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Giovani vite spezzate dal regime dei confini

A Bolzano e Borghetto (Tn) due vittime della militarizzazione della rotta del Brennero

Sono morti tra l’odore del ferro delle rotaie calde, in una frenata improvvisa ma inutile, nel buio pesto tra cime bianche di neve e il freddo autunnale, umido e piovigginoso. Maledetta terra ricca e indifferente, composta e solitaria.
È morto così A., un ragazzo eritreo minorenne, uno dei tanti invisibili arrivati nella terra di confine, Bolzano, dopo un viaggio pericoloso ed estenuante, attraverso un deserto e un mare, Mare Nostrum, che ha inghiottito anche le terre emerse per la quantità di morti, senza nome, che ancora gridano di dolore tra le sue acque.
E’ morta così A., una donna di cui non sappiamo (e forse mai scopriremo) nome, né età, né paese d’origine, né religione, ma di cui possiamo intuire i desideri.

Bolzano, assieme a Como e Ventimiglia, è oggi una delle principali tappe della rotta centrale del Mediterraneo. Da mesi oramai i profughi sono costretti a rincorrere i treni merci diretti verso il Brennero, ultima speranza per scappare verso il Nord Europa, attirati dalle migliori opportunità che l’accoglienza in quei territori offre, o dai familiari che sono riusciti ad attraversare la frontiera.
Lunedì sera, intorno alle 20, A., identificato per la prima volta a Messina, ma partito qualche giorno fa da Milano insieme a una trentina di connazionali, ha tentato di agguantare un treno della speranza, il treno che lo avrebbe potuto portare dal fratello a Francoforte; è morto in maniera atroce, travolto dalla speranza stessa, lasciando sulle rotaie il corpo dilaniato di un giovane alla ricerca della libertà.
È una morte annunciata, come lo erano quelle di Ventimiglia e quelle che si susseguono a Calais. Ma in Trentino Alto Adige è una triste novità e avviene pochi giorni dopo un altro tragico episodio di cui nessuno sa dire nulla o vuole raccontare la verità.
Venerdì scorso, di notte, una giovane donna è stata investita da un altro treno in transito a sud di Borghetto, tra il Trentino e il Veneto, lungo l’asse del Brennero. Addosso le è stato trovato un documento che viene consegnato al momento dello sbarco nei porti siciliani. Pare che fosse passata anche lei da un centro d’accoglienza milanese. Non ci stupirebbe che fosse stata intercettata sul treno dalla polizia o dai controllori e fatta scendere, ma nessuno di Trenitalia sa niente o ha visto nulla.
Da quanto i controlli sono stati potenziati da Verona al Brennero per scoraggiare il transito dei migranti, non è la prima volta che le persone sono fermate, fatte scendere e poi costrette a muoversi a piedi. E quando ti ritrovi spaesato in un luogo che non conosci, la strada per andare avanti o tornare indietro te la possono indicare soltanto i binari del treno.

Queste morti erano ampiamente annunciate e non vanno considerate come degli incidenti o delle tragiche fatalità. Il regime del confine produce tra i suoi effetti proprio questi eventi drammatici.
La disumanizzazione della vita è oggi racchiusa tra muri di confini porosi, militarizzazione delle stazioni ferroviarie, pattugliamenti serrati nei treni a caccia del profugo, attentati ai luoghi dell’accoglienza, pervicace controllo burocratico di tutti coloro che non possono risiedere in una delle più ricche province d’Europa (vedi a Bolzano il caso della circolare Critelli).
Tutto questo condito da una società che si è drammaticamente abituata alla morte “dell’altro”, a considerare questi eventi come ineluttabili, ma che, allo stesso tempo, nega lo spostamento di esseri umani, baluardo, in altri periodi storici, di assimilazione e costruzione del diverso.
La morte di centinaia di migranti affogati, la scorsa settimana, in un cimitero liquido non ha scomposto la società dell’odio e della ricchezza che apre le porte ai festeggiamenti del Natale tra lagnosa compassione e sfavillanti mercatini tipici. E così le morti del giovane eritreo e della giovane figlia o madre scompariranno nell’oblio di una città addobbata per le feste.
Correte turisti, correte! Il vostro sì che è il treno della speranza!

Stefano Bleggi

Coordinatore del Progetto Melting Pot Europa.
Mi sono occupato per oltre 15 anni soprattutto di minori stranieri non accompagnati, vittime di tratta e richiedenti asilo; sono un attivista, tra i fondatori di Libera La Parola, scuola di italiano e sportello di orientamento legale a Trento presso il Centro sociale Bruno, e sono membro dell'Assemblea antirazzista di Trento.
Per contatti: stefano.bleggi@meltingpot.org

Matteo De Checchi

Insegnante, attivo nella città di Bolzano con Bozen solidale e lo Spazio Autogestito 77. Autore di reportage sui ghetti del sud Italia.
Membro della redazione di Melting Pot Europa.