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Il confine del Paese che non c’è

Una recensione di Binxêt - Sotto il confine, il documentario del regista Luigi D'Alife

Un lungo serpentone di filo spinato su più file, una ferrovia, dei campi minati e qualche torretta di osservazione: questo è il confine che divide la Siria dalla Turchia.

Novecento e 11 chilometri di filo spinato. Novecento e 11 chilometri di un confine che non è mai riuscito a dividere il popolo che ci abita. Per l’Europa, per la Turchia del dittatore Erdogan, su questi chilometri corre il confine tra la Siria e la Turchia stessa.

Una linea immaginaria, disegnata su una carta geografica dalle quelle potenze occidentali che sulla pelle dei vinti hanno stipulato trattati, inventato regnanti e presidenti e diviso popoli.

Una linea che segue l’antica ferrovia che, oltre un secolo fa, la Germania di Guglielmo II costruì, insieme agli ottomani, per unire Berlino a Baghdad. Il 10 agosto del 1921, le potenze alleate vincitrici nella prima guerra mondiale e l’impero ottomano stabilirono a Sévres che tutto ciò che fosse a nord di questa linea diventasse Turchia e tutto quello che fosse a sud, Siria. I giochi di potere e gli interessi politici ed economici alla base di questo trattato sono alla base di un grande tradimento, il tradimento verso il popolo curdo, annientandone così il diritto di esistenza, tagliando in quattro parti un territorio che mai prima era stato unito ma che serbava progetti di unità.

Da quel giorno, i curdi scoprirono improvvisamente che il resto del mondo li aveva cancellati non solo dalla cartina geografica ma anche dalla storia. Quello che per l’Europa era Turchia, per i curdi era il Bakur (nord Kurdistan). Quello che per per gli Europei era Siria, per loro era il Rojava (Kurdistan occidentale). Così chiamarono Serxet, letteralmente “sopra il confine” quello che stava a nord della linea e Binxet, “sotto il confine”, il Rojava.

E “Binxêt – Sotto il confine” è proprio il titolo che il regista Luigi D’Alife ha voluto dare al suo ultimo lavoro, una autoproduzione dal basso, e che sempre dal basso viene distribuito attraverso la piattaforma Movieday.

Binxêt, che si avvale della calda ed emozionata voce di Elio Germano come narratore, è innanzitutto un racconto di un viaggio lungo i 911 chilometri di questo confine. In questo suo andare con la macchina da presa sulle spalle, Luigi D’Alife fa quello che nessun altro fa: dare voce a chi non ha voce. Il film è un susseguirsi di testimonianze, commoventi e tragiche, sempre coraggiose di donne e uomini che non sanno rassegnarsi. Un popolo che combatte una doppia battaglia, che alla fine che è riconducibile ad un solo nemico: il fascismo, impersonabile in due figure che in questi anni stanno segnando il presente delle regione mediorientale ovvero quello di Erdogan da una parte e quello dello Stato Islamico dall’altra.

Le immagini ci mostrano non solo una barriera fisicamente invalicabile: c’è una linea marcata; muri e filo spinato, ma ciò che risalta più agli occhi è il verde dell’erba circostante, c’è un prato che è disseminato di mine. E’ una linea che impone una diversità, che cerca di cancellare una cultura e una società basata su valori fondamentali: chi è chi sta da una parte e chi è chi sta dall’altra?

È il confine che lo decide?

Secondo la Turchia sì, secondo i curdi bisognerebbe andare avanti, forzando anche quei confini senza fare un passo indietro e le parole e le immagini delle persone che Luigi D’Alife ha incontrato nel suo viaggio lo trasmettono con fermezza e convinzione.

Le immagini sono toccanti ma rispecchiano perfettamente la disperazione di chi vive in quelle zone che da poco tempo iniziano a respirare dopo aver respinto le forze del Califfato Nero. E’ un conflitto che non vede ancora una fine certa, a causa degli instabili equilibri regionali ma ha consegnato ai curdi del Rojava una forza e una consapevolezza dei propri mezzi che difficilmente potrà essere scalfita.

Ma il film è anche una denuncia. Anzi, una doppia denuncia. La prima riguarda l’assurdità di leggere la geografia con i confini e di misurare la storia con il metro delle “nazioni” e di imporre queste letture ai popoli.

La seconda denuncia riguarda le nostre responsabilità. Sì, proprio le responsabilità di noi tutti che accettiamo, e talvolta fin troppo passivamente, di vivere in una Europa che si è trasformata in una fortezza, piange ipocritamente le sue vittime del terrorismo senza curarsi di chi viene assassinato dalle armi che vende all’estero e che gioca oltre i suoi confini murati come su un tavolo di Risiko, stipulando accordi vili ed assassini con i peggiori dittatori che abbiano mai ammorbato la nostra terra. Come quel Pinochet del Bosforo che altri non è Erdogan.

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Binxêt – Sotto il confine [Trailer] from Luigi D'Alife on Vimeo.