L’altro giorno riflettevo su cosa mi ha spinto ad entrare nel sociale. Un evento traumatico che mi sono trovata ad assistere per caso.

Avevo 18 anni, era l’ultimo anno delle superiori, e dopo tempo continuavo a pensare: “Come sta quella persona ora?“.

Non decidi di voler diventare un operatore, decidi di voler aiutare gli altri, garantire loro diritti e dignità in una società che abbandona gli ultimi. Sei, prima di tutto, una persona empatica, che soffre per gli altri, ma non è questo che farà di te un bravo operatore.

La preparazione, la formazione continua, un buon equilibrio socio – psicologico ti renderà un operatore. La mera empatia non aiuta l’utente che hai dinanzi a te, anzi lo mette in una posizione subalterna rispetto. Parliamo di carità, pietà e sebbene questi aspetti possono essere nobili, non possono essere parte dell’esercizio della professione, perché parleremmo di assistenzialismo emotivo e questo aspetto non deve rientrare nel ruolo dell’operatore. L’esperienza è l’altro elemento essenziale per completarsi. Le prime esperienze sono quelle che ricorderemo sempre, perché eravamo alle prime armi e ci portavamo a casa i dolori e i disagi dei nostri utenti. Con l’esperienza si dovrebbe imparare a non portare a casa il lavoro, un po’ impari a farlo con il tempo.

Ci sono molti aspetti del nostro lavoro che scopri solo strada facendo, l’operatore dell’accoglienza è pur sempre una persona che si confronta con gli altri, questo lo porta anche ad amare particolarmente qualche utente e a sopportarne di meno qualcun altro. In quei casi il lavoro diviene ancora più complesso; quando si lavora con un gruppo di persone bisogna sempre comportarsi allo stesso modo con tutti e con la stessa professionalità: più facile a dirsi che a farsi.

Inoltre, una cosa che si sta mettendo in risalto solo negli ultimi anni è che l’operatore deve essere in grado di lavorare in équipe. Il teamwork è una cosa che tutti millantano di saper fare, ma è di una difficoltà, a volte, estrema. Poche criticità quando lavori con persone che conosci, che la pensano come te e che sono reciprocamente in grado di fare gruppo. Tantissimi i problemi quando lavori con persone ignote, con opinioni professionali diverse dalle tue e con caratteri egocentrici che poco si prestano al lavoro di équipe. Vero che i supervisori possono aiutare, ma non fanno miracoli.

Fare bene il proprio lavoro che tu sia un operatore legale, sanitario, d’accoglienza, socio – integrazione, ecc. senza mai calpestare i piedi all’altro, anche se poco competente, essere in grado di mediare fra gli operatori laddove vi sono incomprensioni, essere umili, saper “fare gruppo” e ingoiare tanti rospi. Spesso, sono i beneficiari stessi a metterti in difficoltà, sempre per quella famosa barriera linguistica; ti riferiscono informazioni errate perché non le hanno comprese oppure ti riferiscono di cose dette da “quell’altro” operatore poco piacevoli, sempre per incomprensioni.

Anche in questo caso è l’esperienza a non farti trarre in inganno; se il gruppo nel quale lavori è coeso non credi a quell’affermazione, ma quando il gruppo è disomogeneo prendi qualsiasi cosa per buona e inizi a fare una guerra senza fondamenta. Personalmente mi è capitato spesso di trovarmi dinanzi a migranti che si sfogavano della brutta prestazione di un altro operatore.

Quando lavoravo in gruppi coesi ho sempre ribadito che quell’operatore stava facendo il proprio mestiere al meglio delle sue possibilità, quando le équipe erano sgangherate “cercavo” di rispondere allo stesso modo. Tuttavia i beneficiari sono esseri umani, lo capiscono quando siamo in difficoltà e quando il gruppo non è coeso, per loro diventa una situazione insostenibile perché non riescono più a fidarsi delle persone che si stanno prendendo cura di loro. Si destabilizzano, non sanno di chi fidarsi e tendono ad intraprendere percorsi autonomi, spesso non idonei ma, quando perdono la fiducia nei confronti della squadra, è difficile tornare indietro.

E’ ancora più evidente, a questo punto, che l’operatore deve essere competente a 360 gradi, o quantomeno deve provvedere a formarsi costantemente. Deve anche avere l’umiltà di chiedere scusa e la sincerità intellettuale di dire di no. E’ inutile illudere o fornire false speranze ad una persona che andrà a scontrarsi con la realtà, perché sarai quello che non lo avrà aiutato. Io sono stata fortunata, perché sono stata formata da persone straordinarie che hanno cercato di fornirmi molte competenze in diverse aree del sociale.

Quando ero agli inizi e parlavo con migranti ho cercato di mettere in atto gli insegnamenti , presentando un quadro quanto più veritiero possibile, soprattutto sulle difficoltà che legate alle commissioni territoriali e il conseguente calvario del ricorso. Non stavo molto bene, non riuscivo a vedere cosa ci fosse di buono nel distruggere le loro aspettative, mi dicevo: “Chi sei tu per infrangere i loro sogni?“. Con il senno di poi, ringrazio le persone che mi hanno formata e venero i loro insegnamenti.

Probabilmente saper dire di NO, prospettare un futuro realistico, quindi in alcuni casi difficile, connotato da esperienze anche negative è la cosa più difficile da fare, perché si ha la percezione di non saperli e poterli aiutare. Ma questi fallimenti non dipendono da noi, dipendono dal sistema fallimentare nel quale viviamo.

Se esulassimo per un attimo dal settore dei migranti e ci fingessimo assistente sociale in un carcere: come potremmo mai dire, al detenuto per futili motivi o per tossicodipendenza, che ha perso tutto, che una volta uscito dal carcere avrà una nuova vita facile, bella, piena di nuove emozioni, quando sappiamo benissimo che non ci sono misure e strumenti in grado di aiutarlo? Sappiamo che se non ha una famiglia va a finire in mezzo alla strada, che sarà difficilissimo trovare un lavoro onesto perché il pregiudizio lo seguirà dietro l’angolo per tutta la vita. Come potremmo dirgli che andrà tutto bene? Non possiamo, non è etico, non è professionale.

Ecco, credo che la linea di condotta generale debba sempre prediligere la verità, la realtà. E’ l’unico modo che abbiamo per essere degli operatori decenti, che non li prendano in giro solo per sentirsi meglio. Allora qual è la soluzione? Cedere all’assuefazione o torturarsi durante tutto il periodo lavorativo?

Organizzarsi, denunciare, alzare le voci, richiedere maggiori interventi. Lo dovrebbero fare tutti gli operatori di tutte le aree del sociale, perché il sociale, in questo paese, fa pena, non ci sono altri modi per descriverlo; lo ripeto, a mio modesto avviso, gli operatori del settore conoscono tutte le criticità del sistema con il quale si interfacciano ogni giorno e dovrebbero essere ascoltati maggiormente, anzi, si dovrebbe partire dalle loro valutazioni, prima di prendere decisioni sconclusionate.