“Bastarda maledetta”. Storie bolzanine di ordinario razzismo

Una donna keniota insultata, picchiata e derubata da un taxista

1.40 del 2 dicembre, Bolzano. Una donna keniota, in Italia da più di un decennio, biologa e sposata con un ragazzo di Bolzano, finita una cena con amiche, decide di chiamare un taxi e farsi accompagnare a casa. Da quel momento inizia l’inferno di una brutale aggressione, fortunatamente registrata con lo smartphone, a chiaro sfondo razziale. La ragazza si accorge che il tassista sta allungando il giro, gli chiede gentilmente di percorrere la strada giusta e lui, a tutta risposta, comincia prima ad insultarla poi a picchiarla pesantemente sbattendola fuori dal taxi, ironia della sorte, prendendosi 50 euro per la corsa e gettando nel fiume il telefono.
E non finisce qui! Quando la ragazza si presenta in questura per sporgere denuncia, accompagnata dal marito, la netta sensazione è che i poliziotti credano più al tassista tanto che, nel giro di qualche ora, lo lasciano andare chiedendo alla ragazza di passare il giorno seguente per l’eventuale (sic!) denuncia.

Ragionare intorno a questo singolo episodio, in una città che si sta scandalizzando per essere passata al settimo posto per la qualità della vita in Italia (dal primo), sarebbe fuori luogo e darebbe una visione di una provincia dove tutto sommato si continuano a raccogliere mele e a mangiare strudel.
La biologa keniota ha chiamato il taxi da una zona (Maso della Pieve) notoriamente battuta da prostitute, molte delle quali africane; il tassista, a quel punto, trovatosi in auto una giovane ragazza con la pelle scura, scambiata per prostituta, si è preso l’italianissima libertà di trattarla con disprezzo, come una “bastarda maledetta” evidenziando, nel contempo, la classica forma di machismo, sfociata poi nel razzismo più inverecondo, pensando che tanto Bolzano aveva già offerto il retroterra di silenzio e xenofobia classico di una città in preda al delirio del degrado e della legalità.

Se il razzismo “dell’uomo della strada” si palesa con episodi di tale violenza non è solo l’atto in sé da indagare, ma il contesto in cui questo prende forma e se le istituzioni locali possono ritenersi assolte da qualsiasi responsabilità politica.
La narrazione tossica che attanaglia la città da più di un anno è da vera e propria galleria degli orrori in un mix tra populismo e neofascismo che è sfociato via via nella violenza diffusa.
Terra di confine, da più di due anni la Provincia di Bolzano non riesce a gestire il transito, perché di transito si tratta, dei profughi che da Lampedusa cercano di superare il confine al Brennero per raggiungere il Nord Europa. E non stiamo parlando, senza offese, della poverissima provincia del Sulcis sardo bensì di una delle più ricche zone d’Europa!
Ancora oggi le strutture deputate all’accoglienza sono poche e inospitali tanto che molti richiedenti asilo, oramai da mesi, sono costretti a dormire per strada accampandosi sotto i ponti o in baracche di fortuna ai margini dell’areale ferroviario. Sia mai per una città ordinata, pulita e lustrata quotidianamente come la “capitale” del Sudtirolo. Ed ecco così che, una volta rinfocolata la retorica del degrado, movimenti di estrema destra, su tutti Casa Pound e Lega, non hanno fatto altro che infervorare gli animi contro il diverso, il profugo.
L’ascesa politica dei suddetti partiti è stata così inesorabile generando una vera e propria escalation di violenza contro qualsiasi forma di antirazzismo (innumerevoli oramai gli episodi di violenza perpetrati da esponenti di Casa Pound) e contro tutti i migranti, a prescindere.
Così, di punto in bianco, l’atavico odio italiani/tedeschi si è trasformato in razzismo strisciante nei confronti di migranti, spesso giovanissimi, che scappano da guerre e crisi ambientali o che sono semplicemente in cerca di miglior vita.

Nel vocabolario bolzanino è così entrato il termine degrado affiancato a quello di profugo in una città che si è svenduta a progetti di riassetto urbano american style, stuprata da folle immense di turisti alla ricerca di lucine colorate e finti fiocchi di neve.
Sono pochi oggi a ricordare che qualche settimana fa, in una delle prime sere d’inverno, Abeil, minorenne eritreo, è stato travolto da un treno proprio in prossimità dell’areale ferroviario ed è morto schiacciato dalla speranza di ricongiungersi con suo fratello in Germania e che la stessa fine è toccata ad altri tre migranti a poche decine di chilometri dal Brennero, nel Tirolo austriaco. Vittime di un regime dei confini voluto e imposto anche da istituzioni locali conniventi ad una politica del “decoro” e del mercatino natalizio. Se polvere c’è, metterla subito sotto il tappeto!

La morte di Abeil e degli altri migranti, la criminalizzazione del diverso, il pestaggio della ragazza keniota sono i sintomi di una società che ha subito una profonda metamorfosi, sociale ed istituzionale, figlia del razzismo più becero e di una disumanizzazione sempre più evidente. Il tassista non è altro che l’archètipo di tutto questo!

Matteo De Checchi

Insegnante, attivo nella città di Bolzano con Bozen solidale e lo Spazio Autogestito 77. Autore di reportage sui ghetti del sud Italia.
Membro della redazione di Melting Pot Europa.