Tutto il mondo è paese. In Germania la gestione dell’accoglienza non è ciò che sembra

di Stefano Danieli, attivista della campagna #overthefortress

Berlino – Una decina di coperte stese sull’erba, qualche bambino sdraiato sopra o avvolto dentro il sacco a pelo. L’aria stanca e infreddolita di uomini, donne e bambini ci ricorda qualcosa. Ciò che abbiamo visto decine di volte lo scorso anno in Grecia, lungo la rotta balcanica e in diverse città d’Italia lo rivediamo anche a Berlino, nella capitale di uno Stato desiderato e meta di migliaia di persone che ripetono ad ogni amico o giornalista: “Inch’allah Alemagna”.

Ci troviamo in Brienner straße 16 dove da circa 3 anni è stato aperto un centro temporaneo di accoglienza (Heime) che ospita oggi 900 persone. “Temporaneo” in Germania significa un periodo di “prima accoglienza”, che non dovrebbe superare i 3 mesi, al termine dei quali il richiedente asilo è chiamato a presentarsi davanti ad una commissione, per poi ottenere il trasferimento in un centro permanente. Per i più fortunati la procedura tedesca funziona: al termine dei 3 mesi un rifugiato ha già seguito le prime lezioni di lingua, di orientamento socio-culturale e lavorativo; può iscriversi al cosiddetto JobCenter che provvede al pagamento dell’affitto e garantisce un sussidio base e per ottenere poi quello che noi chiamiamo “permesso di soggiorno“.

Come in Italia anche qui i centri d’accoglienza vengono dati in gestione dal governo ad associazioni o fondazioni private che offrono i loro servizi. In questo caso si tratta della ASB – Arbeit Samariter Bund una società che gestisce diversi centri d’accoglienza. Come in Italia anche a Berlino alcuni enti gestori fanno business sull’accoglienza senza fornire un’assistenza adeguata.

Le proteste da parte di richiedenti asilo a Berlino hanno ricoperto in passato un ruolo fondamentale, ma ora sembrano drasticamente diminuite. Le condizioni di vita all’interno degli Heime spesso portano ad azioni come quella che si sta svolgendo ora nei pressi di Fehrbelliner Platz. Da ormai una settimana 80 persone si sono accampate di fronte al centro d’accoglienza nei pressi del Bürgeramt di Wilmersdorf per protestare contro le condizioni disumane che sono costretti a subire. Mi raccontano della presenza di cimici nei materassi, cibo schifoso e soprattutto abusi di potere da parte della sicurezza. Ogni centro d’accoglienza ingaggia un’agenzia di sicurezza privata per mantenere l’ordine all’interno della struttura e per impedire ad estranei l’accesso. Mi tornano in mente, ancora una volta, i campi militari in Grecia. Il personale dell’ASB non risponde a nessuna delle loro domande. Il medico del campo giustifica le cimici con delle allergie stagionali.

L’ultimo grave episodio vede coinvolto il padre di un bambino malato che voleva prendere dalla cucina qualcosa per il figlio.
Dopo poche ore il padre si trova all’ospedale con serie lesioni causate dagli agenti della sicurezza. Da quel momento è iniziata la protesta e alcuni sono ancora seduti sulla strada. Martedì 23 maggio è intervenuta la polizei che ha sgomberato il piccolo presidio requisendo tende e coperte. I manifestanti non si sono arresi, gli è stato promesso un incontro con il Landesamt für Flüchtlingsangelegenheiten, ma per mancanza di traduttori questo incontro non si è mai verificato.

Nonostante le apparenze (il JobCenter, l’abbonamento per i mezzi pubblici gratuito, i corsi di lingua) anche in Germania si applicano le stesse politiche di gestione dell’accoglienza che vediamo in Italia e in Grecia.
Gli Heime sono spesso isolati, nascosti e soprattutto circondati da metri di filo spinato. Tra buona e cattiva gestione dell’accoglienza l’integrazione qui non si vede.