Nessun volo diretto: nuove mappe mostrano i viaggi frammentati di migranti e rifugiati verso l’Europa

The Conversation, 2 novembre 2016

Photo credit: © Heaven Crawley, Author provided

I politici di tutta Europa hanno parlato degli arrivi di profughi e migranti del 2015 e del 2016 come di un “avvenimento” senza precedenti, un flusso unico e coerente di persone “dirette in Europa”. Ci si concentra sull’inizio e sulla fine del viaggio, a discapito di quasi tutto ciò che accade nel mezzo.

La nostra nuova inchiesta, che ha coinvolto 500 rifugiati e migranti in Italia, Grecia, Turchia e Malta, rivela un quadro molto più complesso di viaggi lunghi e frammentati. Gli intervistati hanno viaggiato lungo un totale di quasi 100 direttrici diverse prima di giungere in Europa, talvolta dopo aver vissuto mesi o persino anni in altri paesi. Il convergere di queste tratte in Turchia e in Libia ci aiuta a capire come mai il numero di migranti diretti in Europa abbia superato il milione nel corso del 2015 (.pdf).

Nonostante siano principalmente due (Turchia e Libia) i paesi da cui rifugiati e migranti partono alla volta dell’Europa, queste migrazioni hanno alle spalle un’intricata rete di tragitti diversi. Ciò è ben visibile nella prima delle due mappe che abbiamo creato tracciando le rotte di 122 delle 500 persone con cui abbiamo parlato fra settembre 2015 e gennaio 2016.

Routes into Europe. MEDMIG., Author provided
Routes into Europe. MEDMIG., Author provided

Per alcuni (per lo più provenienti da Iraq e Siria) il viaggio verso l’Europa è stato relativamente lineare; l’86% degli iracheni che abbiamo intervistato in Grecia è arrivato meno di un mese dopo aver lasciato il suo paese d’origine. Per molti altri, invece, la decisione di dirigersi verso l’Europa è stata frutto di un processo molto più lungo: è il caso degli afgani giunti in Grecia, molti dei quali hanno vissuto in Iran per anni o sono addirittura nati là, e degli eritrei giunti in Italia, la cui maggioranza ha vissuto per lunghi periodi in Sudan, Egitto o Israele.

Per molte persone, i paesi di destinazione iniziale (fra cui Iran, Sudan, Libia e Turchia) rappresentavano luoghi in cui potersi stabilire e poter vivere. Per questa ragione la stragrande maggioranza dei rifugiati nel mondo resta in paesi a basso o medio reddito, come la Turchia, che ha ospitato per due anni consecutivi il maggior numero di rifugiati siriani (circa 2,7 milioni). Si aggiungono poi Pakistan (1,6 milioni), Libano (1,1 milioni), Libia (più di un milione), Iran (979.400), Etiopia (736.100) e Giordania (664.100). Solo nel momento in cui si sono resi conto di non potersi costruirsi una vita in quei paesi, i rifugiati e i migranti hanno deciso di proseguire il viaggio.

La decisione di andarsene e proseguire il viaggio

Nelle nostre precedenti inchieste sulle rotte dell’Europa centrale e orientale, abbiamo identificato i principali fattori che spingono le persone a lasciare la propria patria, tra cui figurano: guerra e persecuzione politica, attacchi terroristici e nascita di gruppi affiliati all’IS, coscrizione forzata e condizioni economiche avverse.

Se vogliamo comprendere le dinamiche dei flussi migratori in Europa, però, dobbiamo distinguere i fattori che spingono le persone ad emigrare da quelli che le spingono a proseguire il viaggio oltre i confini dei paesi limitrofi. Alcuni di questi fattori riflettono la costante ricerca di sicurezza: i siriani che vivono in Libano, per esempio, potrebbero sentirsi ancora troppo vicini alla zona di guerra o potrebbero temere di essere localizzati dagli agenti di Assad; gli eritrei che se ne sono andati per sfuggire alla coscrizione obbligatoria potrebbero non riuscire a rifarsi una vita in Sudan a causa della guerra civile che imperversa nel paese.

Altri fattori sono legati all’impossibilità, per l’individuo, di costruirsi o ricostruirsi una vita in un determinato paese, per mancanza di diritti o di opportunità lavorative, in particolare in situazioni di conflitti prolungati.

Benché tutti gli afgani subiscano vari livelli di discriminazione in Iran (.pdf), la situazione è particolarmente difficile per coloro che appartengono alla minoranza Hazara, che sono più facilmente identificabili per le loro caratteristiche fisiche peculiari. Questi ultimi hanno subito una pesante discriminazione in Iran, dove non godono di alcun diritto di cittadinanza, e dove i loro figli non ricevono un’istruzione adeguata. La vita degli Hazara in Iran è resa ancora più precaria dalla crescente paura di cosa potrebbe accadergli se dovessero essere rimpatriati in Afghanistan, paese in cui sono soggetti ad attacchi sempre più frequenti. La notizia della possibilità di ottenere finalmente protezione in Europa ha spinto i nostri intervistati a proseguire il loro viaggio.

Un’altra destinazione scelta da molte delle persone che abbiamo intervistato in Italia è stata la Libia, dove pensavano di trovare un’opportunità di lavoro, come in effetti è stato fino a pochi anni fa (.pdf). La realtà si è però rivelata molto più caotica e violenta di quanto si aspettassero. Molti di coloro che non avevano nessuna intenzione di stabilirsi in Libia hanno dovuto comunque interrompere il loro viaggio e prolungare la loro sosta a causa di rapimenti e violenza; al contrario, quelli che invece intendevano stabilirsi, lavorare e vivere in Libia si sono resi conto che avrebbero dovuto partire di nuovo, alla ricerca di un posto sicuro.

È stata la combinazione di questi fattori – conflitti e insicurezza nei paesi di provenienza, ma anche nei paesi di destinazione iniziale – che ha fatto convergere i flussi su Turchia e Libia e, di conseguenza, aumentare significativamente il numero di arrivi nel 2015, come mostra la seconda mappa.

Convergenza delle rotte verso Europa. MEDMIG. (immagine fornita dall'autore)
Convergenza delle rotte verso Europa. MEDMIG. (immagine fornita dall’autore)

Oltre i fattori di spinta e attrazione

Le migrazioni nel Mediterraneo del 2015 non consistevano in un unico flusso coerente, ma erano piuttosto composte da un numero di diversi sotto-flussi provenienti da molti stati e regioni differenti; erano formate sia da singoli individui che da intere famiglie, con storie ed esperienze di migrazione diverse tra loro. La situazione non è cambiata nel 2016, a parte, ovviamente, la chiusura della rotta dalla Turchia verso la Grecia e gli stati dell’Europa centrale in seguito alla ratifica dell’accordo UE-Turchia, che prevede il rimpatrio di coloro che attraversano il Mediterraneo via barca.

La maggior parte dei migranti giunti in Europa nel 2015 proveniva da paesi nei quali era in corso un conflitto o una violazione dei diritti umani comprovata e ben documentata; tuttavia è impossibile comprendere appieno i fattori di spinta senza prendere in considerazione il modo in cui i fattori politici, economici e sociali plasmano le esperienze di coloro che scappano. Più a lungo dura il viaggio, più questi fattori divengono complicati e difficili da analizzare.

La soluzione a questa “crisi” risiede non solo nell’aprire e nell’espandere nuove rotte sicure e legali per rifugiati e migranti, ma anche nel contrastare i problemi che affliggono coloro che vivono nei paesi extra-europei, ai quali l’accesso ai diritti, all’impiego, all’educazione e alla speranza rimane precluso.