Il rifugiato: l’ultima incarnazione dell’uomo senza diritto

di Julien Josset*

Photo credit: Saverio Serravezza (Isola di Lesvos, 2016)

La “crisi” dei rifugiati 1 che stiamo vivendo oggi è avvolta da una marcata nube paradossale. La perdita stessa di parere che essa provoca si manifesta su due livelli: che sia in segno di diniego o di indifferenza, l’idea è che, in un’ottica di postura morale, essa spinga a svincolarsi dall’impegno d’azione e a rivelarsi totalmente ipocrita.

Ciò che ne deriva è dunque l’urgenza di sorpassare questo stadio di moralità piatta, per affrontare invece, quello che è ritenuta essere una delle principali questioni capitali del mondo a venire.

Se dobbiamo prestare un’attenzione particolare ai rifugiati, non è solo perché le storie di attualità ci “inondano” di notizie sul grande afflusso di migranti provenienti dalla Siria, Libia ed altri Paesi in preda al caos e/o la povertà. È anche, e soprattutto, perché la persona rifugiata è l’ultima incarnazione dell’uomo senza diritto; è questo l’oggetto ultimo di ogni riflessione umanistica che dovrebbe insediarsi.

In effetti, come potremmo altrimenti definire un rifugiato, che non sia semplicemente quello di un essere umano? Ha perso tutte le qualità e i requisiti generalmente necessari per attribuire i diritti ad un individuo: non ha più né nazionalità, né beni, né documenti. Rappresenta l’uomo senza alcuna qualifica, l’uomo nel senso più puro.

La storia ha già avuto modo di mostrarci fino a che punto essa è capace di limitare l’umanità e i diritti ad essa connessi. Requisiti estrinseci dell’uomo, che siano essi legati alla cittadinanza, all’appartenenza ad una nazione o addirittura ad una razza, hanno rivelato il loro grande impatto nella definizione dell’uomo. Gli schiavi romani e greci dell’antichità, gli indiani d’America e i neri africani, gli ebrei e gli zingari del Terzo Reich, sono solo alcuni esempi di questa classe di uomini ai quali sono stati negati i diritti umani, poiché mancavano appunto di qualifiche.

La Dichiarazione francese dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 2 risulta ambigua nella definizione stessa del titolo: dovremmo sottintendere la citazione dei due elementi, uomo e cittadino, come semplice accostamento di termini, o il secondo è in realtà già contenuto nel primo come requisito necessario?

È tutto qui il nocciolo della questione, l’importanza del riflettere su come affrontare il problema dei rifugiati perché, che ci ragioniamo o no, potrebbero costituire la nuova classe di uomini senza diritti. Oggi più che mai, il rifugiato deve rappresentare l’orizzonte del nostro umanesimo.

Photo credit: Saverio Serravezza (confine serbo-ungherese, 2016)
Photo credit: Saverio Serravezza (confine serbo-ungherese, 2016)

Un nuovo orizzonte politico

Nel commento al saggio Nous autre réfugiés 3, di Hannah Arendt, il filosofo italiano Giorgio Agamben estende una riflessione inizialmente articolata al popolo ebraico e poi all’insieme dei rifugiati, che egli stesso considera un grave problema di fine ventesimo secolo. Agamben avanza un assunto originale: secondo il filosofo, la conseguenza dell’erosione degli Stati-Nazione e delle classi politiche-legali tradizionali, porterà il rifugiato ad essere la figura dell’uomo moderno, la nostra più completa condizione futura 4.

Gli Stati-Nazione, che in principio furono costituiti per ricoprire il ruolo di assegnazione dei diritti agli uomini, donando loro una cittadinanza, tenderanno man mano a scomparire. Ed è, d’altronde, quasi impossibile non notare come l’afflusso dei rifugiati sia in gran parte conseguenza del decadimento o annientamento di grandi Stati come la Siria o la Libia. Partendo da lì, Agamben prosegue affermando che il rifugiato rappresenta la categoria o la classe dalla quale si può partire ad immaginare “i limiti e le forme della classe politica nei tempi a venire”. È quindi la periferia, l’orizzonte che interroga e mette in evidenza i limiti delle nostre istituzioni attuali.

Nell’Imperialisme, secondo volume de Les origine du Totalitarisme 5, Hannah Arendt aveva già sviluppato l’idea che i diritti umani sono indissolubilmente legati all’esistenza degli Stati-Nazione e che la scomparsa di questi ultimi, avrebbe portato inesorabilmente alla loro obsolescenza. Secondo Arendt, i diritti dell’Uomo farebbero fatica a proteggere gli individui senza cittadinanza, essendo appunto “solo” degli uomini, senza altre qualifiche.

Ed è qui che arriviamo al paradosso al quale stiamo assistendo: mentre i rifugiati dovrebbero essere la rappresentazione stessa dei diritti dell’Uomo, essi ne incarnano, al contrario, la crisi. I rifugiati svelano, al mondo d’oggi, come non ci sia spazio in politica per gli uomini in quanto tali – definiti “solamente” uomini – e fino a che punto le classi dei diritti umani o d’asilo sono drasticamente ridotte dallo Stato-nazione e dunque, decadenti. Essi personalizzano, ancora una volta, la periferia oltre la quale è necessario estendere le nostre classi dei diritti e rinnovarle.

I rifugiati sgretolano così l’identità tra l’uomo e il cittadino che, finora, era stata così comodamente insediata nelle nostre menti; come conclude Agamben, la sopravvivenza politica dell’uomo dipenderà da un’unica condizione: che sia il cittadino a capire che è lui stesso un rifugiato.

Photo credit: Saverio Serravezza (Idomeni, 2016)
Photo credit: Saverio Serravezza (Idomeni, 2016)

Molti tabù da far cadere

Il fenomeno dei rifugiati è, purtroppo, destinato a crescere. Il motivo è perché è indissolubilmente legato alle guerre e ai cambiamenti economici essi stessi dipendenti, da un lato, dal riscaldamento climatico, dall’altro, dal calo delle riserve idriche o fossili di alcune regioni.

Secondo il filosofo Slavoj Zizek, i profughi sarebbero il prezzo mondiale dell’economia capitalista: vi è infatti una grande contraddizione in un mondo che permette la libera circolazione della ricchezza, ma non delle persone. In altri termini, è come se ci fosse un liberalismo economico e un protezionismo umano.

Un tale mondo genera inevitabilmente una sorta di periferia, un’esclusione umana ben rappresentata dai milioni di lavoratori immigrati presenti oggi nella penisola arabica e privati di ciascun diritto civico o, altresì, dai tanti asiatici sfruttati negli “sweatshops” in condizioni di lavoro che sfiorano il concetto di schiavitù. Altra periferia è quella che si evince dal rapporto Not Criminals (.pdf) e che denuncia le terribili condizioni di vita nei centri di detenzione per migranti e rifugiati. A questa tranche, bisogna ovviamente aggiungere i milioni di profughi causati dalle guerre, i cui motivi sono per lo più economici, e molto presto anche quelli con status di rifugiato climatico che assumeranno via via una quota crescente.

Molti tabù dovranno necessariamente cadere per far fronte a questo fenomeno: la gestione di un tale sisma umano presuppone una radicale ridefinizione dei concetti di sovranità, di frontiera, d’asilo, d’ingerenza e di nuovi livelli di cooperazione internazionale. Ma ciò implica anche la messa in discussione di un sistema economico che genera esclusione e alienazione, un sistema che allora dovrebbe legittimare ed essere garante della libertà degli individui. Sfortunatamente, l’opinione è ancora lontana da tali preoccupazioni: l’avidità va molto più avanti della lotta alla povertà e dell’accoglienza ai profughi.

È quindi estremamente urgente ripensare al concetto di capitalismo globale e alle conseguenze dei giochi geopolitici che in alcuni casi arrivano ad accuse forti nei confronti dei governi. L’idea è proprio quella di partire dalla periferia a favore di un’economia più solidale, più inclusiva: è l’unico modo per combattere le condizioni che creano i rifugiati.


* Julien Josset è un giornalista francese collaboratore dell’Hufflington Post e YouPhil. Fondatore del sito la-philosophie.com e direttore editoriale di altri due portali francesi.

  1. LeMonde: “Crise des réfugiés: l’Europe vit un moment historique
  2. Legifrance.gouv.fr: Déclaration des Droits de l’Homme et du Citoyen de 1789
  3. Arendt Hannah, “Nous autres réfugiés”, Cairn, Pouvoirs 1/2013 (n° 144) , p. 5-16
  4. Giorgio Agamben,”Means without End. Notes on Politics” Novact in: Theory Out of Bounds, Vol. 20
  5. Wikipedia: “Référence: Les origine du Totalitarisme (Hannah Arendt)