale medico (???) ma tale materiale e’ ad uso del personale ASL e non possono assolutamente accedervi. Mi riferisce che per una analoga situazione(rimozione di una ferita con 15 punti) avevano dovuto aspettare due giorni l’arrivo del medico. Anche in questo caso è evidente la “perfetta ed oleata” macchina dell’assistenza istituzionale.

Al campo le macchine della polizia o altre evidentemente interessate a ciò che succede all’interno aumentano sempre più. Mettiamo a posto i farmaci e facciamo altre visite. Ancora problemi cutanei, piccoli traumi, un’infezione di una palpebra, tosse, poi le solite gambe dolenti da lunghe camminate.
Verso le due ci allontaniamo per pranzare. Una di noi a piedi e gli altri due in bicicletta.
Al ritorno noi due saremmo fermati dalla polizia, che ci chiede i documenti e ci dice che l’area è privata e per tale motivo non possiamo più andarci, sono ordini superiori, la situazione è cambiata, per entrare bisogna essere accreditati presso la prefettura.

Tutta l’area è gestita dalla prefettura. Parliamo della necessità di assistenza delle persone, dell’obbligo di assistenza che abbiamo come medici, del fatto che il nostro aiuto viene richiesto anche dal personale e dai volontari della caritas, del fatto che ovviamente non traiamo alcun guadagno da queste azioni. Non serve a niente.

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Non potendo più tornare a fare le visite avvertiamo tutti che non torneremo al campo.
Incontriamo a questo punto un medico di Imperia che ha esattamente le nostre stesse idee, ma a cui è stato permesso di entrare perché conosce il personale locale della croce rossa. Anche la nostra collega dell’ambulatorio riesce ad entrare nel campo informale. Dice alla polizia di essere un medico e non la fermano.
Vedere questo comportamento così strano non è certo cosa rara. Molto più forte è però il contrasto con le immagini della mattina stessa di ragazzi in attesa “di qualcuno” lungo le strade della città e con le parole del nostro nuovo amico medico che ci dice che “mai c’è stato tanto movimento a Ventimiglia la sera, decine di persone stanno per strada e le macchine passano e le portano via”. Ci sarebbero un bel po’ di cose pare di cui occuparsi correlate al fenomeno dei migranti in transito a Ventimiglia.
Si privilegia però il togliere ogni forma di sostegno (acqua, cibo, cure mediche) a circa trecento persone bloccate in una stalla. Ci dispiace non poter dare il nostro aiuto per un po’ di tempo, che sappiamo purtroppo essere importante (non possiamo rischiare un foglio di via). Speriamo fortemente che oltre alla nostra collega G. altri medici vorranno rendersi disponibili ad arginare la speculazione sulla salute di chi suo malgrado viaggia in pessime condizioni in un paese dove purtroppo sta vincendo la parte inospitale.

La mattina dopo il nostro ritorno il campo informale viene sgomberato e tutti i ragazzi presenti vengono trasferiti nel campo della croce rossa, nonostante sembrava che i container utilizzati come moduli abitativi fossero pochi per “accogliere” tutti.
A nostra opinione tali modalità di azione, oltre alla localizzazione e al tipo di strutture utilizzate, rendono sempre più difficile considerare questo “un campo di transito gestito dalla società civile”, come si voleva far credere inizialmente, ma più si manifesta la natura quasi di struttura detentiva.

Amelia Chiara Trombetta
Antonio Curotto