Quando la discriminazione inizia dalle istituzioni pubbliche

Ad Ancona il nuovo Regolamento per l’elezione dei consigli territoriali esclude dal voto gli stranieri

Bandi per le case popolari riservati agli italiani, mense scolastiche che escludono bambini con genitori impossibilitati a pagare la retta mensile, ordinanze comunali per allontanare poveri e mendicanti. È ricco e variegato l’elenco di atti intrisi di ipocrisia e discriminazione emanati quotidianamente da enti e amministrazioni pubbliche italiane nel tentativo di placare il mal di pancia dei propri elettori e cercare facili consensi solleticando i peggiori istinti egoistici.


Un banale divenire che, giorno dopo giorno, declina fino nella più lontana periferia il chiaro indirizzo politico che le élites occidentali, pur con diversi livelli di intensità in base alle singole appartenenze politiche, tentano da tempo di perseguire, e cioè non solo ridurre drasticamente i numeri dell’accoglienza dei migranti, ma anche mantenere all’interno di ogni singola comunità rigide barriere di separazione rispetto ai diritti e contrastare lo sviluppo di azioni volte a una vera inclusione sociale, che vada oltre la visione del migrante come mera merce.
Dimostrazione ne sia il piccolo ma estremamente significativo caso verificatosi ad Ancona con l’approvazione da parte del consiglio comunale del Regolamento per l’attuazione del decentramento partecipato, attraverso il quale, dopo l’abolizione del circoscrizioni, il capoluogo si doterà di ben nove consigli territoriali.


Obiettivo, come specifica l’articolo 1 del medesimo Regolamento, è quello di “riconoscere al decentramento partecipato un ruolo di impulso e garanzia per lo sviluppo della vita democratica, della partecipazione popolare alle scelte dell’amministrazione locale e dei servizi comunali, dell’esercizio e del rispetto dei diritti e delle pari opportunità per tutti a qualsiasi livello”.


Una formula che deve aver conquistato tutti, visto che il nuovo strumento di partecipazione è stato approvato all’unanimità. E c’è da giurarci che a qualcuno sarà sembrato un vero e proprio capolavoro di democrazia l’abbassamento della soglia del voto e della stessa eleggibilità a 16 anni.


Peccato che tante buone intenzioni, come spesso accade, siano andate a sbattere rovinosamente contro il solito muro della discriminazione. Infatti, nonostante il tentativo di allargare la platea dell’elettorato attivo e passivo, il Regolamento richiede esplicitamente il requisito di cittadinanza italiana per poter candidarsi e votare, escludendo così quasi 13 mila stranieri residenti nel capoluogo marchigiano, pari a circa il 13% della popolazione complessiva. Senza poi contare che molti dei futuri consigli territoriali, che per missione istituzionale avranno il compito di interessarsi di tematiche di rionali e di quartiere, eserciteranno le loro prerogative su aree cittadine che vedono ormai da anni la presenza forte e radicata di comunità straniere. Chi conosce Ancona, sa bene come, per esempio, in prossimità del porto e della stazione, in particolare il rione Archi e i quartieri Piano San Lazzaro, Grazie e Tavernelle, negli ultimi due decenni abbiano vissuto un autentico boom di presenze di immigrati, che arrivano a sfiorare l’80% degli abitanti.


Non è difficile comprendere come tali numeri abbiano profondamente modificato la struttura sociale ed economica di queste zone, generando l’insorgere di nuovi specifici bisogni, ai quali difficilmente può essere data una risposta efficace senza il pieno coinvolgimento dei residenti, come accade nel resto della città.


Quanto nella scelta di chi ha redatto e di chi ha votato il nuovo Regolamento ci sia calcolo politico, colpevole indifferenza o banale sciatteria istituzionale, è difficile dirlo. Resta che il risultato finale è una vera e propria mortificazione della tanto lodata partecipazione che il provvedimento avrebbe voluto incentivare, ma soprattutto è (o dovrebbe essere) evidente a chiunque il concreto rischio di creare, seppur nel piccolo, una sorta di apartheid di fatto, con una minoranza autoctona chiamata a rappresentare presso l’Amministrazione comunale una maggioranza di cittadini che in quei quartieri vive, lavora e studia.


La prima applicazione del nuovo Regolamento è prevista per le elezioni amministrative del 2018. L’auspicio è che, prima di allora, il consiglio comunale vi rimetta mano sanando questa grave contraddizione che alimenta la discriminazione e offende la tradizione sociale, politica e culturale della città.

Leggi il regolamento del Comune di Ancona


Simone Massacesi

Vivo ad Ancona e mi sono laureato in Storia contemporanea all’Università di Bologna. Dal 2010 sono giornalista pubblicista.