A Fermo la manifestazione nazionale antirazzista

Per ricordare il giovane nigeriano ucciso il 5 luglio del 2016

A un anno esatto dalla tragica morte di Emmanuel Chidi Namdi, il rifugiato nigeriano barbaramente ucciso a Fermo al culmine di una lite con l’italianissimo Amedeo Mancini , movimenti, sindacati, associazioni e partiti si ritroveranno il 5 luglio nel centro marchigiano per la manifestazione “Fermi contro il razzismo”, promosso dal Comitato 5 luglio. Come si ricorderà, Emmanuel morì il 6 luglio del 2016 per i gravi traumi riportati dopo aver battuto fortemente la testa a terra a seguito di un pugno sferratogli da Mancini, il quale pochi minuti prima aveva innescato la rissa rivolgendo alla moglie del giovane nigeriano, Chimiary, pesanti insulti di matrice razzista.

L’appuntamento si prefigge – come afferma l’appello sottoscritto da decine di sigle – di rendere omaggio alla memoria di Emmanuel, contrastare il clima di indifferenza e giustificazionismo che ha contaminato ampi strati della città, e ribadire la scelta dell’accoglienza e della convivenza come assunzione di responsabilità collettiva.

Vero è, però, che quanto accaduto in questi trecentosessantacinque giorni non induce all’ottimismo ed è forte l’impressione che nella palude in cui sono affondati per sempre la vita e i sogni di Emmanuel, sfuggito alla violenza degli estremisti di Boko Haram ma non al razzismo latente che avvelena i nostri territori, le cose non siano cambiate affatto.

Dimostrazione ne sia come in questi dodici mesi il sacrificio del giovane nigeriano non abbia contribuito in alcun modo ad accendere una luce nella coscienza del ventre molle di un territorio in cui, dietro il falso stereotipo della provincia mite e laboriosa, intolleranza e xenofobia continuano a essere sentimenti radicati, e le organizzazioni di estrema destra, a partire da Casapound, alla quale si era avvicinato negli ultimi anni lo stesso Mancini, proseguono indisturbate le loro attività, benevolmente accettate, in particolare dalla Fermo che conta.

Ancora oggi la morte di Emmanuel, così come le calunnie e le offese fomentate vigliaccamente a posteriori contro di lui da un ampio e variegato fronte innocentista, non solo non sono riuscite ad affermarsi come elemento di riflessione collettiva, ma continuino a essere oggetto di un violento processo di rimozione che ha ragioni chiarissime: conservare lo status quo, scacciando via in fretta dalla memoria un episodio che ha smascherato le sedicenti virtù della cosiddetta provincia, portando contemporaneamente alla ribalta nazionale il suo volto alienato, feroce, intollerante e omicida.

Da subito, infatti, e senza andare troppo per il sottile, l’obiettivo è stato quello di ripulire immediatamente l’immagine della città dalle accuse di xenofobia minimizzando i fatti, dissimulando l’aggressione razzista nei termini di una banale rissa finita male, demolendo l’immagine pubblica di Emmanuel fino al punto di accusarlo di affiliazione mafiosa, e propagandando ai quattro venti quel vero e proprio inno dei mediocri, secondo cui la verità sta sempre nel mezzo. Risultato: la completa inversione dei ruoli della vittima e del carnefice.

Un’operazione che ha indubbiamente dato i suoi frutti, visto che da maggio Mancini, dopo la risibile condanna comminatagli lo scorso gennaio a quattro anni da scontare ai domiciliari con il permesso uscire otto ore al giorno per andare al lavoro, è tornato a essere un uomo libero grazie alla decisione del tribunale di Fermo, che ha disposto il suo rilascio per buona condotta e il solo obbligo di firma presso la locale stazione dei carabinieri.

Va detto che la surreale operazione di maquillage ha visto protagonisti un po’ tutti, dalla grande stampa nazionale ai piccoli quotidiani locali, dai partiti di destra al Movimento 5 Stelle, il cui gruppo consiliare, giunse in quel periodo a ipotizzare persino la possibilità di aprire contenziosi per chiedere i danni d’immagine alla città nei confronti di chi avesse strumentalizzato mediaticamente il fatto. Ma chi davvero si è distinta nell’assurda impresa di nascondere la polvere sotto il tappeto è stata l’Amministrazione comunale guidata dal sindaco Paolo Calcinaro, che paralizzata dalla paura di perdere il largo consenso di cui gode a destra, non è riuscita ad andare oltre a qualche balbettio di circostanza, buttandosi a capofitto nel suo “dovere istituzionale” di difendere il buon nome di Fermo, come se la morte di Emmanuel avesse rappresentato un imprevisto e imprevedibile incidente, e non il tragico risultato di un clima politico e sociale anti-migranti che da anni regna in quel territorio, dato dal miscuglio di ossessioni identitarie, disprezzo di ogni forma di diversità e il proliferare di egoismi piccolo-borghesi.

È fondamentale, dunque, che l’appuntamento del 5 luglio rappresenti un nuovo inizio, con l’ambizione di andare oltre la testimonianza dei buoni sentimenti e la volontà di riempire il vuoto politico e culturale emerso impietosamente durante questo anno.

Un’impresa ciclopica tenuto conto delle condizioni di partenza, ma tanto più ardua se ancora una volta non verrà fatta chiarezza su ciò che è e rappresenta quella zona grigia che si dice di voler superare. Perché il razzismo che ha ucciso Emmanuel non è solo quello dei “fascisti su Marte” à la Casapound o dei volgari bulli di quartiere come Mancini di cui sono piene le nostre città. Il razzismo più pericoloso che arma di consenso la mano ignorante degli utili idioti, è anche e soprattutto quello che si nutre delle convenienze e dei compromessi istituzionali che generano indifferenza, dell’opportunismo di un certo modo di fare impresa, particolarmente radicato nelle Marche, che scambia gli esseri umani per merci, e dell’assuefazione generale a credere che ciascuno di noi sia maggiormente garantito nella misura in cui contribuisce a sottrarre più diritti ad altri.

È chiaro, dunque, che anche a Fermo la lotta al razzismo o sarà radicale, chiamando in causa tutte le componenti di un modello politico, sociale ed economico che sta naufragando portando a fondo ogni più elementare princìpio di civiltà, o non sarà. Ed è in questo stretto passaggio che si giocano tutte la possibilità di un profonda e autentica svolta.

Simone Massacesi

Vivo ad Ancona e mi sono laureato in Storia contemporanea all’Università di Bologna. Dal 2010 sono giornalista pubblicista.