//

“Non c’è una crisi migratoria, ma una crisi della politica dell’asilo dell’UE”

Intervista alla giurista Claudia Charles, Migreurop

Photo credit: Carmen Sabello (#overthefortress al confine serbo-ungherese)

traduzione di Maria Vittoria Zecca

Un anno dopo l’entrata in vigore dell’accordo tra la UE e la Turchia, intervistiamo Claudia Charles, giurista del collettivo internazionale Migreurop, riguardo alla nuova politica di esternalizzazione delle frontiere della UE.

Il 20 marzo 2016 è una data importante nella storia della vergognosa gestione dell’accoglienza dei rifugiati in Europa. Quel giorno è entrato in vigore l’accordo sull’immigrazione tra l’Unione Europea e la Turchia. Nonostante le attuali tensioni diplomatiche tra Bruxelles e il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, praticamente nessun leader europeo mette in discussione questo trattato controverso un anno dopo la sua entrata in vigore.

Tale trattato ha ridotto in modo significativo l’afflusso di profughi attraverso le coste greche e la rotta dei Balcani. Da varie decine di migliaia ogni mese nell’autunno del 2015, sono divenuti poche centinaia a partire dal marzo dello scorso anno. Da allora, la UE ha firmato un nuovo accordo sull’immigrazione con l’Afghanistan in ottobre e attualmente porta avanti negoziati, tra gli altri, con la Libia, il Sudan, il Niger.

La giurista francese Claudia Charles, membro del Gruppo d’Informazione e di Sostegno degli Immigrati (GISTI) e del collettivo internazionale Migreurop, analizza per El Salto le conseguenze degli accordi migratori tra la UE, la Turchia, l’Afghanistan e la Libia. Un nuovo passo nella politica di esternalizzazione delle frontiere europee che ora si concentra in concreto in alcuni paesi, considerati come le principali porte di entrata nel continente.

Photo credit: Massimo Sormonta (#overthefortress a Idomeni)
Photo credit: Massimo Sormonta (#overthefortress a Idomeni)

E’ passato un anno dall’entrata in vigore dell’accordo riguardante i rifugiati tra la UE e la Turchia. Quali sono state le sue conseguenze?
Quando la UE ha annunciato l’accordo con Ankara, ha detto che avrebbe migliorato le condizioni dei rifugiati siriani in Turchia. Ma invece la UE non ha dato attualmente nessuna cifra riguardo alla maniera in cui tale accordo ha contribuito a migliorare le condizioni dei siriani in Turchia.
L’unico aspetto riguardo al quale la Commissione Europea è molto chiara è quando dice che ha contribuito a ridurre dell’80% l’arrivo dei rifugiati attraverso la rotta dei Balcani. L’accordo con la Turchia si è trasformato in un modello da seguire per i leaders europei.

Avete osservato un miglioramento delle condizioni di vita dei rifugiati che si trovano in Grecia e Turchia?
In nessun modo. La maggioranza delle persone deportate dalla Grecia alla Turchia sono state rinchiuse in centri di detenzione per immigrati. E sono anche peggiorate le condizioni dei rifugiati in Grecia. Il fatto che tutti quelli che si trovano in un hotspot greco (centro di selezione degli immigrati) debbano chiedere l’asilo in questo paese, ha fatto sì che le istituzioni elleniche siano inondate.
Le ONG hanno messo in guardia riguardo alle cattive condizioni dei rifugiati in Grecia. Ma questo non dovrebbe sorprendere nessuno, prendendo in considerazione il cattivo stato dell’economia di questo paese. Le istituzioni europee si sono impegnate ad aiutare il governo di Tsipras in materia di immigrazione. Ma non c’è stato alcun aiuto. I leaders europei stanno discutendo ora sul prossimo piano di salvataggio per la Grecia.

Per ridurre la pressione migratoria su paesi come Grecia e Italia, la Commissione Europea ha promosso nel 2015 una politica di quote. Ma gli Stati membri hanno accolto solo il 6% dei rifugiati che spetterebbero loro. Perché è fallita questa politica?
Perché la maggioranza degli Stati membri dell’UE non ha la volontà politica di accettare un maggior numero di rifugiati. Il fatto che Jean-Claude Juncker parlasse riguardo a un numero esatto di rifugiati che ogni paese doveva accogliere, era sorprendente, perché la Commissione Europea non dispone di alcun tipo di meccanismo per imporlo.
C’è un enorme divario tra il discorso ufficiale dei leaders europei e la realtà. Da due anni si parla molto riguardo alla crisi migratoria, ma in realtà ciò che è successo è una crisi della politica dell’asilo degli Stati membri.

Se gli Stati africani desideravano ricevere aiuti allo sviluppo, dovevano controllare le loro frontiere e accettare la riammissione degli immigrati espulsi dall’Europa.

Bruxelles ha anche annunciato in ottobre un nuovo accordo migratorio con l’Afghanistan e sta attualmente negoziando, tra gli altri, con Libia e Sudan. Il patto con Ankara ha rappresentato l’inizio di una nuova politica di esternalizzazione delle frontiere?
Nel corso degli ultimi vent’anni, l’UE ha portato a termine una politica di accordi con i paesi dell’Africa per esternalizzare le sue frontiere. Questa politica consisteva nel collegare l’immigrazione allo sviluppo economico. Se gli Stati africani desideravano ricevere aiuti allo sviluppo, dovevano controllare le loro frontiere e accettare la riammissione degli immigrati espulsi dall’Europa. Erano accordi multilaterali e regionali, concordati con diversi paesi simultaneamente.
Ma la Commissione Europea giunse alla conclusione che negoziare questo tipo di trattati commerciali richiedeva molto tempo. Era necessario che fossero discussi dal Parlamento Europeo e dai parlamenti nazionali. Cosicché con l’accordo con la Turchia si è iniziato un nuovo tipo di accordi più informali. Questi consistono nel concentrarsi con alcuni paesi specifici ed esigere che controllino la circolazione dei rifugiati in cambio di vantaggi economici e diplomatici.

Questo trattato non è stato né discusso né votato nel Parlamento Europeo né nei parlamenti nazionali. Lo stesso accade per l’accordo tra la UE e l’Afghanistan e il trattato con la Libia

Questi nuovi accordi sono anche criticati per la loro mancanza di trasparenza. Perché?
I negoziati tra la UE e i paesi terzi sulle questioni migratorie non sono mai stati troppo trasparenti. Ma nel caso dell’accordo tra la UE e la Turchia, diciamo che si tratta di un accordo, ma non abbiamo alcuna conoscenza circa i documenti che lo compongono. Conosciamo solamente gli obblighi della Turchia e le contropartite dell’UE grazie a un comunicato stampa.
Inoltre, questo trattato non è stato né discusso né votato nel Parlamento Europeo né nei parlamenti nazionali. Lo stesso accade per l’accordo tra la UE e l’Afghanistan e il trattato con la Libia. L’oscurità è molto grande.

Photo credit: Veronica Badolin, Awakening (#overthefortress a Idomeni)
Photo credit: Veronica Badolin, Awakening (#overthefortress a Idomeni)

Bruxelles sostiene che l’accordo con la Libia servirà a ridurre il numero di morti nel Mediterraneo. Ma qual è il suo vero scopo?
Il suo obiettivo è fermare l’immigrazione, seguendo l’esempio dell’accordo con la Turchia (la Libia si è trasformata nel 2016 nella principale porta di entrata dei rifugiati in Europa, con 180.000 persone che sono arrivate dalle sue coste). Il che significa continuare con la politica di esternalizzazione della frontiera della UE.
Come avvenuto con la Turchia, la principale novità dell’accordo con la Libia risiede nella creazione di centri umanitari, nei quali i rifugiati potranno presentare una domanda d’asilo. Se la loro richiesta sarà accettata, saranno ricollocati in un paese membro della UE. Ma a differenza del patto con Ankara, le autorità europee parlano di dare alla Libia solamente 200 milioni di euro (mentre nel caso della Turchia sono stati 3.000 milioni). Questo denaro sarà destinato a formare guardacoste libici affinché controllino le acque internazionali.
Il doppio discorso dell’Europa è che è necessario mantenere gli immigrati fuori dall’Europa, ma occorre anche ridurre il numero di morti nel Mediterraneo.

In che modo l’accordo tra la UE e la Libia mira a migliorare le condizioni di accoglienza dei rifugiati in questo paese?
L’Unione Europea mira a favorire l’installazione di organizzazioni come l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) o l’Agenzia dell’ONU per i rifugiati (ACNUR). Queste associazioni hanno programmi per gestire campi di accoglienza di immigrati, come già avviene nel Niger e in Senegal. Ciò forse migliorerà un poco le condizioni di vita nei centri di accoglienza, ma la problematica continuerà ad essere la stessa. I rifugiati continueranno a vedere negato il loro diritto a chiedere asilo in Europa.

La politica europea in materia di visti è sempre più restrittiva. Questi sono riservati ad una élite.

E’ possibile la creazione di campi umanitari in un paese con una situazione geopolitica così instabile come in Libia?
La Libia è un paese che non dispone di un regime politico stabile. Né è un paese firmatario della convenzione di Ginevra. Human Rights Watch (HRW) e Amnesty International hanno denunciato che dal 2011 vi avvengono violazioni costanti dei diritti fondamentali degli immigrati. Una ONG ha recentemente avvertito delle pessime condizioni di vita di 1.400 persone rinchiuse in un centro di detenzione per immigrati in Libia.
Sono rinchiuse in condizioni igieniche insopportabili, senza alcun contatto con l’esterno, senza avere il diritto di ricevere l’aiuto di una associazione umanitaria, senza poter presentare una domanda d’asilo. Vi sono anche stati diversi decessi di rifugiati in questi centri. Ma queste cattive condizioni non sono dovute solo all’instabilità geopolitica in questo paese. I centri di detenzione per immigrati in Libia sono stati creati con i soldi della UE, a seguito degli accordi firmati tra i leaders europei e Mu’ammar Gheddafi.

L’accordo sull’immigrazione che la UE ha annunciato in ottobre con l’Afghanistan ha come obiettivo favorire il ritorno dei rifugiati afgani in questo paese. Si sono accelerate le estradizioni?
Ci sono paesi, come la Norvegia (che non fa parte della UE, ma della Convenzione di Dublino sì), che stanno deportando sistematicamente i rifugiati afgani ai quali hanno negato l’asilo. Stanno avvenendo anche deportazioni di afgani dalla Germania. Ciò rappresenta una violazione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, secondo la quale non si può inviare una persona in un paese in cui la sua vita è in pericolo. Al momento la Francia non sta deportando rifugiati afgani. Ma non mi stupirebbe che lo facesse presto. Le autorità francesi hanno già reinviato dei sudanesi al loro paese.

Photo credit: Luca Zanon, Awakening (#overthefortress a Idomeni)
Photo credit: Luca Zanon, Awakening (#overthefortress a Idomeni)

L’accordo della UE con l’Afghanistan ha anche lo scopo di favorire i rimpatri volontari.
Sì, questo accordo prevede soprattutto i rimpatri volontari. Ma, come sappiamo, è solito trattarsi di persone che hanno accettato di ritornare volontariamente nel proprio paese di origine sotto la minaccia di un rimpatrio forzato, molto più traumatico e violento. Ci sono rapporti di ONG che mostrano come nel Regno Unito vi sia una grande pressione delle associazioni finanziate dallo Stato affinché i rifugiati accettino un ritorno volontario.

L’anno scorso più di 5.000 immigrati morirono annegati nel Mediterraneo, una cifra record. La nuova politica degli accordi della UE eviterà che ci siano più morti?
Secondo il linguaggio ufficiale della UE, se si impedisce l’arrivo di immigrati attraverso le coste della Libia, ciò permetterà di evitare ulteriori morti nel Mediterraneo. Ma questa politica di esternalizzazione delle frontiere è iniziata vent’anni fa. Da allora, le morti nel Mediterraneo non hanno smesso di aumentare. L’arrivo di immigrati risulta impossibile da fermare completamente. In realtà, ciò che produce è una deviazione delle rotte migratorie, che diventano sempre più pericolose.

Quali politiche dovrebbe sviluppare la UE per migliorare l’accoglienza dei rifugiati?
In primo luogo, rendere flessibili le concessioni di visti. La politica europea in materia di visti è sempre più restrittiva. Questi sono riservati ad una élite. Se si facilitasse la loro concessione, ciò permetterebbe agli immigrati di avere accesso a vie legali per emigrare. Per esempio, dopo l’inizio della guerra in Siria nel 2011, una delle prime misure adottate è stata il requisito dei visti aeroportuali. Ciò implica che i siriani che passano per la Francia, sebbene stiano facendo uno scalo per viaggiare poi in Nord America, hanno bisogno di avere un visto francese per continuare il loro viaggio.
Sarebbe anche necessario abbassare i criteri richiesti per ottenere l’asilo. Il numero di rifugiati la cui richiesta è accettata in Francia è molto basso (il 35% di loro). I criteri sono diventati molto più restrittivi. Prima il Governo francese accettava di concedere l’asilo a quelle persone che provenivano da un paese in conflitto, per esempio, i rifugiati provenienti dai Balcani durante gli anni novanta. Questo dimostra che i criteri possono tornare ad evolvere e che si possono includere i rifugiati per questioni climatiche.