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La donna che scambiava le persone per bulloni

Quando lavorare nell'accoglienza diventa una mansione come un'altra. Una storia di Ermira Kola

In una città piccola può accadere di annoiarsi. Ci si annoia perché ci si conosce tutti, le strade sono tre e i locali due. Ci si annoia perché accade davvero poco o forse spesso le cose accadono di nascosto o quasi.
Era una città piccola e anche un pochino triste, famosa per una strana transumanza turistica verso il periodo invernale e per il fatto che il sole se ne faceva beffe di continuo.
Il sole in pratica illuminava il cielo e ti riempiva il cuore di gioia, salvo poi rimanere nascosto e farsi vedere con fare scanzonato solo verso le 9:30 circa, quando ormai ci si era quasi rassegnati all’ennesima giornata fredda e senza gloria alcuna.

Quando le persone scappano, non lo fanno mica in maniera organizzata e ragionata.
Un giorno capitò che alcune di queste persone in fuga giunsero nella piccola cittadina decisamente poco baciata dal sole e dalle moltitudini di pensieri che tanto bene fanno agli agglomerati in genere.

Toh! Niente sole, ma tante persone nuove che parevano intenzionate a restare qui a condividere con noi l’attesa per il saluto del sole.

Bisognava fare qualcosa!

Fu così che La donna che scambiava le persone per bulloni venne assunta. Per brevità la chiamerò “La donna che scambiava le persone per bulloni”.
Non vorrei mai che il lettore paziente si scordasse del così poco simpatico paragone.
La donna che scambiava le persone per bulloni fu chiamata da una grande organizzazione per fare ordine, mettere regole e creare percorsi. Per le persone.

A volte ci complichiamo la vita inutilmente, dimenticando del tutto quanto essa in realtà sia semplice, o forse proprio per la sua eccessiva semplicità: del tipo “Ora ci siamo e dopo non più”.
Fu così che La donna che scambiava le persone per bulloni, decise di trattare proprio i richiedenti asilo come bulloni.
Creò percorsi complicati intrisi di parole straniere.
Un amico, qualche giorno fa, notava come i ponti della piccola città poco baciata dal sole fossero tutti storti; non più ponti, bensì opere d’arte contemporanea. Ignari del compito antico volto a facilitare l’attraversamento, diventavano il fiore all’occhiello di chi li creava e forse poco li attraversava.

Mettiamo le cose in chiaro: i bulloni sono oggetti, a noi utili se funzionanti.

Le persone sono persone. Non c’è bisogno di aggiungere nient’altro, sennò sarebbe retorica noiosa come la città dalla quale vi scrivo.

Se un bullone non è venuto bene, lo si scarta. Punto.
Se una persona non è venuta bene… attenzione! Fermi tutti! Com’è fatta una persona che non è venuta bene? Com’è fatta una persona che non funziona bene?
Quando “funzionano” i richiedenti asilo e quando no?

Abbiamo creato, aperto, ristrutturato centri per metterci dentro queste persone. Il loro status di richiedente è ancora oggi uno status di ponte: né di qua né di là mentre richiedono.
Attesa.
Cosa farne di questa attesa?
Potremmo complicarla, potremmo allungarla come il ponte moderno di prima oppure potremmo fare tante cose, con e per loro.
Ma no, La donna che scambiava le persone per bulloni non volle complicarsi la sua di vita.
Scelse di trattarli, infatti, come bulloni.
Fu così stabilito che i cosiddetti centri di accoglienza sarebbero stati trasformati in magazzini di bulloni superflui.
Cosa fare in un magazzino? Io lo avrei messo continuamente in ordine visto il mio non indifferente disturbo ossessivo compulsivo per l’ordine.
Avrei fatto liste su liste dei bulloni presenti: “Abbiamo bulloni lunghi, bulloni corti, bulloni storti, bulloni dritti, bulloni belli e particolari, pochi e bulloni normalissimi, tanti“.

La donna che scambiava le persone per bulloni passava le sue giornate lavorative dentro un edificio alto, altissimo, tutto fatto di vetri “vedo non vedo”. Dentro questo edificio c’erano una miriade di monitor e altrettanti computer. Era un edificio pieno di corridoi e parole. Parole brevi come il “no” e vetri scuri come quelli delle limousine nei telefilm americani degli anni ´80.
Ancora oggi ci sono persone che passeggiando per la cittadina si chiedono se La donna che scambiava le persone per bulloni sia realmente esistita.

A volte il dubbio ti viene ed è legittimo. Da La donna che scambiava le persone per bulloni giungevano le email, secche, fredde e tortuose. Fiumi di parole astruse come il cubicolo di vetro e fili da cui partivano.

Queste missive elettroniche raggiungevano il “magazzino” quando meno te lo aspettavi.
O forse in realtà non te lo aspettavi mai, visto che speravi sempre che fosse solo un incubo quello in cui eri il magazziniere di persone…ops bulloni.

Un bullone è leggermente storto e non si inserisce perfettamente? Buttalo via, è colpa sua. D’altronde, perché non ha voluto, anzi, non ha scelto di raddrizzarsi.

Ma le persone non sono bulloni.
Tu lo pensavi e lo dicevi pure, sentendoti un po’ ridicolo e anche superfluo. Insomma a chi bisogna spiegare che le persone sono persone?
A chi bisogna spiegare che non possono essere tutti uguali, che anzi, si ostinano a essere persone e individui, ciascuno con le proprie peculiarità?
A chi bisogna davvero raccontare nel 2017 che i diritti sono diritti e non privilegi?
A chi bisogna raccontare e spiegare che le persone non si posseggono?
A chi bisogna spiegare che cosa significa ACCOGLIENZA?
A La donna che scambiava le persone per bulloni sicuramente.

La signora avrebbe dovuto conoscere Pascal.
Certo, avrebbe dovuto trovare il tempo; Pascal lavorava tutto il giorno, faceva ritorno per un’ora in una stanza angusta e maleodorante di un container di infima qualità per mangiare, cambiarsi e correre a scuola. Perché frequentava le serali Pascal.
Ed io, quando una volta lo vidi in mezzo ai compagni di classe, per un attimo pensai che alla fine ce l’avremmo fatta.
Pensai che se solo La donna che scambiava le persone per bulloni avesse visto Pascal seguire un laboratorio in italiano prendendo appunti in tedesco, avrebbe potuto comprendere.

Per farlo sarebbe dovuta uscire dal cubicolo di vetro scuro e opaco.
Per farlo avrebbe dovuto parlare con noi.

Eh no! Finito il laboratorio, Pascal riprendeva a pedalare per una ventina di minuti al buio e al freddo e raggiungeva il container.
Beh, poteva stare a casa sua se non gli va bene il container”, diceva La Signora.
No, Pascal non si era lamentato. Mai. Mai mi aveva detto di essere stanco. Mai si era lamentato del fatto di non aver avuto un armadio, figuriamoci una scrivania.

Ma Pascal era speciale, Pascal aveva un sorriso eccezionale capace di farti sorridere anche nelle peggiori giornate.
E non tutti erano Pascal.
Non tutti erano così splendidi. Lungi da me raccontarvi che erano tutte persone meravigliose. Che erano tutti individui e ognuno portava qualcosa. Ma aspetta, invece sì, è proprio così.
Tutti erano individui e ognuno di loro portava qualcosa.

Pensavo che lavorare nell’Accoglienza significasse accompagnare le persone, laddove necessario, all’interno del labirinto kafkiano che sta diventando questo nostro mondo.
Pensavo che l’Accoglienza portasse con sé impegno e novità.
Pensavo ingenuamente che tutti avrebbero dovuto godere degli stessi diritti.
E pensavo anche che questi diritti, tutti, bisognasse insegnarli e rispettarli.
Ed ero convinta fosse necessario conoscerli, i propri diritti.

Dissi tutte queste cosa alla Signora, sperando di riuscire a scalfire la corazza della sua indifferenza. Sì, io l’ho vista la Signora; è esistita davvero.
Ma sbagliavo.

La donna che scambiava le persone per bulloni mi guardò dall’alto in basso, piena di disprezzo, forse perché stanca di dover abbassare la testa e di posare su di me i suoi occhi piccoli e tondi.
Sì io l’ho vista la Signora, è esistita davvero.

E disse semplicemente “No“.
Poi aggiunse: “Siamo Noi che scegliamo per loro. Perché Noi sappiamo e Noi conosciamo.
E allora io alzai di nuovo la mano, e mi sembrava di essere capitata nel bel mezzo della nebbia padana, quella nebbia piena, che copre tutto, come fosse neve, ma neve non è.
Non sentivo la mia voce dire: “Io non sono d’accordo. Io non so. La parte più difficile di questo meraviglioso lavoro è proprio il non sapere, accompagnato sempre dal timore di commettere errori, dal terrore che la tua parola non venga messa in dubbio“.
Ma la mia voce non si sentiva, perché io non facevo parte di quel Noi.
La donna che scambiava le persone per bulloni intendeva se stessa e altri ignoti. Saranno stati anch’essi nei cubicoli vetrati.