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Il diritto fondamentale di varcare i confini

Guy Aitchison, Refugees Deeply - 4 gennaio 2017

Photo credit: Carmen Sabello, #overthefortress nel campo di Idomeni (aprile 2016)

traduzione di Laura Danzi

All’inizio di dicembre, il Segretario di Stato per gli Affari Esteri del Regno Unito, Boris Johnson, ha dovuto smentire il contenuto della conversazione avuta con un gruppo di ambasciatori in cui si sarebbe dichiarato favorevole alla libera circolazione delle persone all’interno dell’Unione Europea.

Considerate le precedenti dichiarazioni in cui affermava il contrario, la notizia secondo cui Johnson abbia espresso un parere favorevole per il principio di libera circolazione, che permette ai cittadini dell’UE di circolare liberamente all’interno del territorio europeo, lascia alquanto sorpresi. In un’intervista a un quotidiano ceco rilasciata a metà novembre, Johnson aveva rifiutato l’idea che la libera circolazione fosse uno dei principi cardine nell’Unione Europea e che “ogni essere umano ha il diritto sacro e fondamentale alla libera circolazione”.

Molti hanno subito sottolineato la confusione di Johnson in materia giuridica. Il capo negoziatore del Parlamento europeo per la Brexit, Guy Verhofstadt, ha affermato in un pungente commento su Twitter che avrebbe portato sul tavolo negoziale una copia del Trattato di Roma del 1957, trattato istitutivo della Comunità Economica Europea (in seguito UE), per correggere Johnson. L’articolo 3 stabilisce infatti l’eliminazione degli “ostacoli alla libera circolazione delle persone” fra gli Stati membri.

E anche se la scarsa conoscenza di Johnson dei fatti dell’UE non dovrebbe sorprenderci poi così tanto, le sue dichiarazioni vanno in realtà a toccare una questione morale di estrema importanza spesso trascurata quando si parla di immigrazione: se esista o meno un diritto umano fondamentale alla libera circolazione.

Il diritto a immigrare

Molto spesso si è sentito parlare della costruzione di muri, di ripresa del controllo e di “legittime preoccupazioni” riguardo all’immigrazione, tanto che l’idea che ne risulta implicitamente è che gli Stati abbiano il diritto di decidere chi escludere. Tuttavia i filosofi morali e politici si dichiarano in disaccordo sulla legittimità del controllo delle frontiere e alcune importanti argomentazioni sono state presentate a favore di un diritto dell’uomo a immigrare.

Chi sostiene questa posizione non è necessariamente legato a una prospettiva anarchica, contraria all’idea stessa di Stato – anche se la libera circolazione era una delle principali richieste avanzate dai filosofi radicali connessi a quello che è conosciuto come movimento “alter-globalizzazione”. Al contrario, c’è chi sostiene una libertà di movimento basata sull’ampliamento logico e coerente dei valori democratici già presenti.

All’interno dell’attuale legislazione internazionale per i diritti dell’uomo, l’articolo 13.1 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo stabilisce il diritto alla libertà di movimento per ciascun individuo entro i confini di ogni Stato, ma tale libertà di movimento non viene riconosciuta tra i confini dei diversi Stati.

Siamo soliti pensare alla libera circolazione all’interno di uno Stato come a una libertà inderogabile. Se il governo proibisse di visitare o di stabilirsi in una certa zona del Paese ci si sentirebbe, a ragione, indignati. Il governo starebbe negando di scegliere dove vivere e dove studiare, con chi stabilire delle relazioni, con chi creare dei legami su basi religiose o politiche – e starebbe negando tutta una serie di importanti opportunità economiche. Tali sono scelte fondamentali che vanno a influire su come viviamo le nostre vite.

Ma bisogna rendersi conto che queste stesse considerazioni si possono fare riguardo alla libera circolazione tra le frontiere. Nel mondo globalizzato in cui viviamo, porre delle restrizioni al diritto di varcare le frontiere non è poi così diverso dal decidere di confinare qualcuno entro i confini dello Yorkshire, ad esempio, o di Seattle.

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La cittadinanza in un’epoca di crescenti ingiustizie

Forse l’argomentazione più convincente riguarda tuttavia la brutale ingiustizia dell’attuale gestione dei confini. Chi è nato in un Paese benestante gode di prospettive di vita praticamente sconosciute a coloro che aspirano a emigrare dalle zone più povere del mondo, condannati a una vita di ristrettezze e indigenza.

Sembra un fatto moralmente arbitrario se accettiamo l’uguaglianza di fondo di tutti gli esseri umani. A detta del filosofo Joseph Carens, nelle democrazie liberali in Occidente la cittadinanza è “l’equivalente moderno del privilegio feudale […] uno status che si eredita e che aumenta in modo significativo le possibilità nella vita di una persona”.

Negli ultimi decenni l’ineguaglianza globale è cresciuta in maniera esponenziale. Secondo i dati della Banca Mondiale, nel 2000 i cittadini americani erano 72 volte più ricchi degli abitanti dell’Africa subsahariana e 80 volte più ricchi di chi vive nel sud dell’Asia.

L’argomentazione a favore del diritto alla libera circolazione assume ulteriore forza se consideriamo il guadagno che gli Stati occidentali hanno tratto dalle relazioni coloniali con molti dei Paesi da cui provengono gli stessi migranti. E proprio questi Stati dettano ora le regole dell’economia mondiale a loro vantaggio, grazie agli squilibri di potere nell’Organizzazione Mondiale del Commercio, nel Fondo Monetario Europeo e nella Banca Mondiale.

Al momento la legge in materia di rifugiati non fornisce protezione a coloro che scappano da una povertà che sta mettendo a repentaglio la loro vita, poiché si limita a definire “rifugiato” solo colui che scappa da persecuzioni.

In queste circostanze, l’attraversamento “illegale” dei confini, che tanto preoccupa il neoeletto Donald Trump e la destra populista in Europa, si potrebbe in realtà considerare una giustificabile forma di resistenza e di disobbedienza civile contro l’ingiustizia economica di ordine mondiale.

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Un diritto alla libera circolazione è plausibile?

Si potrebbero sminuire queste argomentazioni, considerandole fantasie utopiche di filosofi che remano contro il senso comune. Oppure si potrebbe far notare il livello inaccettabile dei costi e dei disagi previsti come conseguenza dell’apertura dei confini.

Tuttavia bisognerebbe fermarsi a riflettere sul fatto che anche molte ingiustizie del passato, come l’istituzione della schiavitù, a quei tempi non fossero contrarie al senso comune. Le argomentazioni che venivano fornite allora contro la sua abolizione – basate sui possibili costi e disagi per la società schiavista – risultano oggi perverse e assolutamente poco convincenti.

Un’argomentazione più fondata a favore dei controlli restrittivi ai confini potrebbe essere mossa sulla base del diritto di ogni Stato all’autodeterminazione o sul diritto che una nazione ha di preservare la propria identità culturale. Alcuni filosofi, tra cui il teorico politico britannico David Miller, hanno avanzato delle argomentazioni in questo senso.

A mio parere, tuttavia, queste argomentazioni filosofiche contro il diritto alla libera circolazione non sono davvero convincenti. Non sono in grado di dare il giusto valore alla necessità di ciascuno di noi di poter vivere, amare, studiare, lavorare e creare una vita senza restrizioni causate dall’imposizione coercitiva e spesso violenta dei confini. In un contesto di estrema ineguaglianza, l’attuale gestione dei confini è ancor meno giustificata, così come il carattere arbitrario e anti-umano del sistema castale.

Oggi, chi crede in un’apertura delle frontiere si trova in minoranza in Gran Bretagna e in tutti gli altri Stati. Nonostante gran parte del dibattito si limiti a focalizzarsi sulle “abilità” e sui “contributi economici” di un migrante, è importante non perdere di vista che l’immigrazione è una questione morale.

Tenendo questo a mente, l’attuale gestione delle frontiere appare senza dubbio ingiusta e indifendibile.