La lotta contro l’oblio dei rifugiati in Grecia

Hibai Arbide Aza, Saltamos.net - 15 febbraio 2017

Photo credit: Ángel Ballesteros @b8ch0

Alì sale sul pullman, si siede, comincia a scherzare con i suoi amici dal finestrino. Loro lo salutano dal marciapiede. Alì fa le smorfie e ride come un bambino eccitato per la sua prima gita. In realtà Alì ha alle spalle molti chilometri da quando, più di un anno fa, partì da Aleppo. È eccitato perché, finalmente, se ne va dalla Grecia.

In pochi minuti, i cinque pullman dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni che partono oggi da Piazza Omonia li condurranno all’aeroporto per andare in Germania. Fanno parte di quel 7% di ricollocamenti realizzati dall’Unione Europea dall’ottobre del 2015.

Sul marciapiede, i suoi amici sorridono e lo salutano molte volte. Loro non partono oggi; torneranno al campo profughi di Skaramangas, e aspetteranno, come fanno ormai dal 24 febbraio 2015, giorno in cui il Governo austriaco decise di chiudere la frontiera tra la Grecia e la ex Repubblica Jugoslava di Macedonia.

A Skaramangas fa freddo e il cibo è pessimo. Sono contento che Alì vada via da questa merda. Siamo diventati molto amici durante questi mesi ma non so se lo rivedrò. Io non andrò in Germania, ancora non so in quale paese mi manderanno, ma non è tra le mie prime opzioni”, racconta Mohamed mostrando le foto che ha insieme ad Alì su Instagram. Mohamed vuole fare il fotografo da grande. È curdo-siriano, nato ad Afrin, e nonostante sia arrivato in Grecia un anno fa, ancora non ha avuto il colloquio per essere inserito nel programma di ricollocamento gestito dalla OIM. Continuerà ad aspettare in un campo profughi, come altre 62.590 persone.

Di quelle 62.590 persone, circa un terzo non può neanche iscriversi al programma di ricollocamento. Le persone di nazionalità afgana ne sono escluse. La maggior parte dei paesi dell’UE ritengono che gli afgani non siano rifugiati ma “immigrati”. La Grecia li riconosce come rifugiati, perciò possono vivere nei campi, anche se là hanno la sensazione di versare in condizioni peggiori di quelle dei siriani: vivono nei campi dove le tende da campeggio non sono ancora state sostituite da baracche con elettricità, riscaldamento e aria condizionata.

La maggior parte dei paesi dell’UE ritengono che gli afgani non siano rifugiati ma “immigrati”

Questa è una delle ragioni per cui, all’inizio di febbraio, 200 afgani hanno iniziato uno sciopero della fame a Elinikó, il campo profughi che è stato aperto negli stadi di hockey e baseball delle Olimpiadi del 2004 e nel vecchio aeroporto di Atene. A Elinikó vivono 1.300 persone. La maggior parte, in tende da campeggio montate dall’UNHCR. Altri, sulle gradinate degli stadi o nelle vecchie sale d’attesa del terminal.

Almeno, fin tanto che faremo lo sciopero della fame non dovremo mandar giù quel cibo disgustoso che ci danno ogni giorno”, diceva Nasir, uno di quelli che avevano iniziato lo sciopero della fame. La protesta è finita dopo una riunione con il ministro per le Politiche Migratorie, Ioannis Mouzalas. Il ministro ha promesso loro di accelerare il processo di installazione delle baracche. In tal modo potranno smettere di dormire in tende che si allagano ogni volta che piove.

Sette persone sono morte assiderate nella parte bulgara della frontiera con la Grecia

In Grecia quest’anno l’inverno è stato particolarmente rigido. Un’ondata di freddo così intensa, nevicate tanto abbondanti e temperature sotto lo zero per così tanti giorni, non si registravano dal 1964. Molti rifugiati sono morti assiderati nel tentativo di attraversare la frontiera via terra tra Turchia e Grecia. Due di loro, dopo aver attraversato il fiume Evros. Un corpo è stato ritrovato sotto la neve una volta che questa si era sciolta. Sette persone sono morte assiderate nella parte bulgara della frontiera con la Grecia. Dall’altro lato della frontiera dell’ex repubblica Jugoslava di Macedonia, sono state curate varie bambine che avevano i piedi congelati dopo aver camminato per molte ore sulla neve senza scarpe adeguate.

Nessuno aveva pensato che potesse arrivare un inverno così rigido e nessuno aveva previsto cosa fare con le persone che vivono nei campi profughi. Solo un accampamento è stato evacuato in seguito alle prime nevicate di dicembre; era situato alle pendici del monte Olimpo e numerose tende sono crollate sotto il peso di mezzo metro di neve. Gli abitanti, 300 yazidi, sono stati ospitati in un hotel.

Le nevicate di gennaio sono state molto più forti. I campi con i tendoni forniti di riscaldamento le sopportano con rassegnazione. Ma nei campi con tende da campeggio si sono moltiplicati i casi di polmonite, influenza, raffreddore e altre patologie contagiose. A Lesvos e a Samo quattro rifugiati sono morti dopo aver inalato monossido di carbonio mentre riscaldavano la loro tenda con dei bracieri.

Uno dei primi campi in cui le tende sono state sostituite con delle baracche è stato quello di Ritsona. Le baracche sono state finanziate dalla Mezza Luna degli Emirati Arabi Uniti, ma sono rimaste vuote due mesi per permettere al sultano Al-Ali di organizzare la loro inaugurazione. Un giorno i rifugiati si sono stancati di attendere l’inaugurazione e si sono presentati dal direttore del campo: “o ci aprite le baracche, o le bruciamo”. Alla fine le hanno aperte.

Il tendone è durato quanto la visita del sultano. Adesso, al suo posto, c’è una spianata di ghiaia dove giocano i bambini e le bambine dell’accampamento

Il sultano Al-Ali ha convocato l’inaugurazione alla fine di novembre. Auto di lusso, giornalisti giunti dal Golfo Persico e media europei all’entrata del campo di fronte allo sguardo sbigottito dei rifugiati. “Gli Emirati Arabi Uniti continueranno ad aiutare i loro fratelli siriani”, ha dichiarato solennemente il sultano. Il problema era che i tendoni che avrebbe dovuto inaugurare erano già abitati da settimane. Così hanno inaugurato un centro medico.

La Mezza Luna degli Emirati ha installato un grande tendone adibito a ospedale del campo. Il giorno dell’inaugurazione, decine di emiratini entravano e uscivano dal tendone in abbigliamento sanitario. Il tendone è durato quanto la visita del sultano.

Adesso, al suo posto, c’è una spianata di ghiaia dove giocano i bambini e le bambine dell’accampamento. Un’infermiera della Croce Rossa spagnola – l’organizzazione sanitaria più numerosa a Ritsona – che preferisce non rivelare il suo nome, racconta che quando gli emiratini hanno installato il tendone li hanno avvisati che sarebbe stato solo per un paio di giorni, perciò era meglio non farci affidamento. “Almeno hanno messo la ghiaia, l’unica cosa che rimane”.

La ghiaia è un bene prezioso a Ritsona. Quando ancora non avevano sparso la ghiaia lungo le strade dell’accampamento, ogni volta che pioveva queste si trasformavano in una palude che ricordava loro i tempi peggiori di Idomeni. I bambini scorrazzavano nel fango, mentre gli anziani rimanevano nelle tende perché incapaci di camminare. Alla fine di gennaio hanno finito di mettere la ghiaia. A gennaio sono nati tre bimbi a Ritsona.

Oltre alla ghiaia e le baracche, nei campi cominciano a fiorire delle piccole attività di sussistenza. Barbieri, banchetti di falafel, rivendite di sigarette, cucine… Innalzano la qualità della vita di chi le gestisce – non solo per il denaro ma anche per la possibilità di fare qualcosa durante il giorno – e di coloro che ne usufruiscono.

Ma molti hanno paura di cosa ciò può comportare. Costruzioni migliori, strade che verranno asfaltate, attività commerciali e nascite… Sono lo stato embrionale del villaggio nel quale si trasformeranno poco a poco i campi profughi. E allora, senza rendercene conto, diverranno come i campi profughi dei palestinesi in Medio Oriente: soluzioni temporali trasformatesi in città nelle quali sono già nate tre generazioni dimenticate dal resto del mondo.