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Disobbedienza civile al regime del confine e alle sue morti

A Ventimiglia martedì scorso è morto un altro giovane rifugiato. Nelle stesse ore, 92 richiedenti asilo stavano marciando dalla Val Roja fino a Nizza

Foto tratte da Roya citoyenne

Le notizie che giungono dalla frontiera italo-francese in poche ore appaiono e scompaiono dai media mainstream, in attesa che altre tragedie, inesorabili anche se prevedibili ed evitabili, riportino temporaneamente l’attenzione su uno dei confini più mortali all’interno dell’Unione Europea.

La morte, questa volta, ha colpito un giovane rifugiato sudanese che ha perso la vita annegando nelle acque del mare alla foce del fiume Roya, sulle cui rive vivono da mesi in condizioni difficilissime circa 250 persone. Ne ha dato notizia, martedì 13 giugno, l’Ong Intersos, presente a Ventimiglia con un team mobile di assistenza ai minori stranieri non accompagnati e alle donne.
“Dalle informazioni che abbiamo raccolto – racconta Daniela Zitarosa, assistente legale di Intersos – la vittima è un ragazzo sudanese che era entrato in acqua vestito e che è stato poi trascinato via dalla forte corrente. Da tempo denunciamo la condizione di inaccettabile degrado del campo sorto sotto il ponte sulle rive del fiume Roya: 250 persone, un terzo delle quali monitorate da Intersos come minori non accompagnati, vivono da mesi senza accesso all’acqua e ai servizi igienici, in condizioni di estremo disagio e vulnerabilità”.

A Ventimiglia, lo ricordiamo, è assodato che la situazione è istituzionalmente incapace di accontentare i bisogni primari di tutti. L’unico campo della Croce Rossa è lontano dalla città e non accoglie i minori stranieri non accompagnati. In generale la capienza di 250 posti letto non è sufficiente e molti migranti maggiorenni non trovano posto oppure sono intimoriti dalla presenza di polizia e dalle operazioni di identificazione.

“È una morte che fa rabbia e di fronte alla quale lo Stato non può chiudere gli occhi – afferma invece Cesare Fermi, responsabile migrazione di Intersos – perché nasce da una perdurante e vergognosa condizione di degrado, deliberatamente alimentata nel territorio di Ventimiglia da una politica di militarizzazione, repressione e negazione dell’accoglienza: respingimenti arbitrari di minori da parte della polizia di frontiera sul lato francese, rastrellamenti e deportazioni sul lato italiano. Sul fiume Roya, le persone vivono in una condizione igienico – sanitaria che sarebbe impensabile nei campi del Medio Oriente o dell’Africa nei quali Intersos lavora. Non ci può essere gestione dei flussi migratori senza il rispetto dei diritti umani e della dignità delle persone”.

Le parole sincere e dure di Intersos esprimono chiaramente quali effetti hanno prodotto e continuano a produrre le politiche di contrasto ai movimenti secondari dei migranti. Se da una parte si assiste ad un controllo capillare del territorio e strumenti coercitivi per impedire l’attraversamento della frontiera, dall’altra sono proprio questo tipo di politiche che creano gli assembramenti in ripari di fortuna, come puntualmente ci raccontano anche gli attivisti del Progetto 20K e i volontari locali.
Le stesse politiche che puntano ad “alleggerire” la pressione migratoria sui confini del nord Italia, inoltre, portano solo al risultato di rendere ancora più pericoloso ed impervio il tragitto per attraversare il confine, e costringono le persone a mettersi nelle mani di passeur privi di scrupoli o affidarsi alle reti di trafficanti.

C’è ben poco da girarci attorno: le morti di confine e la realtà del business sul traffico di esseri umani sono diretta responsabilità dello stato italiano e francese, assecondati in questa operazione criminale dall’Unione europea.

Di fronte a ciò, le domande che dobbiamo porci sono di varia natura: come riusciamo a pretendere un’accoglienza dignitosa e non militarizzata? E soprattutto, come riusciamo a cambiare radicalmente le regole del giogo mortale del Regolamento Dublino, affinché sia progressivamente riconosciuta, in quanto diritto fondamentale e prassi legittima, la libertà di movimento dei e delle migranti? Sfide tanto urgenti quanto difficili e complesse, dove c’è bisogno dello sforzo e delle perseveranza di tutti e tutte anche solo per trovare delle piccole risposte all’altezza del livello di oppressione del regime del confine.

Cédric Herrou, assieme ai “Roya citoyenne“, in questi mesi, ci sta indicando una possibile via. Al motto “la solidarietà non è un crimine ma un dovere”, il contadino francese della Val Roja, ha compiuto un altro gesto politicamente e umanamente rilevante. Pochi giorni fa, 92 richiedenti asilo hanno marciato assieme a lui raggiungendo Nizza per fare richiesta di protezione internazionale. Una carovana durata tre giorni che ha dovuto percorrere i sentieri di montagna perché le autorità francesi avevano impedito di prendere il treno bloccando la stazione di Breil.
Un atto pubblico di disobbedienza civile al regime del confine e a Dublino, un atto di sfida agli assurdi attacchi processuali e penali dei cosiddetti reati di solidarietà. La marcia ha attraversato molti paesi della Val Roja trovando sul suo percorso ospitalità e il supporto dalle popolazioni locali (vedi “Citoyens Solidaires 06”).
In attesa di tempi migliori, non possiamo che sostenere, diffondere e moltiplicare azioni genuine e politicamente orientate che hanno il pregio di indicare il sentiero della libertà.

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Cédric Herrou sarà ospite dello Sherwood Festival lunedì 26 giugno all’interno del dibattito “Side by Side. Proteggere le persone non i confini
Reato di solidarietà e mantra securitario: le nuove frontiere dell’Europa fortezza

Stefano Bleggi

Coordinatore del Progetto Melting Pot Europa.
Mi sono occupato per oltre 15 anni soprattutto di minori stranieri non accompagnati, vittime di tratta e richiedenti asilo; sono un attivista, tra i fondatori di Libera La Parola, scuola di italiano e sportello di orientamento legale a Trento presso il Centro sociale Bruno, e sono membro dell'Assemblea antirazzista di Trento.
Per contatti: stefano.bleggi@meltingpot.org