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Il cambiamento del fenomeno migratorio in Italia dopo le “primavere arabe”

Tesi di Master di I° livello in fenomeno migratorio di Sara Forcella, che ringraziamo

Photo credit: Marco Anselmi dalla pagina Fb Exmoi Occupata

Università degli Studi Guglielmo Marconi
Master di I livello in fenomeno migratorio e Mediazione culturale
Direttore del Master: Prof. Raffaele Chiarelli

Il cambiamento del fenomeno migratorio in Italia dopo le “primavere arabe”: idee e riflessioni per una nuova mediazione culturale

Candidato: Sara Forcella
Relatore: Prof.ssa Sara Fragomeni

Anno accademico: 2014/2015


Introduzione

Il 2011 è stato un anno particolare per l’immigrazione in tutta l’area mediterranea e soprattutto in Italia. Esso rappresentata un punto di svolta nella storia e nelle dinamiche dei fenomeni migratori, dopo il quale nulla sarà più come prima e avrà inizio un nuovo momento storico caratterizzato dallo spostamento di un gran numero di persone da Africa, Asia e Medio Oriente verso l’Europa.

La scintilla che innesca i grandi flussi è la cosiddetta “Primavera Araba”, l’inizio di tutta quella serie di insurrezioni che scuotono la maggior parte dei paesi arabofoni nel tentativo di rovesciare lo stato di cose e di riscattare la condizione delle fasce medio basse della popolazione, da sempre le più oppresse all’interno delle dittature che governano negli stati in questione.

Quasi sei anni sono passati dall’inizio delle rivolte, in molti si sono chiesti se siano state davvero tali, tanti hanno criticato la stessa dicitura di “Primavera Araba” affermando che in realtà non si sia trattato di vere rivoluzioni, ma soltanto di moti reazionari volti a instaurare nuovamente, sotto altre spoglie, le medesime tirannie.

Probabilmente è presto per dirlo, le conseguenze dei moti del 2011 sono ancora devastanti in alcuni paesi, come Siria, Yemen e Libia, dove la gente continua a morire sotto l’inaccettabile difesa del potere di uomini di governo inumani. Il dominio prima di tutto, nel delirio che esso possa continuare a perpetuarsi sul nulla, su cumuli di macerie, su città e territori che non hanno più bellezza, su popolazioni decimate e stremate da un dolore difficilmente sopportabile.

Noi, in questa tesi, abbiamo scelto di continuare a chiamarle Primavere Arabe nonostante tutto, convinti che all’inizio del 2011 si fosse davvero mosso qualcosa, un barlume di idea di cambiamento, il tentativo di dire no ad una realtà che non poteva più essere accettata. Come ogni momento di cambiamento sappiamo però che esso richiede tempo, che spesso il primo tentativo non basta, soprattutto in paesi dove lo status quo di oppressione e miseria, economica e in parte intellettuale, era tale da lungo periodo. Qualcosa si è mosso, forte, e ce lo conferma la violenza con cui si è cercato di bloccare ogni tentativo di cambiamento; ce lo confermano le immagini dalla Siria, la spietatezza dell’odio che non accetta di lasciar vivere, liberi e uguali, altri esseri umani.

L’Italia ha dovuto “vedere” il 2011 per forza di cose, lo ha vissuto sulla propria pelle con l’arrivo di un numero di migranti che oggi, a quasi sei anni di distanza, ci sembra esiguo. Poco più di 60.000 persone, che allora parvero moltissime, e posero all’attenzione di noi tutti la questione migratoria. Oltre ai cittadini tunisini, paese dal quale erano partite le “Primavere Arabe” e da cui giunsero in circa 20.000 sulle nostre coste, ad arrivare furono soprattutto Nigeriani e Somali. Persone che vivevano in Libia per motivi di lavoro, spesso sottopagate, oggetto di forti discriminazioni razziali e costrette a vivere in condizioni non sempre dignitose, eppure indubbiamente migliori da quelle di estrema povertà o di persecuzione nei loro paesi d’origine.

Dal viaggio in Libia, per scelta, alla fuga, forzata, al momento dello scoppio della rivolta contro il regime di Gheddafi, fino all’approdo in Italia dopo il viaggio in mare, spaesati e in mano ad un sistema di accoglienza impreparato ad affrontare la situazione. I migranti arrivati tra 2011 e 2012, nel periodo della cosiddetta “Emergenza Nord Africa”, vengono ospitati per lo più in centri di accoglienza straordinaria, allora detti CARA (da distinguersi dai CARA ordinari già presenti sul territorio), istituiti appositamente per far fronte all’alto numero di persone da accogliere. Sono posti scelti all’ultimo minuto, in alcuni casi vecchie caserme in disuso preparate alla meno peggio per l’accoglienza, o al contrario alberghi e ostelli di privati che diventano da un giorno all’altro centri per migranti attraverso iter legislativi anomali, se non inesistenti, in virtù del dichiarato stato di emergenza nazionale.

Facile immaginare il business che viene a crearsi grazie alla facilità con cui chiunque, con una telefonata, può vedersi affidare l’appalto di gestione, e dunque molto denaro, per un centro d’accoglienza. In questi posti i servizi previsti per legge da assicurare a ciascun migrante non sempre vengono erogati, o talora le irregolarità sono numerose, sempre per ragioni meramente economiche che spesso finiscono per arricchire gli stessi proprietari.

La situazione d’emergenza non prevede controlli, controlli che forse non si vuole nemmeno effettuare. La dinamica assistenziale fino ad allora sottesa diventa perciò un’esplicita linea politica, che oltre a fare gli interessi economici di chi gestisce (un esempio, tra tutti, Mafia Capitale) svela una visione cieca, poco lungimirante e funzionale dell’accoglienza con conseguenze sul lungo termine per i migranti stessi.

Le persone vengono lasciate nei centri, in attesa che la lunga e macchinosa burocrazia compia il proprio corso, con l’incertezza dell’esito della domanda di asilo politico a cui si somma la totale assenza di meccanismi di integrazione, di programmi efficaci per il graduale avvicinamento delle persone alla ripresa di una quotidianità di base all’interno della nuova società in cui si trovano a vivere. Non si gettano le basi per percorsi di autonomia economica, di formazione linguistica, scolastica e professionale che potrebbero portare queste persone ad uscire quanto prima dal circuito dell’accoglienza e a riprendere in mano i propri progetti di vita.

I migranti dell’Emergenza Nord Africa rimarranno nei centri fino a metà del 2013, quando con una buona uscita di 500 euro verranno costretti ad andare via per ritrovarsi per strada senza nulla in mano, privi in molti casi di una conoscenza di base della lingua italiana, appesantiti da anni di permanenza in attesa di risposta burocratiche durante i quali le occasioni di riscatto e di ripresa sono state poche o nulle. Già messi a dura prova dall’esperienza in Libia e dal viaggio via mare, senza contare le situazioni di partenza nei propri paesi d’origine da cui molti erano scappati, subiscono l’ennesima confusione, l’ennesima situazione di subalternità a cui però devono mostrare riconoscenza, in nome di quel pasto e di quel posto letto che, “immeritatamente” e per pietà, hanno ricevuto.

Tuttavia qualcuno che, nonostante tutto, riesce a ritrovare la sua strada, c’è. Più di qualcuno, perché la resistenza umana è incredibilmente grande, e si basa sull’assoluta convinzione del proprio diritto alla dignità, ad una esistenza libera e soddisfacente, per una forza interna tenace che vuole affermarla al di là di tutto e di quanti cercano costantemente di negarla. Ma non tutti i migranti conservano la stessa tempra. Non tutte le storie personali sono uguali, e qualche volta gli insulti che provengono dall’esterno, le oppressioni vissute e le fatiche di un viaggio estenuante possono abbattere questa forza, che qualcuno ha chiamato “forza del cuore” –1. Abbiamo perciò visto che la macchina dell’accoglienza, così com’era organizzata, contribuiva a spegnere le risorse di quanti, a fatica, erano riusciti a conservarle fino all’arrivo nel nostro paese; abbiamo osservato che la logica di base era quella della “selezione naturale”, per cui solo chi aveva proprie straordinarie risorse interne, chi conservava abbastanza forza e caparbietà, poteva venire fuori dall’esperienza nei centri e iniziare la propria vita, indipendente e dignitosa, in Italia. Per tutti gli altri non c’erano soluzioni, abbandonati a loro stessi, incolpati per l’ennesima volta di lassismo, di dormire dalla mattina alla sera, di essere trattati meglio degli italiani.

Ho lavorato nei centri di accoglienza proprio durante il periodo dell’Emergenza Nord Africa: questa tesi vuole essere l’occasione per raccontare quanto visto, e per condividere alcune riflessioni scaturite dal lavoro di mediatrice culturale al loro interno. E’ un resoconto che da un lato mira a richiamare l’attenzione, per l’ennesima volta, su una realtà nota ma la cui conoscenza è ancora scarsa e spesso, intenzionalmente, inesatta. Dall’altro lato l’esigenza di scrivere è dovuta al fatto che ciò che continua ad accadere all’interno dei centri di accoglienza oggi, dove continuo a lavorare, non si discosta poi molto dai fatti del 2011-2013. Molte cose sono cambiate, è vero, sono aumentati gli esempi di realtà virtuose, di associazioni che lavorano nel settore e propongono progetti seri ed efficaci per l’integrazione e la costruzione di percorsi di autonomia e indipendenza nel nostro paese. Ma ancora non basta.

Oltre alla descrizione degli eventi, al focus dedicato ai migranti nigeriani e somali con i quali ho lavorato direttamente, sono soprattutto gli spunti maturati nel corso dell’esperienza che ho voluto condividere. Mi interessava pormi qualche domanda in più sulla mediazione culturale, capire quali idee erano alla base delle dinamiche che si vengono a creare all’interno dei centri d’accoglienza, e che si legano indissolubilmente alla gestione politica di questi e alla percezione che ne ha la popolazione nel territorio dove sono ubicati.

Gli interrogativi sono nati da sé nel confronto quotidiano con le persone incontrate, nel tentativo di immaginare soluzioni diverse che evitassero l’oblio di anni all’interno di queste strutture senza certezze per il futuro. Soluzioni che cercassero di sanare la mancanza di piani concreti per la scolarizzazione e la formazione professionale, l’inadeguatezza del raccordo fra centri e territorio, le esigue risorse destinate ai servizi non “essenziali” (mangiare, dormire, burocrazia) e, non ultimo, l’assenza delle piccole esperienze della quotidianità, fatta non solo di lavoro ma anche di una passeggiata, di un cinema, di un concerto. Questo va restituito, che è quanto di più umano può esserci, quanto può aiutare a tenere viva quella spinta interna che deve resistere, dopo la fuga e il viaggio, alle difficoltà di trovare il proprio posto, partendo da zero, in un nuovo paese.

Posto peraltro incerto e legato all’esito della domanda d’asilo politico, che ben sappiamo essere respinta nella maggioranza dei casi, soprattutto per quel che riguarda i Nigeriani. Su questo argomento, che non è di mia competenza, non dirò nulla. Certamente però, assicurare un’accoglienza più dignitosa, più piena e umanamente ricca all’interno dei centri contribuisce a rafforzare la speranza di immaginare che una vita più dignitosa e più vicina alle proprie aspirazioni, sia possibile.

Il cambiamento del fenomeno migratorio in Italia dopo le “primavere arabe” di Sara Forcella

  1. M. Fagioli, “La forza del cuore non è mai violenza”, in Left, n. 34, 20-08-2016.

Sara Forcella

PhD in Civiltà dell'Asia e dell'Africa, è arabista, mediatrice culturale ed insegnante di italiano L2. E' inoltre presidente di Fuori Passo ETS, associazione che si occupa di mediazione, orientamento, servizi e formazione per persone con background migratorio.