I bambini congelati della Grecia: cosa succederà ai giovani rifugiati?

Yiannis Baboulias, New Statesman - 13 febbraio 2017

Photo credit: Angelo Aprile (Idomeni, febbraio 2016)

Nel pieno del rigido inverno che ha colpito la Grecia quest’anno, le tende cariche di neve sull’isola di Lesvos fornivano uno spettacolo agghiacciante. Era successo proprio qui: un incidente provocato da una stufa a gas aveva ucciso una madre e il suo bambino verso la fine di Novembre, a seguito di un incendio alla tenda che li ospitava presto estesosi ad altre tende circostanti. Per pura fortuna non c’erano state altre vittime, ma l’incidente rimane un grave campanello d’allarme sulla realtà della vita di molti bambini che vivono in simili condizioni, e certe volte anche della loro morte.

Avevo visitato personalmente il campo di Lesbo giusto qualche giorno prima dell’incidente, nella speranza di parlare con alcuni dei circa 80 minori stranieri non accompagnati che ci vivono. Le strutture che offrono servizi ai rifugiati in Grecia possono essere accettabili come vistosamente inadatte, ma nessuna ricorda la vita in prigione quanto il campo di Moria a Lesbo. Sembrerebbe l’ultimo posto dove far vivere dei minori vulnerabili, talvolta poco più che tredicenni. Eppure, più di 5000 ragazzini sono arrivati in Grecia completamente soli e, come tutti gli altri migranti, sono passati per gli “hotspot”, i centri di smistamento dei rifugiati, tra cui quello di Moria. Circa 2.500 si trovano al momento in Grecia; alcuni di loro vivono in posti come questo.

Mentre gli adulti e i minorenni accompagnati dai genitori hanno il permesso di lasciare il campo, i minori soli, essendo in termini di legge posti sotto la tutela del procuratore distrettuale [corrispettivo del pubblico ministero italiano, ndt], non hanno tale facoltà. La struttura, pattugliata da polizia in assetto anti-sommossa e circondata lungo il suo perimetro da muri di cemento armato sovrastati da filo spinato, è una casa tanto quanto lo può essere una prigione. In media occorrono nove mesi per ottenere il ricongiungimento familiare in un altro Stato, ammesso che il minore dimostri di avere parenti altrove. L’alternativa è rimanere bloccati in Grecia fino al compimento della maggiore età e allora chiedere l’asilo. Laddove però la domanda d’asilo venga rifiutata, il minore si ritrova nella condizione di dover essere deportato nel suo Paese d’origine che aveva lasciato anni addietro.

Ho incontrato alcuni dei minori soli del campo di Moria durante una delle periodiche visite consentite, organizzate da una ONG locale. Alcuni dei ragazzini con cui ho avuto modo di parlare rivelavano i segni dei traumi subiti prima di intraprendere il viaggio. “Il mio villaggio è ostaggio di Daesh”, “Mio padre è stato rapito”, “I miei fratelli sono morti” sono solo alcune delle esperienze che mi hanno riportato.

Erano ancora profondamente scossi dal viaggio che avevano dovuto intraprendere per arrivare in Grecia, su gommoni che spesso affondavano nelle gelide acque del Mediterraneo. Parte dell’escursione quel giorno si svolgeva in acqua, su una barca da pesca. All’inizio i ragazzi erano divertiti, ma non appena ci siamo addentrati in acque più profonde nei loro volti si è scolpita un’espressione di fredda paura.

Tutti i ragazzi con cui ho parlato ripetevano variazioni su uno stesso tema: “Nessuno ci dice niente” e “Non sappiamo che succede. Quando potremo andarcene da qui?”. Mi è capitato di sentire queste parole tanto ad Atene quanto nel Nord della Grecia, al confine con l’Albania. A dire la verità, le cose non stanno esattamente così. Per quanto vi siano a volte difetti di comunicazione, dovuti per lo più a una scarsa collaborazione tra lo Stato e le ONG attive sul campo, i minori sono regolarmente informati sulla loro situazione – ma è questa stessa situazione a costituire il problema: accettare la verità comporterebbe abbandonare ogni speranza rimasta.

Il confine greco lungo la rotta dei Balcani è chiuso. E tale rimarrà. I bambini e gli adulti non vogliono credere che le cose stiano veramente così, e tanto meno vogliono pensare che la loro opzione migliore – sempre che non siano respinti in Turchia – sia il lento e inefficiente programma di ricollocamento (o, nel caso dei minori soli, il rimanere bloccati dove sono). Quando finalmente riescono a lasciare i centri, spesso esitano a rivolgersi agli ufficiali greci per paura di essere rispediti sulle isole.

I bambini avevano spesso sotto mano i loro telefoni cellulare e li fissavano con ansia. Uno degli operatori della ONG mi ha riferito che “ricevono messaggi dalle loro famiglie d’origine in continuazione”. Molti di loro sono stati mandati in Europa per lavorare e inviare le rimesse a casa. Agli occhi delle loro comunità di origine sono uomini, sebbene in realtà siano ragazzini di 15 anni. A casa, quella stessa famiglia che aveva riversato ogni sua risorsa nel loro progetto migratorio si starà domandando perché il denaro tardi a giungere a destinazione.

Ad Atene, i minori soli sono accolti in strutture specifiche (solitamente in condizioni migliori di quelle destinate agli adulti). Quelli tra di loro che non sono passati per gli hotspot o ne sono evasi subito, vivono sul filo del rasoio in appartamenti in affitto o occupati, quando non sono su una strada.

Alcuni si nascondono in appartamenti i cui affitti possono arrivare a centinaia di euro a settimana, in attesa di affidarsi ai trafficanti per fuggire attraverso l’Albania. Altri trovano riparo negli edifici occupati da gruppi anarchici. Daouda, un sedicenne della Costa d’Avorio, è tra questi. Ha abbandonato il suo Paese dopo che la sua famiglia “è rimasta uccisa nella guerra civile [del 2011]”. All’arrivo in Grecia, ha mentito alle autorità per sfuggire alla detenzione nei centri delle isole. Tuttavia, la sua domanda d’asilo è stata rifiutata. Gli è stato intimato di lasciare il Paese entro un mese – “Ma senza denaro e famiglia, dove dovrei andare?”.

Sono circostanze come queste che inducono questi ragazzi a prostituirsi sulle strade di Atene, a volte per non più di 5 euro. Questi adolescenti vulnerabili non hanno un futuro e possono contare unicamente su se stessi. Molti dei loro dati non entreranno mai nei registri ufficiali, a ulteriore dimostrazione dei pericoli che affrontano: il rapimento e lo stupro di donne e bambine che cercano di passare il confine affidandosi ai trafficanti; i bambini dispersi chissà dove nei Balcani; droga e prostituzione; omicidi rimasti impuniti.

Nel frattempo, le comunità isolane cominciano a mostrare segni d’intolleranza verso i rifugiati. Per ora, la situazione è in un equilibrio precario grazie alla poca compassione rimasta e ai soldi dell’Unione Europea. Benché poco sia cambiato in Grecia durante l’inverno, entro la prossima primavera l’emergenza cesserà di essere tale per le autorità, con una conseguente diminuzione dei fondi fino a due terzi.

La situazione dei rifugiati in Grecia è permanente. Semmai, peggiorerà a breve, se è vero che Paesi come la Germania si apprestano a rimpatriare i richiedenti asilo come previsto dai regolamenti di Dublino.

Qui, la crescente disperazione è una manna per i trafficanti di esseri umani. I minori non accompagnati hanno davanti a loro anni di dolorosa incertezza sul proprio futuro. Per loro, il sogno dell’Europa diventerà una sorta di purgatorio. Solamente la certezza del pericolo farà loro compagnia lungo la strada.