City Plaza: “Il migliore hotel d’Europa”

Maria Contreras Coll, El Pais - 2 gennaio 2017

Photo credit: Maria Contreras Coll
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É facile immaginarsi l’Hotel City Plaza frequentato da turisti spensierati armati di valigie e mappa di Atene, avvolti dall’aroma di crema solare e attorniati da bambini che corrono. L’edificio era stato costruito in pieni preparativi per le olimpiadi del 2004 grazie ad un prestito del governo. Caduto in fallimento negli anni a seguire, si è sommato alla lunga lista delle vittime della crisi economica.

Così è stato fino al 2016, quando un gruppo di cittadini e attivisti di Atene hanno ridato una vita completamente diversa alla struttura. Avevano un obiettivo: offrire riparo e assistenza a cento famiglie di rifugiati. Battezzato come Miglior Hotel d’Europa, ha aperto le proprie porte in aprile, dopo che la Macedonia aveva definitivamente chiuso le proprie frontiere e che l’accordo UE-Turchia era stato firmato lasciando 57.000 rifugiati intrappolati in Grecia.

Gli attivisti e i cittadini che hanno intrapreso questa iniziativa non fanno parte di alcuna associazione: ciò che li unisce sono l’illusione e la voglia di portare un cambiamento. Essi si pongono come un’alternativa alle istituzioni pubbliche e alle grandi organizzazioni non governative. Tutti loro hanno in comune il desiderio di voler dare un contributo degno e immediato. Essi rifiutano i procedimenti vincolati al governo greco, il quale non ha mai menzionato l’esistenza di questa iniziativa, né ha tentato di ostacolarla. I volontari che vi operano fanno parte dell’onda di aiuti umanitari sorta in Europa negli ultimi due anni, per la quale i cittadini dei Paesi interessati hanno deciso di aiutare i migranti con le loro mani e le scarse risorse a disposizione.

Nell’Hotel City Plaza, i rifugiati diventano ospiti. Secondo l’Agenzia ONU per i Rifugiati (UNHCR), più del 60% delle persone intrappolate in Grecia sono minori e donne, condizione che ritroviamo anche all’interno della struttura. La maggioranza degli ospiti sono minori (185 su 400) e donne. Dispongono di servizi difficili da trovare negli altri centri di accoglienza sparsi per il Paese. Nell’Hotel, i migranti dispongono dell’intimità delle loro stanze, di acqua corrente, luce, e pasti caldi. Molti di loro aspettano pazientemente che le lentissime procedure per richiedere accoglienza siano completate.

Photo credit: Maria Contreras Coll
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Per questo, Fatima, una signora di 60 anni proveniente da un piccolo paese nel nord della Siria, ha deciso di restare qui con i suoi sei figli. Dopo un duro viaggio attraverso la Turchia, ha trovato un posto sicuro in cui stare. Dorme nella stanza che divide con i suoi figli, e lì incontra la pace di cui ora ha estremamente bisogno. Passa le giornate prendendosi cura delle sue piccole piante, annusandone le foglie, che le ricordano dei patii del suo paese natale e di suo marito, che è rimasto ad Aleppo ad aiutare l’esercito curdo.

Mia madre è malata”, commenta il figlio Mustafa, di 38 anni, mentre la guarda. “Cosa farebbe se fosse in un centro di accoglienza all’aria aperta, dovendo sopportare condizioni molto peggiori?!” Fatima soffre di diabete e di epatite C. Custodisce l’insulina nel minibar della loro stanza. Da qui, può recarsi all’ospedale e ricevere il trattamento medico gratuito grazie al sistema di sanità pubblica greco.

Salah, l’altro figlio di Fatima, di 24 anni, soffre di un problema nervoso che influisce sulle sue capacità motorie. Passa le mattine occupandosi di sua madre e passeggiando per la caffetteria, punto di ritrovo per ospiti, volontari e attivisti. La sera partecipa alle lezioni di inglese che si tengono all’ultimo piano.

Nei corridoi dell’Hotel tornano a correre bambini, anche se con vestiti meno costosi che negli anni passati e quasi senza alcun bagaglio. Vengono dalla Siria, dall’Afghanistan, dall’Iran, dal Pakistan, ma anche dalla Palestina e Iraq. Nel frattempo, in cucina, gli ospiti e i volontari preparano il pranzo. Wahid, un iraniano di 28 anni, prepara i fornelli. Wahid è fuggito dal suo Paese con Bahare, sua moglie, di 24 anni e di origini afghane. Bahare è una scrittrice. “Sono venuta in Europa per scappare dalle persecuzioni politiche e per poter pubblicare i miei libri in modo libero”, commenta nella sala da pranzo principale. “Ora sì che comincio a pensare che dovremmo tornare. Non ci aspettavamo che fosse tutto così difficile, né di trovarci intrappolati qui”. La destinazione agognata: la Germania, come per la stragrande maggioranza dei richiedenti asilo.

Photo credit: Maria Contreras Coll
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Il City Plaza è autogestito e organizzato grazie alla costante collaborazione tra attivisti, volontari, e ospiti, che permette anche uno spazio di incontro tra rifugiati e locali. Quotidianamente si tengono assemblee nella sala da pranzo principale per assegnare i turni del pranzo, delle pulizie e della sicurezza. Si tengono anche lezioni di inglese e di greco, e si organizzano escursioni e passeggiate. Gli avvisi, sparsi per tutta la struttura, sono scritti in farsi, arabo, inglese e greco. Vedendo la lentezza delle procedure per la richiesta di asilo, si creano programmi che favoriscano l’integrazione degli ospiti nella società greca. Si aiutano i padri a cercare lavoro e i figli ad iscriversi alle scuole pubbliche.

Soprattutto in estate, sono arrivati volontari da diversi Paesi del mondo per dare una mano. È il caso di Elisa Coll Blanco attivista spagnola di 24 anni che, dopo aver sentito parlare dell’iniziativa, ha deciso di recarsi all’Hotel con la voglia di organizzare attività per i più piccoli. Ha cominciato con proiezioni cinematografiche, per poi arrivare a una programmazione completa di attività che tengono occupati i bambini per tutta la giornata, dal disegno e la grammatica, all’esercizio fisico e le attività manuali.

L’Hotel funziona tramite una ripartizione equa delle donazioni. Per l’assegnazione dei pasti, gli ospiti dispongono di un biglietto che viene segnato ogni volta che vengono serviti la cena, il pranzo e la prima colazione. Ognuno ha diritto a tre pasti al giorno. Il controllo si basa sull’idea che tutti debbano ricevere lo stesso trattamento. “Altrimenti, tutti prenderebbero più di un piatto, lasciando gli ultimi senza nulla da mangiare”, commenta un residente afghano mentre prende la sua razione.

Con le donazioni viene anche acquistato materiale per i bambini e si coprono le necessità di base. Gli attivisti gestiscono anche altri spazi all’interno della città, come il Notarà 26, che offre uno sportello di prima accoglienza e orientamento agli ultimi arrivati.

Mentre l’Europa rinforza i sistemi di sicurezza alle frontiere e si lanciano messaggi basati sulla paura, sul terrorismo e sulla crisi dei migranti, in Grecia la gente ha aperto le porte di casa propria senza esitare. I cittadini greci accolgono persone arrivate in fuga da condizioni infami che cercano una vita migliore. Non vogliono far loro dimenticare tutto, e non vogliono nemmeno che se ne vadano. Cercano solo di rendere la loro traversata un po’ più sopportabile.


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City Plaza Squat (FacebookTwitter)