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La prima accoglienza deve ancora esistere?

Una piccola, ma significativa, esperienza di sport e di buona prima accoglienza ai minori finita però tristemente

San Mauro Torinese – Una partita di calcio può rappresentare tutto e noi italiani lo sappiamo bene, come dimostrato dai fatti relativi al weekend della finale di Champions. L’Italia interna si è fermata quella sera e chi vive a Torino, affacciandosi dai balconi ha sicuramente sentito un boato di gioia venire fuori dalle finestre dei vicini al goal juventino.
Eppure qualche illustre esponente di partito riesce a cogliere delle differenze tra partite di pallone giocate da italiani e quelle giocate da stranieri, o clandestini come vorrebbe lui sottolineare. In realtà le differenze sono molte, è vero, perché in questo caso la passione per uno sport parte da molto più lontano dell’Italia e ha fatto un viaggio lungo e insidioso per vedersi realizzata.

Per alcuni ragazzi della Cooperativa Terremondo di San Mauro Torinese il calcio è tutto: si guardano partite di calcio alla televisione nel soggiorno della comunità di accoglienza, ci si chiama con nomi di calciatori famosi, si va ad allenarsi tutte le settimane nel parchetto della vicina Torino con altri ragazzi nella speranza, un giorno, di essere notati da qualcuno.
Con questa speranza inizia il torneo Football Communities organizzato dal Balon Mundial, associazione che in dieci anni è riuscita a mettere in piedi un torneo di calcio tra le varie comunità migranti di Torino, ottenendo anche l’attenzione mediatica di qualche ministro e l’onore di essere considerata una delle più belle manifestazioni sportive e di integrazione della provincia. 16 squadre provenienti da altrettanti centri di accoglienza del territorio si battono ogni domenica per aggiudicarsi l’entrata diretta a questo importante evento.

I ragazzi della squadra Terremondo sono stati iscritti al torneo con fatica e forse anche con un po’ di fortuna e buona tempistica; sono quasi tutti minorenni e provengono da diversi luoghi di accoglienza riuniti tutti sotto la stessa cooperativa. Non si sarebbero mai aspettati di innalzare la coppa dei vincitori e invece, sotto gli sguardi sornioni dei loro operatori, hanno ballato e cantato facendosi girare tra le mani il trofeo più ambito. Dopo neanche una settimana dalla fine del torneo le loro speranze di partecipare anche al Balon Mundial sono svanite in un soffio.
Vengono da Senegal, Gambia, Guinea Conakry, Mali, ecc… Sono tutti arrivati con le famose barche del Mediterraneo dopo viaggi estenuanti e al limite delle condizione umanitarie, compresa la grande palestra di Reggio Calabria tanto accusata di essere uno dei peggiori luoghi di prima accoglienza in Italia.
Ora, alla comunità di San Mauro hanno la possibilità di vivere più dignitosamente la loro adolescenza, in una casa accogliente, anche se pur sempre prima accoglienza. Quest’ultimo particolare non è da sottovalutare, anzi; proprio perché le leggi italiane obbligano i minori a sostare in uno di questi centri per non più di due mesi, alcuni dei giovani vincitori sono stati obbligati a trasferirsi fuori dalla Regione Piemonte.

Il paradosso è che la loro permanenza in provincia di Torino durava da quasi un anno perché la burocrazia italiana è, come sempre si dice, lenta e difficile.
Così la notizia è arrivata nel momento sbagliato alle persone sbagliate.
Gli operatori della comunità erano andati oltre il loro lavoro di prima accoglienza, che richiede unicamente il soddisfacimento dei bisogni primari, per giungere ad un percorso diverso anche se non dettato da leggi. Far sostare una ventina di ragazzi in una casa lontano dal movimento di una grande città fornendo loro solo cibo, vestiti e informazioni legali non sembrava adeguato, hanno detto, e rispettoso dei diritti umani. Così si sono attivate lezioni di italiano, laboratori di informatica, partite di calcio e molto altro, grazie anche all’impegno di associazioni esterne che hanno loro aperto i proprio spazi.
Tutto invano, perché 5 ragazzi sono stati obbligati a lasciare tutto per iniziare una nuova vita altrove, molto più lontano da Torino, dai loro nuovi amici e dal percorso che stavano iniziando.

In queste tristi settimane la domanda che sorge spontanea è: la prima accoglienza, quando fatta dignitosamente, serve ancora che sia gestita con le leggi attuali?

Sembra incredibile come in Italia sia possibile vedere sui giornali notizie di centri enormi gestiti da cooperative appartenenti, forse, al malaffare che rimangono aperte e funzionanti nonostante sotto gli occhi di tutti sembrino delle galere. Mentre, all’opposto, una piccola comunità che riesce, con pochi fondi e personale, a iniziare un percorso di interazione debba vedere il suo lavoro svanire dietro decisioni prese da vertici dell’accoglienza, che dei ragazzi e delle loro storie non sanno niente. E loro, i protagonisti, continuano ad essere considerati dei numeri, degli oggetti che vanno spostati alla data di scadenza.

Quando in Italia una cosa funziona bene è sempre difficile tenerla in piedi.
Quando una cosa va male si rimedia il prima possibile ma spesso con mezzi drastici e senza troppe decisioni ponderate.

– Rassegna stampa: La Coppa triste dei rifugiati, disgregato il team vincente: non farà il Balon Mundial