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Cercasi operatore della mala accoglienza

di Vanna D’Ambrosio, operatrice sociale

Foto: Vanna D’Ambrosio

A me il ruolo di essere un controllore, un pubblico ufficiale, un oppressore, un confine, un muro. A me il compito di non elargire oltre un bicchiere a testa, non oltre un panino, non oltre una mela, non oltre una merendina perché i conti dell’emergenza immigrati non rientrano.

A me l’amarezza, dunque, di incatenare le provviste nei magazzini, perché, alla prossima emergenza, ce ne sarà bisogno. A me contare le persone che dormono, la notte; monitorare a che ora rientrano, segnalare se sono ingiustificati o ingiustificati, dargli il permesso di.

Devo dire no a chi affamato rientra dalle fatiche del lavoro e vuole riscaldare il suo pasto nell’unico microonde a disposizione, serrato nella nostra cucina; devo sequestrare, preposta alla valutazione del rischio – mio malgrado, ma sanzionabile a norma di legge – eventuali fornellini adoperati dalle mamme per cucinare ai bebè e devo anche rimproverarle, ristabilendo l’ordine, quando in alcune strutture non idonee, il rischio incendio è elevato ed anche semplice. Devo anche, come detentrice di attestato haccp, riordinare il catering, controllare la temperatura dei pasti, all’arrivo, dopo un’ora, due e tre, riscaldarli, controllare la temperatura nuovamente e poi distribuire quel cibo che sotto il mio naso puzza.

Devo sorvegliare i piani, senza ascensori, per anziani e deambulanti, per vigilare se qualche ospite fuma, prevenendo e riducendo così il rischio nei centri di accoglienza privi di planimetrie, porte antincendio, vie di fuga e di toilettes, diverse, per uomini e donne, bambini ed adulti.

Io devo vigilare, comunicare passo dopo passo i comportamenti dei “soggetti fragili”, vittime di tratta, tortura, sfruttamenti; analizzarli ed osservarli, “clinicizzarli”. Devo rilevare i documenti e le firme, richiamare e rimproverare, ordinare e vietare, trascorrere quel tempo dell’attesa arbitrariamente, negarlo, trasformarlo in rischio quotidiano, “una forma di non tempo, testimone della insignificanza sociale di una persona 1”.

Il linguaggio che ascolto e parlo è ispezionare, visionare, monitorare, comunicare, aggiornare, segnalare, censire, controllare, notificare, avvisare, inoltrare, compilare, schedare, archiviare, somministrare, distribuire, annotare, documentare, programmare, fotocopiare, scansionare. Un compito poliziesco, da corpo del potere, un pubblico ufficiale, per legge conferitami, dove il mio ospite altro non è che un oggetto, il suo documento, il punto giusto di incontro tra il potere e le tipizzazioni del senso comune. Anziché una persona, in carne ed ossa, un corpo organico, la cui vita non “comincia nel momento in cui arriva in Francia, è l’immigrante – e lui solo – e non l’emigrante ad essere preso in considerazione 2”.

In questo incontro, basato unicamente sullo sguardo e sulla rappresentazione, le pratiche che afferiscono alla dimensione dell’ascolto, del sentire, del seguire, conoscere e riconoscere, intendere, dell’essere disposti, della comunione, dell’unione, dell’espressione, della collaborazione, della condivisione, del confronto, dell’aiuto, della reciprocità, dell’integrazione non sono mansionate.

Cercasi, dunque, operatori dell’accoglienza per osservare, denunciare, delimitare, confinare i bambini nelle loro camere, numerare, far rispettare le regole, ammonire e sanzionare, limitare quella libertà già “merce scarsa e distribuita in maniera ineguale 3”.

Dipendenti degli imprenditori-morali, il lavoro dell’operatore è quello di “incasellare” la massa degli immigrati, controllare gli isolati, selezionarli ed escluderli, accrescendo i poli effettivi e il campo d’azione del nostro lavoro sociale, attraverso una sorta di deregolamentazione, per cui “istituzioni come la polizia, la giustizia, il sistema penale sono uno dei mezzi utilizzati per approfondire incessantemente questa frattura (tra il proletario e la plebe non proletarizzata) di cui il capitalismo ha bisogno 4”.

Il nostro centro di accoglienza continua ad isolare, disintegrare e dividere e come lo Stato, in nome della sicurezza, della prevenzione e del decoro, aumenta il livello di conflittualità sociale, immagine dell’indebolimento della capacità sociale di produrre e riprodurre il senso della comunità.

Cercasi, dunque, operatori del sociale disposti a tutte le mansioni poliziesche, educatori per serrare gli spazi, psicologi per le pulizie, mediatori per la gestione degli impianti, insegnanti per ripulire le mense, personale di controllo che, per piacere o frustrazione, rispetti e faccia rispettare le regole. Cercasi operatori sociali conformati ai principi di correttezza e trasparenza degli Arena; operatori legali che non devono cedere ad illecite pressioni per Mafia Capitale; operatori omertosi che non devono avere rapporti con i mezzi di comunicazione, anche in casi di usi ed abusi, perché di sola proprietà di Profugopoli.

Al Cara di Capo Rizzuto c’ero anch’io, nei centri del beneventano e dell’avellinese, al Mineo, a Mafia Capitale, a Profugopoli. Sono l’operatrice di questo sistema di accoglienza dove si è formati ad essere sordi alle voci sommesse dei richiedenti asilo, rifugiati, ricorrenti, dublinati, migranti per cui “nessuna definizione legale o linguistica può giustificare le motivazioni individuali all’esilio 5”. Sono l’operatrice formata ad essere cieca di fronte alle bocche cucite e muta di fronte alle tanti morti in circostanze mai chiarite. Sono l’operatrice della mala accoglienza, parte di quel clan mafioso, quando guerra, violenza, persecuzioni e deprivazioni economiche e sociali, prodotto asimmetrico tra un mondo sempre più integrato ma ristretto, diventano le cause di una emergenza sociale, la loro, per cui, sono adottate misure eccezionale, attribuiti poteri speciali ed erette nuove associazioni mafiose in una “violenza governamentale che […] pretende tuttavia di stare ancora applicando il diritto 6”. Sono colpevole, dovunque, quando, il luogo di destinazione di quei migranti, già forzati dall’interno delle proprie case e già in trasgressione con il loro corpo, diventa la fabbrica del disumano.

L’accoglienza cerca un impiegato dello stato punitivo e repressivo, un controllore, un pubblico ufficiale, un oppressore, un confine, un muro, dove può occupare un posto in questo futuro ristretto. Per questa posizione, non sono richiesti sogni di terre dove “tutti poterono mangiare i suoi frutti, e andare e venire senza che nessuno dicesse loro: “Dove andate! Non si passa di qui”.

(E i bambini raccoglievano fiori e li portavano alle madri, che dolcemente sorridevano loro. E non vi erano né poveri né ricchi, ma lutti avevano in abbondanza le cose necessarie ai loro bisogni, perché tutti si amavano e si aiutavano da fratelli)

  1. H. Lucht, Darkness before Daybreak: African Migrants Living on the Margins In Southern Italy today.
  2. A. Sayad, La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato
  3. Z. Bauman, Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone.
  4. M. Foucault, Il filosofo militante
  5. P. Tabori, The Anatomy of Exile
  6. G. Agamben, Stato d’eccezione.

Vanna D'Ambrosio

Conseguita la laurea in Filosofia presso l’Università di Napoli Federico II, ho continuato gli studi in interculturalità e giornalismo. Ho lavorato come operatrice sociale nei centri di accoglienza per immigrati, come descritto nella rubrica “Il punto di vista dell’operatore”. Da attivista e freelance, ho fotografato le resistenze nei ghetti italiani ed europei. Le mie ricerche si concentrano tuttora sulle teorie del confine.