Effetti collaterali della polemica contro le ONG

di Francesco Ferri

Photo credits: SOS MEDITERRANEE

Il rapporto tra Europa e migrazioni è indubbiamente complesso. Ragioni di ordine politico, etico, giuridico, economico, sociale, storico e culturale rendono complicata la relazione tra lo spazio europeo e chi ci arriva, provenendo da altri contesti. In alcuni momenti, però, è (ancora più) urgente emergere da questa complessità per prendere una posizione chiara, limpida, inequivocabile, senza sfumature che la opacizzino. Chi scrive è, senza alcun dubbio, dalla parte delle organizzazioni che salvano i migranti in mare, e ritiene l’enorme mole di polemiche che in questi giorni provano a delegittimare le operazioni di salvataggio un chiaro segnale della barbarie che caratterizza il nostro tempo.

Dopo aver chiarito da dove si parla, può essere utile provare a fare un passo in avanti, approfondendo alcuni aspetti, apparentemente secondari, che caratterizzano questa inquietante vicenda. È necessario partire da un dato di realtà: per com’è strutturata e sostenuta da più fronti (media, incauti procuratori, forze politiche di vari schieramenti), è verosimile pensare che la campagna d’odio contro le ONG continuerà ad occupare il dibattito pubblico sull’immigrazione per un periodo non breve. È il momento, quindi, di organizzare una contronarrazione potente, che tenga insieme due esigenze. È necessario, in ogni sede, difendere l’operato di chi salva le vite in mare, sostenendo, allo stesso tempo, l’urgenza di predisporre canali di arrivo sicuri, diffusi, accessibili per tutt*. È ugualmente necessaria un’analisi ad ampio spettro del significato politico di questa vicenda, alla ricerca degli inquietanti effetti secondari che l’accompagnano.

La produzione umanitaria delle vittime

Definire quello per cui si combatte è, com’è noto, ancora più importante dell’esito della battaglia. Da questo punto di vista, il fronte che alimenta le polemiche contro le ONG sta indubbiamente vincendo. È riuscito ad imporre, in maniera forte e risoluta, una questione – per altro assolutamente strumentale – costringendo tutti – media, attivist*, movimenti, organizzazioni – a discuterne. È diventato, in questa fase, il tema per eccellenza: investe, senza soluzione di continuità, il dibattito pubblico sull’immigrazione.

Quale difesa abbiamo finora organizzato per sostenere l’assoluta rilevanza politica ed etica delle operazioni di salvataggio in mare? Accanto alla sacrosanta presa di parola al fianco alle ONG occorre, come attivist* che a vario titolo si occupano di immigrazione, agire sul dibattito pubblico per ridefinire ciò di cui si discute, ampliando notevolmente gli sguardi, proponendo altri temi, altri punti di vista, altre prospettive.

In questa fase siamo tutt* focalizzati sull’analisi di un’immagine. Nel fotogramma è immortalato l’incontro tra gli operatori delle imbarcazioni che salvano le vite in mare e i migranti che vengono tratti in salvo. Chi accusa le ONG, chi ne difende l’operato e i media sono molto spesso impegnati nell’analisi dettagliata degli aspetti operativi di questo incontro. In quale frammento del Mediterraneo è avvenuto? Chi ha chiamato i soccorsi? Chi ha autorizzato l’intervento?
Una visuale così ravvicinata – e così ristretta – che il fronte della polemica sta imponendo al dibattito pubblico, definendo quello di cui si discute, tiene quasi sempre fuori il contesto – i paesi di origine, i luoghi del transito, l’accoglienza in Europa – e le notevolissime implicazioni politiche, appiattendo, semplificando e stereotipando la complessità delle vite e delle soggettività migranti.

L’operazione mediatica e politica di riduzione della questione immigrazione a l’istante dell’incontro tra migranti e ONG è doppiamente pericolosa. Per una parte importante dell’opinione pubblica, con l’analisi, i commenti, le prese di posizione – di accusa e di difesa – in loop da settimane sui vecchi e nuovi media, i migranti finiscono per diventare – nella migliore delle ipotesi – corpi da salvare. Non è una circostanza priva di risvolti e pericolose conseguenze. Al contrario, l’appiattimento della dimensione storica, politica e soggettiva dei percorsi migratori e delle soggettività migranti sull’immagine della vittima da trarre in salvo – spesso involontariamente rafforzata anche dalle parole, dai discorsi, dalle retoriche sviluppati da una parte del fronte di solidarietà in difesa delle ONG – contribuisce a consolidare una certa narrazione umanitaria vittimizzante.

Non è di per se una novità: l’immaginario del salvataggio – salvagenti, coperte, abbracci – rappresenta una costante nella narrazione dell’immigrazione nel nostro paese. La potenza simbolica è evidente, e per questa ragione va maneggiata con molta più cura e attenzione di quanto abbiamo fatto finora. Se separato – come di frequente accade – dal contesto nel quale prende forma e dall’assoluta rilevanza politica di quello che accade nei paesi di origine, di transito e in Europa, l’immaginario del salvataggio può involontariamente contribuire a consolidare una vittimizzazione diffusa e generalizzata delle e dei migranti.

Alla luce di questo rischio, bisogna urgentemente riflettere sulle parole, le immagini e i discorsi che stiamo organizzando per difendere la legittimità delle operazioni di salvataggio in mare. Non è un elemento secondario, tutt’altro: la partita in corso per definire chi è un migrante è assolutamente decisiva. L’immaginario che accompagna i flussi migratori determina, a cascata, quale tipologia di accoglienza, quali procedure, quale posizione nel mercato del lavoro e nella società spettano a chi migra. Se rafforziamo un immaginario (anche) involontariamente vittimizzante, è verosimile aspettarsi che, una volta che i migranti sono tratti in salvo sulle banchine dei porti, si apriranno le porte – nella migliore delle ipotesi – di un’accoglienza, di procedure, di un mercato del lavoro e di una vita da vittima.

Per una storia di un incontro

È quanto mai necessario allargare gli sguardi, approfondire l’analisi e cambiare prospettiva, riscoprendo tutta la densità storica e politica dell’incontro tra migranti e ONG. Quell’incontro inizia a prendere forma altrove, in tempi e posti lontani. Nasce a Lagos, a Karthoum, nella regione di Kayes, e i mille altri luoghi. Si sviluppa lungo le complesse rotte del transito. È necessario e possibile soprattutto grazie ai molteplici e ambivalenti sentimenti che danno un’irripetibile forma ad ogni viaggio: un insieme eterogeneo di costrizioni e desideri che sfuggono alle violente gabbie delle categorie e delle classificazioni.

È necessario e utile storicizzare e politicizzare quest’incontro, anche alla luce di quello che succede nello spazio europeo dopo l’approdo. L’Europa non è uno spazio di salvezza: è necessario riaffermarlo in ogni sede. Non lo è in senso tecnico, in quanto, com’è noto, senza l’impegno delle organizzazioni che svolgono attività di salvataggio, il numero delle morti in mare sarebbe ancora più alto. Non lo è neanche per quanto riguarda le procedure di definizione degli status giuridici. Al contrario, i paesi di frontiera – Italia e Grecia soprattutto – svolgono una funzione, coordinata a livello europeo, di arbitrario filtro nell’accesso alle procedure e, quindi, alla società. L’Europa, nel suo complesso, non è un luogo di salvezza. Al contrario, l’ingresso e la vita delle e dei migranti sono segnati, dal punto di vista della posizione nel mercato del lavoro, del ruolo e della funzione nella società, da un’informale ma vigente gerarchia, che determina esistenze strutturalmente ai margini.

Allargare gli sguardi, accogliere il molteplice

Capita, con crescente frequenza, che nei paesi di origine o di transito moltissimi migranti siano vittime di terribili violazioni. Questa circostanza è essenziale per la comprensione degli attuali flussi migratori. Va, però, prestata molta attenzione alla maniera in cui immaginiamo e raccontiamo la relazione tra i migranti e le violazioni che subiscono. L’essere vittima, infatti, non è mai un’attribuzione definitiva. È, al contrario, una condizione legata a circostanze specifiche: con molta fatica, è una condizione che è possibile negoziare, ripensare, abbandonare, in ragione di altri ruoli. Chiunque lavori a vario titolo con le migrazioni ha consapevolezza della quotidiana lotta delle e dei migranti per ridefinire la propria posizione all’interno della società. Dare spazio a questa attività di negoziazione e conquista di nuove posizioni nella società è, in questa fase, una priorità politica, è ed l’esatto opposto dell’assegnazione indistinta di etichette di vittima.

È necessario riaffermarlo in ogni sede utile: le donne e gli uomini che solcano il Mediterraneo per trarre in salvo donne, uomini e bambini sono il volto migliore dell’Europa di oggi e di domani. Potremmo cogliere l’occasione, dentro e contro le barbarie dell’attuale dibattito pubblico, per allenarci ad osservare, raccontare ed accogliere tutta la complessità e la molteplicità delle vite migranti. Un articolato insieme di desideri, necessità e sogni che accompagnano chi è costretto o vuole migrare; un’irrinunciabile opportunità per trasformare i nostri sguardi e, con essi, l’Europa e le nostre società, dando finalmente il giusto spazio agli eterogenei, ambivalenti e straordinari mondi che ci circondano e ci attraversano.

Francesco Ferri

Francesco Ferri

Sono nato a Taranto e vivo a Roma. Mi occupo di diritto d'asilo, politiche migratorie e strategie di resistenza sia come attivista sia professionalmente. Ho partecipato a movimenti solidali e a ricerche collettive in Italia e in altri paesi europei. Sono migration advisor per l’ONG ActionAid Italia.