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Un anno di “chiusura” delle frontiere in Macedonia: quale bilancio?

Émilie, Échanges et Partenariats - marzo 2017

Photo credit: Laura Panzarasa (Idomeni, #overthefortress - marzo 2016)

Sono passati quasi due mesi dal mio arrivo in Macedonia e non posso far altro che costatare, ancora una volta, le conseguenze della chiusura delle frontiere e delle politiche di esternalizzazione del controllo delle frontiere europee a paesi terzi.

Espulsioni, violazioni dei diritti umani, detenzione, violenze, muri, business della sicurezza a dispetto dei diritti. In questo articolo, vi propongo quindi di ritornare sulla situazione nella Repubblica di Macedonia in seguito alla chiusura delle sue frontiere nel marzo del 2016.

Piccola digressione sulla «pre» chiusura delle frontiere

Innanzitutto, ecco un breve rimando alla «pre» chiusura delle frontiere, in modo da ricontestualizzare e apportare delle precisazioni al mio articolo precedente.

Le migrazioni non sono un fenomeno nuovo in Macedonia. Infatti, sin dall’inizio 2000, in seguito alle politiche europee di inasprimento dei controlli alla frontiera meridionale dell’Unione europea, le «rotte dei Balcani» sono sempre più utilizzate.

Ma è soprattutto a partire dal 2015 che queste «rotte», imboccate da migliaia di persone, verranno sempre più pubblicizzate in Europa. In Macedonia, nel 2015, più di un milione di persone ha attraversato il paese, a volte anche più di 7.000 persone al giorno, secondo i dati raccolti dal MYLA (Macedonian Young Lawyers Association).

Arrivati dalla Grecia a Gevgelija tramite la frontiera meridionale della Macedonia, i migranti attraversano il paese a piedi, seguendo la linea della ferrovia che collega il sud del paese a Tabanovce, al nord, dove possono percorrere la rotta verso la Serbia.

Certo, la Macedonia è un piccolo Stato di circa 25.700 km2 ma rimane pur sempre un paese dal territorio montuoso. Così, nei primi mesi del 2015 si accumulano articoli di giornale che annunciano la morte di migranti, uccisi da un treno che non avevano potuto sentire o vedere arrivare a causa di un rilievo o delle montagne. Di fronte a questa situazione, alcuni cittadini si mobilitano attraverso il gruppo Facebook “Help the refugees in Macedonia”. Si organizzano, così, raccolte di vestiti, di scarpe e di cibo da distribuire lungo il percorso. Allo stesso tempo vengono condotte attività con lo scopo di guidare i migranti in viaggio, indicando loro i punti più pericolosi o i luoghi privilegiati dai «trafficanti».

Ma questo gruppo di cittadini (un centinaio di persone) eserciterà anche delle pressioni nei confronti del governo affinché vengano prese delle misure concrete per la messa in sicurezza della strada per i migranti. Queste pressioni porteranno al 19 giugno 2015, data dell’emendamento della legge sull’asilo che introduce la «carta» delle 72 ore.

Da questo momento, chiunque voglia presentare una richiesta d’asilo in Macedonia riceverà alla frontiera un permesso di soggiorno regolare, valido per 72 ore. Questo non solo permetterà alle persone di recarsi in una stazione di polizia per presentare la richiesta d’asilo, ma consentirà ai migranti di beneficiare di un permesso di soggiorno provvisorio e di conseguenza, di poter usare i trasporti pubblici, di usufruire dei servizi sanitari ecc., entro un termine sufficiente per consentire loro di attraversare il paese. Così, la maggior parte delle persone potrà prendere il treno fino a Tobanovce, prima di tentare di raggiungere la Serbia.

Tuttavia, a partire dal 19 novembre 2015, il governo decide di riservare questa carta solamente ad alcune nazionalità. Così, alle frontiere diventa operativa una «selezione» basata sulla nazionalità. Ormai, solo gli afgani, gli iracheni e i siriani sono autorizzati ad entrare nel paese, a fare richiesta d’asilo alla frontiera e ad usufruire, dunque, di questa famosa «carta». Le altre persone, cittadini di altri Paesi, devono ricominciare ad imboccare i percorsi delle montagne per attraversare il paese. Successivamente, nel marzo 2016, in seguito alla firma dell’accordo UE-Turchia, le frontiere verranno chiuse.

Chiusura delle frontiere: quali conseguenze?

La chiusura delle «rotte dei Balcani» nel marzo del 2016 comporta conseguenze dirette in Macedonia, che in poco tempo passa dall’essere un paese di transito al diventare un paese di blocco.

Alle frontiere: chiusura e blocco
La chiusura delle «rotte dei Balcani» ha effetti diretti sul paesaggio soprattutto nelle frontiere settentrionali e meridionali della Macedonia.
Così, a partire da questo momento, vengono chiusi i due centri di transito alle frontiere settentrionali e meridionali della Macedonia (Tabanovce al nord; Vinojug-Gevgelija al sud). Nello specifico, numerose famiglie, a maggioranza siriana, si ritrovano bloccate in questi campi, divenuti luoghi di detenzione e di attesa.

Allo stesso tempo, la presenza sempre più forte di organizzazioni internazionali nel paese contribuisce ad un forte aumento del numero di ONG locali presenti in questi campi. Finanziate su progetto, sviluppano azioni di assistenza giuridica, laboratori creativi ed educativi per i bambini ecc., movimentando la vita nei campi.

Inoltre mobilitazioni di cittadini si avviano in questi spazi. È il caso del «Mercy Café» all’interno del campo di Tabanovce. Aperto da Meredith, americana residente in Macedonia, questo café diventa il cuore della vita nel campo, il luogo in cui le persone che vi si trovano bloccate si recano per raccontare, condividere e provare a dimenticare quel tipo di vita attorno a un caffè, a un tè e a tante risate e sorrisi.

Tuttavia, questi campi, che dovevano rappresentare solo una soluzione temporanea, sono destinati a durare a lungo. Sebbene siano visibili dai container e dal filo spinato che li compongono, rimangono comunque sconosciuti al resto della popolazione macedone.

Alle frontiere, in luoghi nascosti, questi campi si diffondono poco a poco pur continuando a restare dimenticati o invisibili a molti. Alcune famiglie vi rimangono bloccate, senza alcuno statuto legale che gli permetta di far valere i loro diritti. L’unica soluzione che viene loro proposta è di fare una richiesta d’asilo in Macedonia.

La richiesta di asilo: soluzione o impasse?

Ma la «soluzione» di una richiesta d’asilo è veramente una «soluzione»?
Se tante persone hanno espresso il desiderio di presentare una richiesta d’asilo alla Repubblica di Macedonia in seguito alla modifica della legge sull’asilo nel 2015 e all’introduzione della «carta» delle 72 ore, la chiusura delle «rotte dei Balcani» ne ha provocato, invece, un calo. Comunque, sono pochi quelli che desiderano fare una richiesta d’asilo nel paese. La maggior parte di quelli che accettano di farla, lo fa per poter essere trasferita al centro di accoglienza per richiedenti asilo di Vizbegovo, a Skojpe, ma lascia il paese prima che finisca la procedura della loro richiesta d’asilo.

D’altronde, il paese offre loro poche possibilità di ottenere uno statuto di protezione internazionale. Infatti, un emendamento alla legge sull’asilo dell’aprile 2016 ha ridotto notevolmente la possibilità di ottenere lo status di rifugiato o di protezione sussidiaria in Macedonia.

D’ora in poi, le persone provenienti da uno Stato dell’Unione europea o della NATO sono considerate provenienti da paesi terzi sicuri e dunque, si vedono rifiutare le loro richieste di protezione internazionale. E la maggior parte delle persone che si trovano in Macedonia proviene dalla Grecia, un paese dell’Unione europea. Molte questioni relative alla richiesta d’asilo in Macedonia (su cui ritorneremo in un prossimo articolo) fanno sì che questa «soluzione», così come viene presentata, resti solo un «impasse» senza risultati concreti.

Push back quotidiani

Un altro problema della chiusura delle «rotte dei Balcani» che si può constatare in Macedonia riguarda i push back, ossia i respingimenti a caldo alle frontiere.
In realtà, si può dire che le frontiere siano chiuse, ma gli attraversamenti continuano, insieme alle numerose violazioni dei diritti umani.
Le autorità macedoni prestano particolare attenzione alla frontiera greca, quindi dell’Unione europea. Dopo la chiusura delle frontiere, la maggior parte delle persone che tentano di entrare in Macedonia dalla Grecia, viene intercettata dalle autorità e respinta direttamente in Grecia, in totale violazione del diritto internazionale e in particolare del principio di non-respingimento della Convenzione di Ginevra del 1951. E le autorità macedoni ne sono fiere! Pertanto, alla fine del 2016, si vantavano di aver respinto in Grecia più di 25.000 persone, tra l’8 marzo e il 26 ottobre 2016. Questi push back, totalmente impuniti, sono diventati la quotidianità alla frontiera meridionale.

Lo stesso accade al nord, al confine con la Serbia, ma questa volta sono le autorità serbe a respingere illegalmente i migranti dalla Serbia verso la Macedonia, e questo avviene anche se queste persone non siano passate dalla Macedonia, ma dalla Bulgaria.
Se è difficile ricavare dati esatti su questi respingimenti, si possono comunque fare le stesse constatazioni di quelle che riguardano altre frontiere dell’UE. Infatti, data la situazione, come non pensare a un confronto con quanto accade al confine meridionale dell’Unione europea, all’interno delle enclavi spagnole di Ceuta e Melilla, con le devoluciones en caliente, i respingimenti a caldo dalla Spagna verso il Marocco.

E adesso?
Questi push back dimostrano anche, e soprattutto, che nonostante una cosiddetta «chiusura» delle frontiere nei Balcani, gli attraversamenti proseguono. Segno, ancora una volta, dell’inefficacia dei muri che vengono eretti alle frontiere, sotto qualsiasi forma, con il noto obiettivo di arrestare i flussi migratori. E, anche in questo caso, la conseguenza per i migranti è la stessa: l’obbligo di rischiare sempre di più.
Dopo il «rush» del 2015 e del 2016 in Macedonia, i media si interessano sempre meno alla situazione dei migranti nei diversi paesi. La mobilitazione di cittadini che era stata creata nel 2015 si indebolisce, i campi ai confini diventano sempre più invisibili, una certa banalizzazione prende forma … Tuttavia, alcune cose si muovono ancora nel paese.

Come abbiamo già evidenziato, continuano gli attraversamenti alle frontiere. Questi transiti avvengono mediante diverse reti di trafficanti, anche loro, conseguenza della chiusura delle frontiere. I migranti sono così obbligati a correre nuovi rischi, a percorrere vie più nascoste per sfuggire alle forze dell’ordine e raggiungere il nord del paese. Così, attorno al campo di Tabanovce, al nord, aumentano gli accampamenti e le strutture provvisorie delle persone in transito.

Adesso a porsi è soprattutto la questione sul futuro. La situazione dei migranti nella in Macedonia sembra essere caratterizzata principalmente dalla parola «attesa». Tutto sembra essere in suspense, nell’attesa di ciò che accadrà nel caso di una fine dell’accordo UE-Turchia e di un’eventuale riapertura delle frontiere. Ma non è un’attesa passiva. Alcune cose sembrano muoversi poco a poco, in silenzio. Abbiamo già discusso degli ultimi avvenimenti nel campo di Tabanovce. Allo stesso modo, dopo questi eventi, i push back quotidiani alla frontiera meridionale si verificano in misura sempre minore, dato che i respingimenti si fanno ormai «legalmente», sotto l’egida dell’accordo di riammissione tra l’UE e la Repubblica di Macedonia.

Inoltre, possiamo evidenziare l’accordo avvenuto di recente tra la Repubblica di Macedonia e Frontex che ha permesso all’agenzia di condurre delle operazioni all’interno del paese, o ancora, l’accordo concluso tra i paesi dell’Europa dell’Est e dei Balcani per proporre un quadro d’azione comune allo scopo di cooperare nel controllo delle frontiere in caso di una loro riapertura.

La domanda che ci si pone allora, senza avere una risposta immediata è: a cosa porterà tutto questo?