/

Quando la buona accoglienza è una risorsa: il modello Riace

Intervista a Vincenzo Curiale a cura di Giulia Del Favero

Ci troviamo insieme a Vincenzo Curiale, un cittadino di Riace che si occupa per l’associazione “Welcome” di corsi di alfabetizzazione. Cogliamo l’occasione per parlare di accoglienza ed integrazione e farci raccontare la sua personale esperienza e quali potenzialità, in parte ancora da esplorare, ci sono nell’accogliere i migranti. Vincenzo infatti, oltre ad essere nativo di Riace, ha fatto del paese anche la propria terra di elezione e crede fortemente nel modello sperimentato dal Sindaco Domenico Lucano.

Ti chiedo un racconto, attraverso gli occhi di un cittadino nato alla fine degli anni ’80, di quella che è l’esperienza di Riace nell’accoglienza a partire da quando nella tua infanzia arrivò il primo sbarco di circa 200 profughi curdi nel 1998.
Quanto è stato determinante per il paese questo arrivo?

Ricordo perfettamente lo sbarco del 1998, nonostante avessi solo 9 anni, arrivarono uomini, donne e bambini e i locali si attivarono per dare una mano. I curdi erano ospitati in una struttura di proprietà della Chiesa e ricordo benissimo l’esperienza di quando andai lì per la prima volta e conobbi una famiglia che poi divenne riacese a tutti gli effetti al termine del progetto di accoglienza, e che tutt’ora vive a Riace. L’arrivo in paese di queste persone fu vissuto con normalità attraverso gli occhi miei come anche dei miei coetanei, e in quei giorni si instaurarono relazioni che durano ancora oggi. Relazioni talmente forti che portano anche i curdi che continuarono, per esigenze soprattutto lavorative, il loro viaggio verso nord a tornare saltuariamente a Riace, come una qualunque famiglia del sud Italia trasferita al nord.

Cosa ha significato sotto il profilo dello spopolamento del sud ciò che stava avvenendo? Immagino che il vivere in una terra così accogliente ha determinato nella tua generazione una volontà diffusa di rimanere al paese…

Non tutti ne abbiamo fatto una ragione di vita però sicuramente questa esperienza è stata quel valore aggiunto in grado di rivitalizzare un paese. Riace infatti era un classico paesino del sud Italia depresso economicamente ed in via di spopolamento, abitato solo da anziani e in cui noi giovani, negli anni ’90, eravamo sempre meno. Le famiglie di rifugiati, pur non avendo avuto tutte le possibilità di rimanere per via delle risorse occupazionali limitate che offre il territorio, hanno portato linfa, nuove generazioni, e mantenuto vitale il paese. Prima dello stimolo dato dal loro arrivo, non c’era nessun tipo di realtà agricola, artigianale, turistica e in seguito queste si svilupparono.

Le realtà di cui mi stai parlando sono tutt’ora una fonte di occupazione? Chi vi trova impiego?

Si, sono attive ed occupano sia locali sia nuovi riacesi. Si tratta ad esempio di botteghe di artigianato, organizzazioni che si occupano della raccolta dei rifiuti. Rifugiati e locali lavorano anche nello stesso sistema di accoglienza, alcuni migranti come mediatori valorizzando anche le loro competenze linguistiche.

Poi fornirmi qualche numero?

Attualmente in paese ci sono circa 350/400 migranti, 8 organizzazioni che si occupano di accoglienza, una cooperativa che si occupa di rifiuti. In tutto il sistema posso approssimare che lavorino circa 100 persone.
In questi 20 anni i migranti passati per Riace sono davvero molti e ogni volta che arrivano nuovi gruppi avviene più o meno la stessa cosa, c’è contatto e dialogo.

Indossando le lenti dei migranti riusciresti a raccontarmi la realtà sociale che li porta a non voler lasciare Riace, paese piccolo e non ricco di possibilità lavorative, anche al termine dei percorsi di accoglienza.

Uno dei punti di forza delle politiche di accoglienza a Riace è il fatto che, sin da subito, si è scelto di usare le case che erano state lasciate vuote dai riacesi emigrati per ospitare i migranti arrivati. Le persone vennero inserite nella vita quotidiana del paese anche grazie alla loro presenza in varie case.
Vi sono certamente istituti di accoglienza di grandi dimensioni in grado di non “ghettizzare” e che funzionano bene, comunque il luogo in cui si alloggiano i migranti è già impronta del processo di integrazione che seguirà. Una persona che vive a casa con la sua famiglia, oppure un gruppo di giovani coetanei che condivide la casa, sono fattori di normalità e tranquillità. Come anche il fatto che le case si trovassero dentro il paese e che quindi i migranti avessero le stesse possibilità di spostamento di tutti, andassero al bar, a fare la spesa e così via, conducendo una vita normale.

Continuando a parlare di accoglienza diffusa. Mi puoi raccontare quali pratiche innovative avete messo in campo negli anni, da un lato per l’accoglienza e dall’altro per l’integrazione sul lungo periodo nel tessuto sociale.

Al di là dell’accoglienza in sé, alcune buone pratiche sono sicuramente rappresentate dall’esistenza dalle botteghe di artigianato e della cooperativa che si occupa della raccolta differenziata, realtà che inseriscono nel mondo del lavoro le persone che hanno terminato il progetto di accoglienza. Questo passaggio successivo all’accoglienza dovrebbe avvenire in una situazione ideale, però è difficile per tutti trovare lavoro e lo è ancora più per chi è migrante, le botteghe e la cooperativa riescono ad occupare alcune persone. Gli ambiti, i settori, in cui si lavora sono dunque quello dell’artigianato con queste botteghe che fanno vetreria, ricamo, tessitura, ceramica e falegnameria e quello della gestione dei rifiuti e del verde, con la cooperativa, che recentemente sta ampliando la sua area di intervento verso il biologico con un parco dove producono miele e hanno gli asini, la parte agricola è in corso di avviamento. Tutto questo con la volontà di ampliare il più possibile il numero degli inserimenti lavorativi, consapevoli dello stato attuale in cui i numeri sono ormai simili da tempo e non si sta riuscendo ad aumentarli.
Un’altra buona pratica, di recente avvio grazie al volere del Sindaco, è quella della creazione di una sorta di moneta alternativa. Si tratta di fogli della dimensione delle banconote con personaggi significativi, disegni e cifre che vengono messi a disposizione dei rifugiati dalle loro organizzazioni di riferimento e funzionano come una garanzia di pagamento che loro possono usare negli esercizi commerciali, aderenti all’iniziativa, di Riace e dei paesi limitrofi. Questa idea si deve al fatto che, in passato, i rifugiati quando andavano a fare acquisti spesso non avevano materialmente i soldi per pagare perché – e questo è uno dei grossi problemi della gestione dei rifugiati e dell’accoglienza – i soldi non arrivavano regolarmente alle organizzazioni che fanno accoglienza, che quindi si trovavano a fornire il pocket money (di 2,5 € al giorno ndr.) in ritardo. I commercianti conoscendo la situazione facevano credito ai rifugiati però le tempistiche di restituzione del credito erano lunghe e gli esercenti arrivavano ad avere dei crediti enormi e non avevano alcun tipo di garanzia, si basavano sulla fiducia. Questa moneta invece funziona come una sorta di pagherò ufficiale.

In alcuni comuni, penso ad esempio ad alcune zone del Veneto, c’è un rifiuto dell’accoglienza da parte di amministratori e di alcuni cittadini. Cosa pensi che possa agire su questo clima e su queste scelte? Sulla base della tua esperienza di figlio di un paese che, come raccontavi prima, avrebbe vissuto un forte spopolamento oltre che impoverimento culturale ed imprenditivo/economico senza l’arrivo dei migranti.

E’ forse banale e retorico dirlo però è veramente tutta una questione di cultura, non so come si potrebbe cambiare questo corso delle cose nei Comuni dove si creano dei problemi ad accogliere. Sicuramente è necessario promuovere quei Comuni e quelle comunità, sempre più anche al nord Italia, che sono diventati degli esempi virtuosi dal punto di vista dell’accoglienza. Nelle realtà che invece sono chiuse alle politiche d’accoglienza sarebbe utile che ci fossero dei gruppi di persone che si facessero carico di portare questo tipo di problema e cercassero di fare buona accoglienza con numeri ridotti così da far vedere che effettivamente non c’è alcun pericolo nell’accogliere. Quello sta alla base di tutto perché nel momento in cui vedi come una minaccia la persona che viene accolta c’è poco da fare. Bisogna quindi cambiare il modo di far vedere queste persone e far vedere che comunque queste persone vengono non certo per razziare o per non fare nulla ed essere mantenuti a spese dello stato. Non è così però, purtroppo, questo è il messaggio culturale e politico che ogni giorno passa dalle voci di alcuni politici o in alcuni programmi televisivi.
Quindi, in sintesi, creare dei modelli virtuosi, partire dai piccoli comuni, far vedere che si può tirare fuori qualcosa di positivo dall’accoglienza. Un dato di fatto è che la migrazione con questi numeri esiste, e allo stato attuale non avrà una soluzione nell’immediato e probabilmente non avrà mai una soluzione. Quindi piuttosto che osteggiare questa realtà odierna, tanto vale cercare di prendere atto che c’è, esiste, e gestirla con impegno.

Chiudendo, ti chiedo di raccontarmi qualche esempio concreto, a cui hai assistito negli anni, di integrazione dei nuovi cittadini nella vita sociale, culturale e politica del paese.

Dal punto di vista culturale non ti saprei dire, comunque una prima cosa positiva è che il paese si è rivitalizzato e gli asili e le scuole elementari ora sono pieni di bambini. Un altro apporto è dato sicuramente dai matrimoni misti, seppur non moltissimi. Poi non ti saprei fare un esempio specifico, però la cosa più bella che puoi fare quando vieni a Riace è conoscere le storie positive, come quella di Daniel, un ragazzo ghanese che lavora per la cooperativa nella raccolta differenziata dei rifiuti. Lui ha chiamato un figlio Cosimo come il santo patrono del paese, ed il secondo Domenico come il Sindaco. Un’altra cosa bella è osservare il giorno della festa del patrono di Riace: ci sono i battesimi di bambini nati lì di genitori migranti e i padrini e le madrine, spesso, sono abitanti del luogo. Si sono infatti creati rapporti di amicizia solidi. Altra cosa bella è andare al bar e vedere l’ex rifugiato che ormai è riacese a tutti gli effetti parlare con i vecchietti del paese in dialetto o giocare a carte e bere una birra come farebbe un qualunque altro riacese.
Infine vedere i ragazzini che giocano per strada, sentirli parlare italiano con l’accento calabrese o parlare direttamente in dialetto. Oppure vedere i ragazzini che sono a Riace da tanto tempo, che sono cresciuti lì e ormai hanno 15 anni, comportarsi esattamente come te da adolescente.
Più che un episodio specifico, sono queste le cose belle che ti fanno percepire che effettivamente i processi funzionano, questa è l’integrazione.

Come bello è anche vedere il fatto che si siano create amicizie solide tra i popoli; ascoltare Vyram, lavoratore del laboratorio del legno, che è un chiacchierone e appena ci parli racconta mille storie sul Kurdistan e diventa logorroico, allora lo prendi in giro come faresti con qualunque tuo compaesano.
E poi c’è il ritorno per le vacanze di quei migranti che non sono rimasti a Riace negli anni, ma l’estate tornano a trovare amici e affetti.

Naturalmente non è tutto semplice, ci sono critiche pretestuose alle politiche dell’amministrazione e al Sindaco, ma si tratta di critiche non strutturate e il sistema Riace gode di tantissime persone che ci credono e lo mantengono in vita.
Penso che ci siano degli aspetti da potenziare ed è in questo contesto che assieme a degli amici, e convinti di alcune riflessioni iniziate anni fa, abbiamo notato come concentrandosi principalmente sull’accoglienza non ci si è concentrati a sufficienza su altri fattori trasversali all’accoglienza che si potrebbero fare e che facendole gioverebbero all’intero sistema.
C’è un potenziale nell’agricoltura e nell’artigianato che si potrebbe ampliare e, soprattutto, un turismo che è in aumento ma non trova strutture, non trova posto. Questa è una risorsa occupazionale non valorizzata. Il turismo a Riace potrebbe infatti dare molto, sia per l’attuale presenza ma anche perché il target di persone che arrivano è composto principalmente da – diciamo – una sorta di comunità scientifica fatta di professionisti diversi, delle scienze sociali, del terzo settore, documentaristi, giornalisti che giorno dopo giorno, anche in inverno, arrivano e soggiornano a Riace anche per periodi lunghi.
E’ in questo ambito che vorrei creare una cooperativa o un’impresa in grado di gestire più settori trasversali all’accoglienza e creare dunque nuovo impiego per rifugiati e locali. Attrarre perciò risorse che arrivano dai turisti innamorati di Riace, che sono sia cognitive e legate all’esperienza e al sapere professionale sia anche monetarie, visto che alcuni di loro vorrebbero perfino fare donazioni per sostenere il modello di accoglienza. Le associazioni, infatti, si occupano bene di accoglienza. Credo quindi sia importante attivarsi nel turismo e nell’artigianato e mettere a frutto la rete che già ci sarebbe e che continua ad ampliarsi.