Quest’occupazione da parte dei rifugiati rappresenta il meglio e il peggio dell’umanità

Molly Crabapple, The Guardian - 23 giugno 2017

Photo Credit: City Plaza

Il 26 aprile 2016, lo stesso mese in cui è stato ratificato l’accordo EU-Turchia che ha intrappolato 60.000 rifugiati in Grecia, alcuni attivisti hanno forzato le porte del City Plaza, un hotel abbandonato situato nel quartiere anarchico Exarchia ad Atene, e hanno così dato alloggio a 400 persone in difficoltà. Nel giro di un anno, il caso del City Plaza è diventato il più noto fra le decine di occupazioni messe in atto per offrire un tetto ai rifugiati, in una capitale greca devastata dalla crisi. La notizia è stata riportata dal Time, da Al Jazeera e dal New York Times. I volontari provengono da tutta Europa.

Il City Plaza ospita un ambulatorio, un ottimo servizio mensa, corsi di lingua e un bar. Le famiglie vivono in stanze private, alcuni rifugiati hanno un lavoro. I loro bambini frequentano le scuole greche. La maggior parte del lavoro di manutenzione della struttura e le decisioni sono fatte dai residenti, provenienti da decine di Paesi diversi, nel rispetto di regole comportamentali che prevedono il rifiuto totale di sessismo, razzismo o altre forme di abuso.

Quando mi sono recata in visita al City Plaza lo scorso novembre, gli spazi erano animati da ogni tipo di attività: i militanti dipingevano uno striscione di protesta, un hippie spagnolo insegnava a un bambino a giocare a scacchi, alcune donne erano impegnate in una seduta di terapia di gruppo, un ragazzo di Aleppo preparava un tradizionale caffè arabo dietro il bancone del bar. “[Qui] la vita è meravigliosa” mi ha scritto di recente su Whatsapp Mahmoud, un fotografo ventunenne di Baghdad residente al City Plaza da tre mesi. Circa 4.000 rifugiati stanno aspettando di essere ospitati nell’albergo occupato.

Tuttavia nonostante i risultati, il City Plaza è sotto minaccia di sgombero. Infatti, sebbene l’hotel sia chiuso dal 2010, la proprietaria, l’ereditiera Aliki Papachela, nell’ultimo anno ha cercato di sfrattare i rifugiati, arrivando perfino a citare in giudizio il capo della polizia greca per “inadempienza ai propri doveri” per non aver sgomberato la costruzione.

Alla fine i suoi sforzi hanno prodotto dei risultati. Il 17 maggio, la Procura di Atene ha ordinato lo sgombero di tre strutture occupate dai rifugiati, fra cui il City Plaza. Gli occupanti sono stati informati della decisione settimane dopo, quando la stampa greca ha pubblicato degli articoli in merito.

Non si tratta di minacce vaghe. Per lungo tempo i giornali e i politici greci di destra hanno demonizzato gli occupanti, e a marzo la polizia ha fatto irruzione in altri due edifici occupati. Una donna siriana che era presente durante una di queste incursioni, mi ha raccontato che i poliziotti hanno buttato giù la porta alle 4 del mattino, l’hanno trattenuta in stato di fermo per 11 ore e hanno lasciato lei e centinaia di rifugiati senza un tetto. Gli evacuati non hanno potuto nemmeno raccogliere i propri indumenti. “La minaccia [di sgombero] mette in pericolo la vita di molte persone, inclusi donne e bambini che non hanno un posto dove dormire” ha affermato Mahmoud.

I rifugiati e le associazioni di volontariato stanno rispondendo agli attacchi. Fin dalle prime minacce di sgombero, hanno lanciato petizioni e indetto una manifestazione il 23 giugno. Le proteste di solidarietà si sono diffuse in tutta Europa, in molti casi con il coinvolgimento dei rifugiati che avevano trovato una casa nel City Plaza Hotel.

Gli stabili gestiti da rifugiati e volontari costituiscono un’ottima alternativa ai campi gestiti dal governo greco, la maggior parte dei quali sono squallidi, pericolosi e fatiscenti. Nei campi che ho visitato lo scorso novembre, i rifugiati dormivano sul cemento, protetti soltanto da scadenti tende di nylon. Aspettavano in fila per ore per del cibo che poteva essere infestato da vermi e avevano scarso accesso a istruzione, lavoro; nessuna possibilità di riprendersi dall’interminabile, insensata attesa per poter proseguire la loro vita.

Le occupazioni come quella del City Plaza hanno svolto la loro funzione senza ricevere un centesimo di finanziamento da parte del governo o delle ONG. Al contrario, nonostante gli 803 milioni di euro stanziati sin dal 2015 dal governo greco e dalle ONG per rispondere alle spese di gestione della crisi dei rifugiati, lo scorso inverno diversi profughi sono morti di freddo nei campi. Altri, in preda alla disperazione, hanno cercato di darsi fuoco. Perfino i migliori campi isolano i rifugiati dalle città e li tengono in uno stato di quarantena come fossero portatori di malattie.

Forse l’unico crimine imputabile alle occupazioni è proprio l’infrazione di questa barriera invisibile, portando i rifugiati dalle periferie urbane nei centri delle città. Quella del City Plaza è solo una delle occupazioni più importanti di una fitta rete composta da festival, centri e cucine sociali, bar e assemblee comunitarie, che costituisce il tessuto multietnico e fucina politica di molti quartieri ateniesi. Passeggiando nelle strade di Exarchia si vedono muri ricoperti di graffiti che riportano parole di stampo antiautoritario in arabo, inglese, pashtun e greco.

Si vedono manifesti di dance party gay siriani, volantini di protesta persiani, giornali arabi pieni di poesie di Mahmoud Darwish e scetticismo verso gli stati-nazione. Entrando in un bar si incontrano persone che parlano 15 lingue, molte delle quali sono povere, prive di documenti, traumatizzate, ma sono persone che vivono insieme animate da un’idea di un futuro senza frontiere.

In un mondo sempre più interconnesso, sempre più esposto ai cambiamenti climatici, alle guerre e al divario economico, la migrazione di massa di rifugiati del 2015 è un’avvisaglia degli sviluppi futuri. Sempre più persone si metteranno in viaggio ed è necessario trovare dei modi per vivere insieme, a prescindere dalla nazionalità stampata sul passaporto. Le occupazioni come quella del City Plaza mostrano una delle strade percorribili per raggiungere tali obbiettivi.

Fintanto che cercheranno di sgomberare i palazzi occupati, fintanto che costruiranno campi e centri di detenzione, fintanto che esisteranno le frontiere, saremo qui a rispondere e combattere per un mondo migliore!” ha scritto il coordinamento delle occupazioni in favore dei rifugiati sulla pagina Facebook del City Plaza. “Dimostreremo ancora una volta quello che abbiamo già dimostrato: che viviamo, combattiamo e resistiamo insieme. Per difendere la dignità di ciascun individuo, per difendere i nostri principi di solidarietà“.