Ecco perché i campi non servono ad aiutare i rifugiati di oggi

Paul Collier, The Spectator - 25 marzo 2017

La guerra civile siriana, con il conseguente sfollamento di metà della sua popolazione, rappresenta una tragedia per la nostra epoca. Non possiamo voltare le spalle a dieci milioni di persone costrette a scappare dalle loro case. Qualunque società rispettabile ne è consapevole, e sa che è nostro dovere morale proporre una valida soluzione per aiutare i rifugiati.

Sebbene la portata dei flussi migratori sia considerevole, non è ingestibile. Il XXI secolo dovrebbe essere capace di fronteggiare emergenze simili e noi dobbiamo prepararci seriamente a questo.

Per essere all’altezza della sfida, è necessario unire l’istintiva compassione per la sofferenza delle masse ad un’analisi razionale, indispensabile per la proposta di una soluzione efficace. La nostra testa deve sostenere il nostro cuore.

Questa continua crisi umanitaria si è venuta a creare proprio perché li abbiamo usati separatamente. La nostra risposta si è trovata in bilico tra una testa senza cuore e un cuore senza testa, e i risultati sono stati disastrosi.

Noi tutti, nel complesso, sappiamo di avere il dovere di aiutare i rifugiati. Abbiamo l’obbligo di soccorrerli, ma in che modo? Nella filosofia morale vi è il tipico esempio del bambino che annega nello stagno. Noi, come passanti, abbiamo il dovere inequivocabile di tirarlo fuori. Non siamo legittimati a protestare con domande del tipo: “Dove sono i genitori?” o “Perché non c’è una recinzione?”. Allo stesso modo, il bambino non urla “Rivendico i miei diritti”, ma grida “Aiuto!”. Dopo aver tirato fuori il bambino, dovremmo fare del nostro meglio per asciugarlo e riportarlo dai genitori sano e salvo. Qual è dunque l’equivalente per una famiglia di sfollati? Il dovere comune è fare quello che è ragionevolmente possibile per ristabilire la normalità.

Ecco la domanda cruciale: oltre alla sicurezza, quali sono gli elementi fondamentali per la normalità di un rifugiato siriano? L’intero sistema internazionale di assistenza ai rifugiati ha sempre ritenuto che la risposta fosse un rifugio e del cibo, conducendoli nella forma organizzativa più efficiente: il campo di accoglienza.

Ma nel 2017, è proprio questa la soluzione migliore? Questo sistema è stato progettato nel dopoguerra per soccorrere gli sfollati in Europa centrale, per lo più tedeschi che fuggivano dai russi, o ebrei liberati dai campi di concentramento. Durante il loro viaggio, cibo e riparo erano in effetti i loro bisogni primari. Ma oggi? E’ vero che alcuni rifugiati necessitano ancora di aiuti umanitari, ma per molti le priorità sono ben altre.

Al giorno d’oggi, i rifugiati non possono godere di una soluzione a breve termine. I problemi da cui fuggono sono destinati a durare ancora per molto tempo. Immaginate voi stessi al loro posto, sfollati insieme alle vostre famiglie. Rimarreste veramente per anni in un campo profughi, a vivere grazie ai buoni pasto, alloggiati in un container? La maggior parte dei siriani, anzi, dei rifugiati in generale, scelgono di ignorare il sistema internazionale di assistenza. Si recano nelle città e cercano di trovare lavoro, anche in maniera illegale. Non è difficile comprendere il motivo per cui lo fanno: la loro priorità, come la vostra in tal caso, è riacquisire la propria autonomia.

Il sistema di accoglienza dei rifugiati rappresenta il vertice degli aiuti umanitari internazionali. L’UNHCR, con la sua area grigia di organizzazioni simili, sono concepite per dare loro delle cure. Le loro azioni, come tutti i programmi di protezione, trattano le persone come destinatari passivi. Inavvertitamente, esse si deresponsabilizzano. E’ così che molti rifugiati rinunciano a questa assistenza, preferendo lottare per guadagnarsi da vivere anche fuori dal controllo ufficiale delle norme che lo vietano, testimonianza dell’eroismo dello spirito umano.

Noi non dovremmo, nemmeno con le nostre migliori intenzioni, schiacciare tale spirito. Dovremmo fare il possibile per rendere meno triste questa autonomia.
Possiamo fare molto per i rifugiati siriani. Il dovere di sostenere i rifugiati è esteso a tutte le società in grado di poter aiutare, ma questo “principio di solidarietà” è integrato da un vantaggio comparato: ogni società dovrebbe contribuire nel fornire ciò di cui sarebbe più capace.

I Paesi confinanti sono solitamente i più adatti a fornire spazi fisici per i rifugi, sono più facili da raggiungere e spesso si parla la stessa lingua. Quando la Germania nazista perseguitava i cittadini ebrei, era dovere del resto d’Europa garantire loro un rifugio vicino. Dal 2011, Giordania, Turchia e Libano si sono trovate nella stessa situazione nei confronti dei siriani. Il problema di accogliere i rifugiati in Gran Bretagna potrebbe oggi assorbire buona parte dell’attenzione politica, ma non è la soluzione per restituire normalità o autonomia a queste persone.

Il nostro vantaggio comparato, ossia il modo in cui possiamo essere d’aiuto, è evidente. Siamo molto più ricchi dei Paesi confinanti che offrono rifugio, e quindi dovremmo prelevare parte del nostro credito, cosa che in effetti stiamo facendo: il miliardo di sterline donato dal governo britannico è pari quasi alla somma dei singoli contributi del resto d’Europa. I nostri affari dovrebbero creare posti di lavoro che i rifugiati farebbero nei Paesi “rifugio” limitrofi.

Purtroppo, il dovere di aiutare i rifugiati non è stato ben compreso. Durante i primi quattro anni di guerra in Siria, l’Europa ha praticamente negato di avere tale obbligo. La questione si è posta solo nel momento in cui una piccola minoranza rifugiata in Turchia ha iniziato a tentare di emigrare in Europa. Quasi inevitabilmente, questo flusso iniziale di migranti ha ridotto la questione alla domanda : “Li dobbiamo far entrare?”. Nel contempo, un tale obbligo morale attorno a cui tutti si sarebbero potuti unire prontamente (eccetto il psicopatico 1% di ogni società) si è tramutato nel più controverso e sgradevole quesito politico: “Si dovrebbero accogliere i migranti musulmani?”.

Inevitabilmente, questa domanda è degenerata in breve tempo nel comune scontro tra coloro i quali si considerano esponenti del più alto grado di dignità umana e coloro che invece ritengono di difendere disperatamente la loro patria.

Il motivo di questa confusione è stato non distinguere i rifugiati dai migranti. Per definizione i rifugiati sono persone che non hanno deciso di essere migranti: esse desiderano vivere nelle loro case, diventate però insicure. I migranti sono individui alla ricerca di una vita migliore. Si recano nei luoghi dei loro desideri, luoghi che possono essere valutati chiaramente in base alle opportunità offerte. I rifugiati non vanno nei luoghi dei loro sogni; cercano un luogo vicino in cui trovare rifugio. Tutte le prime dieci destinazioni dei rifugiati sono Paesi da cui si emigra, tutti Paesi poveri dai confini instabili.

I migranti accolgono consapevolmente la prospettiva di vivere in una nuova società. La recente disposizione del Primo Ministro olandese, Mark Rutte, di “ comportarsi normalmente o andare via” si rivela un requisito eticamente ragionevole per chi sceglie di venire, quello che buona parte dei migranti sono disposti a rispettare. Poiché l’obiettivo dei rifugiati è ritornare alla normalità, essi non hanno scelto di accettare una società nuova. Al contrario, la loro priorità probabilmente è di mantenere la cultura della loro comunità.

Persino dopo la sconfitta dei Nazisti, alcuni degli ebrei sopravvissuti all’Olocausto sperarono di fare ritorno in Germania per ristabilircisi in maniera definitiva. La maggior parte dei rifugiati di oggi sperano realmente di ritornare nelle loro case. Gli individui che corrono il pericolo di persecuzioni necessiteranno sempre di un rifugio e noi dobbiamo agire efficacemente per procurarlo, ma l’immagine del perseguitato è ormai superata in quanto rappresentativa del rifugiato tipo. La maggior parte dei rifugiati sono gruppi di persone che fuggono dai disordini e dalla fame. Cercano di ritornare alla normalità, non di rifarsi una nuova vita in una società a loro estranea.

Una risposta umana a livello internazionale sarebbe incoraggiare questo desiderio assolutamente ragionevole, il che non significa “portarli qui” o spedirli in questi campi stagnanti, bensì aiutarli a trovare un lavoro, aiutarli ad andare avanti. Mentre loro trascorrono anni nei campi profughi, la nostra priorità dovrebbe essere quella di aiutarli a ristabilire la propria autonomia e il senso di comunità, le quali sono le fondamenta della normalità. Nei rifugi e nelle società che fronteggiano il dopoguerra, le nostre aziende, e non le nostre ONG, saranno gli organismi necessari a tale scopo. Saranno gli imprenditori, e non gli avvocati, a utilizzare le loro competenze.

Ovviamente, in caso di particolari opportunità, accade a volte che un rifugiato diventi un migrante. E’ quello che è successo quando il Nord Europa ha aperto per breve tempo le proprie frontiere nel 2015. I media erano colpiti dalle immagini di tutte quelle migliaia di migranti. Ciò che invece non si è detto, è che la maggioranza dei rifugiati siriani siano rimasti nei campi profughi nei Paesi confinanti. Se la moltitudine fuggita dalla Siria si presentava indistinta dal punto di vista demografico, il più modesto flusso giunto in Europa era invece fortemente selettivo. Contrariamente alle immagini trasmesse dai media, focalizzate su donne e bambini, il 70% di queste persone erano uomini. Ma a raggiungere l’Europa sono state le persone più ricche dato il costo elevato per l’acquisto di un posto su un’imbarcazione guidata da trafficanti di essere umani, da pagare in contanti, (maggiore del reddito annuo di un cittadino medio siriano).

E soprattutto, come in tutti casi di migrazione dai Paesi poveri verso i più ricchi, sono state le persone con un alto livello d’istruzione ad avere avuto un incentivo maggiore. Meno del 5 per centro dei siriani è giunto in Europa, ma io e il mio co-autore Alex Betts sosteniamo che questo gruppo comprenda tra un terzo e la metà della popolazione laureata. Queste sono le persone che dovranno ricostruire la Siria. A prescindere dalle parole, la “ricostruzione” dopo la guerra non consiste esclusivamente nel buttare giù cemento, ma nel ristrutturare le imprese. Anziché preoccuparsi della capacità dei siriani istruiti di integrarsi nella cultura europea, dovremmo piuttosto permettere loro, incoraggiandoli, di mantenere i legami con la loro terra.

Esistono tutti i presupposti per una nuova presa di coscienza. A ottobre, la Banca Mondiale ha approvato il primo finanziamento volto alla creazione di posti di lavoro per rifugiati siriani in Giordania. E infine vi è una novità: la banca ha appena ottenuto anche l’autorizzazione a utilizzare gli aiuti per fronteggiare alcuni dei rischi finanziari delle imprese che si trovano in una situazione instabile.

Questa è la risposta concreta per aiutare i rifugiati, non tende e cibo, ma autonomia e senso di comunità. E’ quello che voi vorreste in una situazione simile. Diventerebbe finalmente possibile adempiere al nostro obbligo internazionale di aiutare i rifugiati chiedendo alle agenzie di sviluppo di intensificare nuovi meccanismi per la creazione di posti di lavoro e integrarli con quelli necessari per accelerare la ripresa. Nel frattempo, dovremmo liberarci dalla trappola di ripetere il passato.